Alessandro Di Giacomo
pubblicato 7 mesi fa in Cinema \ Storia

Charles Butler McVay e la U.S.S. Indianapolis

Charles Butler McVay e la U.S.S. Indianapolis

Il film “Lo Squalo”(“Jaws”) di Steven Spielberg, del 1975, ha presentato al pubblico nuovi, incredibili, effetti speciali, una colonna sonora iconica (come quasi tutte quelle del mitico John Williams) e, soprattutto, ha lanciato un genere cinematografico estremamente prolifico. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Peter Benchley, narra una storia inventata ma, ad un tratto, attraverso le parole di Quint, uno dei protagonisti, viene raccontata la vicenda della USS Indianapolis, una storia tremendamente vera…

È il 1945 e siamo nella famosa base navale statunitense di Pearl Harbor. L’incrociatore USS Indianapolis, uscito vittorioso dalla feroce battaglia di Iwo Jima, è attraccato al porto per le riparazioni di routine. Improvvisamente, il comandante della nave, Charles Butler McVay III, viene convocato dai suoi superiori. La sua nave è stata scelta dal Presidente Harry Truman in persona per una missione d’incredibile e drammatica importanza: trasportare il primo ordigno nucleare della storia a Tinian, nelle Marianne, da dove sarebbe partito il B29 Enola Gay, alla volta di Hiroshima. La missione era segretissima e, per evitare di essere scoperta, la nave doveva percorrere l’intero tragitto senza scorta, attraverso il Pacifico, infestato dai sottomarini nipponici. Il comandante McVay era, giustamente, preoccupato: i giapponesi avevano una nuova arma, i temibili missili Kaiten, siluri con un membro dell’equipaggio al loro interno che, con un attacco Kamikaze, poteva deviare la traiettoria del siluro all’ultimo secondo. Ciò rendeva inutile la tecnica dello “zigzag”, necessario contro i semplici siluri.

McVay era scampato all’attacco di Pearl Harbor per puro caso: la sua nave era in missione d’addestramento e, quando la marina americana si ritrovò annientata, l’Indianapolis divenne il fiore all’occhiello statunitense nello scacchiere militare del Pacifico. Aveva combattuto tutte le battaglie più importanti e ne era sempre uscita indenne. Il comandante era sicuro della forza della sua nave e, procedendo alla velocità di 29 nodi, arrivò a Tinian con il tempo record di 75 ore. Consegnata la bomba, la nave si sarebbe dovuta unire alla task force dell’Ammiraglio McCormick, dove finalmente avrebbe avuto una scorta ma, nelle profondità oceaniche, era in agguato il sommergibile giapponese I-58. Il comandante nipponico Mochitsura Hashimoto era un grande stratega militare ma, al contempo, anche un uomo con idee contrarie alla guerra e a quell’inutile massacro umano che erano i Kaiten, e scelse, nonostante le critiche dei suoi sottufficiali, di utilizzare normali siluri per abbattere la possente corazzata statunitense. La salva di colpi partì e due siluri centrarono la fiancata dell’Indianapolis: a bordo della nave gli allarmi iniziarono a suonare; la paura colse i marinai che iniziarono, nel panico, le manovre di evacuazione. L’acqua entrò rapidamente dallo squarcio sulla fiancata e l’impianto elettrico saltò pochi minuti dopo. Era un disastro. Nonostante questo però, gli addetti radio riuscirono a lanciare l’allarme e, convinti di essere ormai stati rintracciati, abbandonarono la nave che, nel frattempo, iniziava ad affondare. Credevano di essere al sicuro, ma è da qui che comincia una vera e propria odissea. Il segnale di aiuto, in effetti, fu ricevuto da ben tre stazioni radio ma fu ignorato: dalla prima perché il capostazione era completamente ubriaco, dalla seconda per la negligenza del comandante in carica che, stanco per le troppe ore di servizio, aveva dato ordine tassativo ai sottoposti di non svegliarlo e, dalla terza base perché si pensò ad una trappola dei giapponesi. È bene ricordare, infatti, che la missione era top secret e in pochi ne erano a conoscenza. La nave affondò in pochi minuti e dei 1196 uomini a bordo in 900 riuscirono a fuggire da quella enorme trappola di metallo e acqua. A rendere ancora più tragica la vicenda, si deve aggiungere il fatto che, nel disperato tentativo di rallentare l’affondamento dell’unità, si decise di chiudere alcuni boccaporti interni alla nave, per bloccare il flusso dell’acqua da un compartimento all’altro ma, per il poco tempo a disposizione, non tutti i marinai fecero in tempo a evacuare i locali e finirono “sigillati” all’interno, sacrificati volontariamente dai loro compagni. Era il 30 luglio e, il giorno dopo, la nave si sarebbe dovuta unire al gruppo di McCormick ma, sempre a causa dell’alto livello di sicurezza imposto alla missione, nessuno si accorse della sua assenza. Nel frattempo, i 900 marinai finiti alla deriva, iniziarono la loro lotta disperata contro la disidratazione, la dissenteria e una temibile minaccia: centinaia di squali arrivarono nella zona del naufragio, attratti dal sangue e dalle vibrazioni di quelle migliaia di braccia e di gambe che si muovevano agitate per restare a galla. Gli squali attaccarono l’equipaggio per giorni. Un vero e proprio massacro. Il comandante McVay, sopravvissuto ad una spaventosa esplosione nella cabina di comando, era riuscito a salire su una delle zattere e si prodigò per aiutare tutti coloro che ne avevano più bisogno. Ma, giorno dopo giorno, la stanchezza, la sete, la fame e le ferite portarono a raptus di follia di molti marinai che finirono per annegare o isolarsi, per poi finire preda dei pescecani. Questa situazione si protrasse fino al 2 agosto quando, casualmente, un ufficiale pilota americano, uscito a caccia di obiettivi militari da bombardare, vide i naufraghi e, annullato l’attacco, lanciò due zattere, segnalando al comando la loro posizione. Al comando rabbrividirono! Capirono che nessuno aveva più visto la corazzata e che quegli uomini erano in mare da almeno quattro giorni. I soccorsi furono lanciati immediatamente. Il pilota di idrovolanti Adrian Marks partì da solo e decise di ammarare, sacrificando il velivolo ma consentendo a molti degli uomini in mare di uscire dall’acqua, salendo sulle ali dell’apparecchio. Il resto dell’equipaggio fu tratto in salvo nei giorni successivi e l’8 agosto, quando le ricerche terminarono, dei 1196 uomini a bordo della nave, ne erano stati salvati appena 316: l’affondamento dell’Indianapolis è, ad oggi, dopo l’attacco di Pearl Harbor, la più grande tragedia navale della storia americana.

Il Governo statunitense e l’Alto Comando militare avevano bisogno di giustificare presso opinione pubblica un simile disastro. Scelsero di far ricadere tutte le colpe sul Comandante McVay che fu processato dalla Corte Marziale. Il processo iniziò nel novembre del 1945 e in molti testimoniarono a suo favore, parlando dell’eroismo mostrato anche dopo il naufragio. Ma, improvvisamente, l’aula giudiziaria ammutolì. L’accusa aveva chiamato in causa un teste di incredibile valore: il comandante Mochitsura Hashimoto! Il comandante giapponese fu messo sotto torchio dalla difesa che non lo riteneva affidabile poiché, non essendo cristiano, non avrebbe avuto valore per lui giurare sulla Bibbia. Hashimoto chiese allora di poter giurare sui suoi dei scintoisti e il Giudice Ammiraglio Nimitz diede il suo benestare. La deposizione fu molto diversa da come tutti si sarebbero aspettati: Hashimoto difese, incredibilmente, McVay e, grazie alla sua testimonianza, l’americano fu prosciolto da ogni accusa e rimesso in servizio. Sebbene i marinai sopravvissuti avessero un’immensa stima nei confronti di McVay, le famiglie di molte vittime, convinte dalla stampa della colpevolezza del comandante, lo tempestarono di chiamate e lettere minatorie che lo allontanarono sempre più dalla società. Il 6 novembre del 1968, 23 anni dopo il naufragio, ricevuta l’ennesima lettera di accuse e offese, disperato, rimasto solo dopo il divorzio e abbandonato anche da suo padre, McVay scelse di dire basta e si suicidò con la pistola di ordinanza, nella sua casa di Litchfield.

Ogni anno, dal primo anniversario del naufragio, i superstiti dell’equipaggio si ritrovano per commemorare le vittime. A molte di queste riunioni, partecipò anche Mochitsura Hashimoto che non aveva dimenticato quell’uomo, cui il destino lo aveva prima contrapposto e poi unito. Nel 1999, Hashimoto firmò anche una richiesta formale, fatta da tutti i membri dell’equipaggio ancora vivi, per chiedere al Governo degli Stati Uniti di rivalutare la figura del Comandante McVay e, grazie al benestare del Presidente Bill Clinton, il Congresso, nell’ottobre del 2000, lo prosciolse da ogni accusa, ammettendo gli errori della Corte Marziale. Solo pochi giorni dopo, Hashimoto si spense nella sua casa di Kyoto, all’età di 91 anni, con la consapevolezza di aver aiutato, per la seconda volta, quell’uomo con il quale avrebbe voluto essere amico.

Concludo questa drammatica storia vera con le parole pronunciate da Quint nel film “Lo Squalo”che riassumono, con licenze poetiche hollywoodiane, la spaventosa atmosfera di quei giorni passati alla deriva.

 

[Sul tatuaggio che si è fatto togliere] Se ci tieni c’era scritto “Corazzata Indianapolis“. Un sommergibile giapponese ci mise due siluri dentro la pancia. Stavamo tornando dall’isola di Tinian a Leyte, avevamo portato la bomba, quella che scoppiò su Hiroshima. 1100 uomini finirono in mare. La nave affondò in 12 minuti. Il primo squalo si fece vivo dopo una mezz’ora, un tigre, di quattro metri. Sai da cosa ti accorgi se uno squalo è grosso quando sei in acqua? Dalla distanza della pinna dorsale alla coda. Noi non lo sapevamo. Ma la nostra missione era talmente segreta che non era stato neanche mandato l’S.O.S! …Per una settimana non si accorsero che eravamo spariti. Insomma, alle prime luci cominciarono ad arrivare gli squali. Noi ci eravamo riuniti in gruppi stretti, una specie di quei quadrati che si fanno nelle battaglie, quelli che si vedono nelle stampe della battaglia di Waterloo. L’idea era che quando uno squalo si avvicinava ad un uomo, quello si mettesse ad agitare l’acqua gridando a squarciagola! Qualche volta lo squalo se ne va. Ma qualche volta non se ne va per niente. Ti fissa dritto negli occhi… Sai che hanno di strano gli squali? Hanno degli occhi senza vita, sono palle nere senza luce dentro. E quando uno ti si avvicina non credi neanche che sia vivo… Finché non ti morde. Quelle palle nere iniziano a roteare, poi, ad un tratto, senti un urlo acutissimo e terribile. E l’acqua intorno diventa rossa. E in mezzo a quella schiuma e quel casino ti arrivano tutti addosso! E cominciano a farti a pezzi… Insomma quella prima mattinata perdemmo 100 uomini. Non so quanti fossero, forse mille squali, si mangiavano una media di 6 uomini ogni ora. Quel giovedì mattina capitai accanto a un mio amico, un certo Herbie Robinson, di Cleveland. Buon giocatore di Baseball. Era il nostromo. Credevo che dormisse. Allungai un braccio per svegliarlo. Lui si capovolse come una specie di trottola galleggiante. Era a metà. Eh sì. Se lo erano mangiato vivo dalla cintola in giù. A metà del quinto giorno un Lockheed Ventura ci avvistò, passò a bassa quota e ci vide un pilota giovane, molto più giovane del signor Hooper, comunque ci avvistò e venne a guardare e tre ore dopo arrivò finalmente un grosso mareappoggio che cominciò a raccoglierci. E vi giuro che quello fu il momento in qui ebbi più paura. Mentre aspettavo il mio turno. Non mi metterò mai più un salvagente addosso! …Insomma eravamo finiti in mare in più di 1000. E ne uscimmo circa 316, gli altri gli avevano mangiati gli squali. Era il 29 giugno del 1945. Comunque, avevamo consegnato la bomba…”

 

Le fonti

Libri:
Richard F.Newcomb, Abbandonate la nave!, trad. di A. Cocchia, TEA, 2003.
Doug Stanton, Il comandante e gli squali, trad. di S. Mancini, Longanesi, 2003.
Dan Kurzman, Viaggio fatale, trad. di R. Agostini, Piemme, 2001.

Video:
Steven Spielberg, Lo squalo, Universal Pictures, 1975, distribuito da Universal Pictures.
Mario Van Pleebes, USS Indianapolis: Men of courage,  2016, distribuito da M2 Pictures.

 

L’immagine in evidenza proviene da: https://www.history.com/news/uss-indianapolis-sinking-survivor-stories-sharks