Culturificio
pubblicato 1 mese fa in Cinema e serie tv

C’era una volta… a Hollywood

C’era una volta… a Hollywood

Giochi di scene e un cinema che ancora una volta è nel cinema, che è nel cinema: al suo nono film Quentin Tarantino ci arriva dimostrando la solita passione incontrastata per la Settima arte, scegliendo però di andare oltre. Con C’era una volta… a Hollywood, il regista cita, si autocita, compiace i cinefili ma prima di tutto sé stesso. Vola pindaricamente, ma questa volta senza mai lasciare il filo del discorso principale. E non lo fa per urgenza, bensì perché le sue doti da cineasta sono inversamente proporzionali al culto al quale si è dedicato per tutta la vita.

Il protagonista di C’era una volta… a Hollywood è il cinema, e accanto ad esso i suoi adepti: Rick Dalton (interpretato da un fenomenale Leonardo DiCaprio) è un attore che dopo quindici anni teme per un imminente fallimento della sua carriera, costeggiata da ruoli importanti, ma sempre come villain della situazione. Accanto a lui il suo inseparabile braccio destro e controfigura, lo stuntman Cliff Booth, un Brad Pitt che veste i panni di un macho (di cui Tarantino ci ha anche maliziosamente regalato sei secondi in silenzio di torso nudo e capelli al vento) ma sul filo diabolico del rasoio, tra un hippie mancato, un affascinante lupo solitario e un feroce ma pacato assassino.

In parallelo assistiamo ai primi passi nel mondo dello spettacolo dell’attrice Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, vicini di casa di Rick in una villa sulle colline hollywoodiane. Soprattutto dentro questo personaggio realmente esistito, a cui Tarantino concede un cinematografico futuro salvifico, c’è racchiusa la riverenza devozionale del regista per i film, e ciò che ai suoi occhi appare la Los Angeles alle porte degli anni Settanta; una angelica Sharon/Margot Robbie, sempre con un perfetto sorriso, passeggia per le strade caotiche e al neon della città, cantando e saltellando per una canzone ritmata, per un disco inciso alla perfezione, perché guarda a lettere cubitali il suo nome inciso sull’insegna di un cinema.

Qui Tarantino ammicca e fa da rimbalzo a ciò che invece c’è “dietro” il mondo cinematografico; Sharon, divertita, cede all’impulso di entrare in sala a vedere il suo film (si tratta di The Wrecking Crew, ossia “Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm” con Dean Martin, l’ultimo che l’attrice girò prima della tragica morte); ma, inaspettatamente, assistiamo al rovescio della medaglia: come potrebbe reagire un attore hollywoodiano in ascesa se non viene riconosciuto dalla gente? A Sharon non importa. Lei sorride di nuovo e, nascondendosi tra la folla, capisce che la sua strada è proprio quella perché il pubblico si diverte e applaude il suo personaggio.

In questo caso, Sharon nella sua spontaneità e leggerezza, potrebbe essere l’antitesi attoriale di Rick, continuamente impaurito e in lacrime sull’orlo di un presunto baratro professionale, con il terrore di essere dimenticato presto e di non essere riconosciuto, ma spinto ugualmente dalla passione, anche se affamato di gloria. E la grande capacità di mostrare allo spettatore così tante sfaccettature caratteriali che si sommano a quelle dei personaggi che Rick interpreta nel film va senza dubbio a DiCaprio, avvolto da una tragica comicità e da una sensibilità a tratti isterica.

Così Quentin Tarantino ci immerge nel davanti e dietro le quinte. L’omaggio è rivolto anche alle musiche di quegli anni che ha sempre voluto vivere, che spuntano fuori in una colonna sonora, dallo stereo di una Cadillac o da una strada privata nella Valley. Perché quei secondi, in scene che possono sembrare fine a sé stesse, ripetitive e noiose, sono dediche che devono prendersi lo spazio necessario per poter essere chiamate tali.

Intorno al trio principale, in C’era una volta… a Hollywood ruotano inoltre tanti personaggi, volti noti, che imbellettano le scene come a incorniciare un quadro di per sé concluso; troviamo ad esempio Dakota Fanning nei panni di una hippie allucinata e sadica, Timothy Oliphant in quelli del buono sullo schermo, come il compianto Luke Perry; poi ancora il produttore Al Pacino, o un Emile Hirsch che impersona Jay Sebring e Damian Lewis che è invece Steve McQueen. E il cast si arricchisce ancora con Lena Dunham, Kurt Russell, e altri, senza dimenticare qualche pezzo di cuore, come Michael Madsen e Maya Hawke, figlia della sua cara Uma Thurman con una carriera appena iniziata grazie ad un ruolo importante nella terza stagione di Stranger Things.

Un cast immenso per numero e notorietà che recita in ambientazioni diverse, anche se la prima non è altro che la Hollywood del 1969. Così, i figli dei fiori si travestono da cowboy, e il western prende possesso, di nuovo, della pellicola tarantiniana. Buffa la scena iniziale in cui Rick è spaventato dalla possibilità di andare in Italia a girare spaghetti western, perché nessuno li vede e non sono poi così bei film: chi conosce Tarantino almeno un po’ sa che questa per lui è una megagalattica eresia.

Quindi si cita, si autocita e butta qui e là anti-citazioni e anti-autoreferenze. Il cinema in fondo è un gioco, di idee, di immaginazione, e tasselli da incastrare e spostare, e in C’era una volta a… Hollywood è lui il bambino che si diverte a comporre il tutto.

di Ilaria Casertano

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