Alessandro Foggetti
pubblicato 1 mese fa in Cinema e serie tv

“Burning – L’amore brucia” di Lee Chang-dong

“Burning – L’amore brucia” di Lee Chang-dong

Tratto da un racconto di Haruki Murakami, Granai Incendiati (dalla raccolta L’elefante scomparso e altri racconti, Einaudi), l’ultimo film di Lee Chang-dong, Burning – L’amore brucia (2018) è una complessa e frammentata descrizione filmica della contemporaneità: veloce, ambigua e crudele, tende ad accentuare collisioni e dualismi che compongono la materia stessa del film mediante frammenti di memoria, rabbia, illusione e spiritualità. Jong-su è un giovane aspirante scrittore che vive di lavori occasionali nella caotica Paju. Per puro caso incontra una sua vecchia vicina di casa, Hae-mi, che dopo qualche uscita insieme gli chiede di badare al suo gatto, perché in procinto di partire per un viaggio in Africa. Viaggio dal quale farà ritorno in compagnia del misterioso Ben, un ragazzo benestante.

La quotidianità di Jong-su, noiosa e complicata – a causa delle problematiche penali del padre e l’assenza della madre – viene scossa dalla presenza eccentrica e stravagante di Hae-mi; una conoscenza talmente sconvolgente, diversa, da farlo innamorare perdutamente. Uno sbilanciamento psicologico che raggiunge il suo apice con l’incontro di Ben, ovvero il suo alter ego: sicuro di sé, ricco, ribelle, spavaldo e annoiato dalla vita. Le continue preoccupazioni del protagonista per il lavoro, il processo del padre, la comparsa della madre e la difficoltà legate alla scrittura aumentano con l’improvvisa sparizione di Hae-mi. Il misterioso stile di vita di Ben – paragonato a Gatsby – e il suo “passatempo” che consiste nel dare fuoco alle serre, oltre che motivo di avvisaglia per la scomparsa della ragazza, diventano una vera ossessione per Jong-su.

Burning, appunto, bruciare non solo letteralmente qualcosa, come le serre, ma anche metaforicamente, come la sua psiche, la sua esistenza. Tumulto di emozioni, che sfociano in ardore di rabbia e violenza. Nella narrazione, l’hic et nunc sembra non esistere per il protagonista, perché sempre trasportato mentalmente altrove. Dove si trova Hae-mi? Quale serra brucerà Ben? Il gatto e l’orologio rosa trovati a casa di Ben appartengono a Hae-mi? Esiste davvero un pozzo? Questo muoversi tra ricordi e immagini costituisce la descrizione filmica del racconto, dilatato e volatile; continuando a correre, serra dopo serra e indizio dopo indizio, senza mai fermarsi. Domande e dubbi che rimangono volutamente irrisolti, perché non bisogna forzatamente conoscere la verità, “il mondo è un mistero”, per tutti. Il regista spezza la narrazione con una delle scene più suggestive, salienti e poetiche del film.

La danza al tramonto, armoniosa e malinconica, di Hae-mi, che sotto le note di Générique di Miles Davis – le stesse della celebre camminata di Jeanne Moreau in Ascensore per il patibolo (Louis Malle, 1958) – si lascia trasportare dalla “fame di vita”, leggera, disperata e libera dalle sue vesti. Sullo sfondo una fioca luce del sole, una bandiera sud coreana e il paesaggio rurale, dove gli spettatori, Jung-su e Ben, rimangono fuori dall’inquadratura come un pubblico dimenticato. La musica e la danza si fermano, la macchina da presa, con il solo rumore del vento e della natura in sottofondo, lascia Hae-mi e si sposta verso il paesaggio che li circonda. I protagonisti sono solo una piccola parte del tutto. In questa splendida opera cinematografica, Lee Chang-dong, racconta attraverso le immagini la storia di un “triangolo” amoroso, apparentemente lineare, in cui la caratterizzazione dei personaggi, le loro misteriose azioni, il ritmo frammentato e i riferimenti letterari – William Faulkner e Francis Scott Fitzgerald – rendono il lungometraggio allusivo, astratto, una sorta di narrazione transitoria.

Elementi e suggestioni che dipingono un quadro impressionista, dove ciò che è visto troppo da vicino sfugge alla vera percezione, distinzione, dell’oggetto.

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