Lorenzo Paolini
pubblicato 1 mese fa in Letteratura

Città sommersa

di Marta Barone

Città sommersa

Non era successo niente, non era cambiato nulla dal passo prima a quello dopo, ma adesso vedevo ben chiaro, come se qualcuno mi avesse fatto gentilmente scivolare sul naso degli occhiali che non sapevo di dover portare. Adesso potevo appropriarmi della mia esperienza, ed era una rivelazione.

Primo nella classifica di qualità del 2020 stilata da L’Indiscreto e nella dozzina candidata allo Strega, Città sommersa di Marta Barone (Bompiani) parla da sé. Il libro, bellissimo, non è propriamente un romanzo, o meglio, non è solo un romanzo. L’autrice infatti racconta e ricostruisce la storia di suo padre quando era ragazzo (ragazzo al quale il romanzo è dedicato) nel periodo che va grosso modo dall’inizio degli anni settanta all’inizio degli anni ottanta. Chi era mio padre, si domanda l’autrice, chi era Leonardo Barone, L.B, così viene chiamato, perché dall’inizio alla fine l’intenzione della figlia, Marta Barone, autrice del romanzo e narratrice, è quella di riscoprire la vita di un padre che probabilmente non ha mai conosciuto, e questa dettagliata e scrupolosa indagine è condotta grazie alle testimonianze di persone che erano state amiche di L.B, che lo avevano conosciuto, che avevano avuto modo di condividere con lui una parte di quel decennio caldo nel quale il cambiamento era una parola che veniva pronunciata con speranza e senso della realtà.

Saranno i fogli della memoria difensiva trovati in alcuni scatoloni abbandonati ad accendere nell’autrice-figlia il desiderio di ricostruire gli anni del ragazzo che fu suo padre, per capire davvero chi fosse, cosa avesse fatto. La memoria difensiva infatti rivela un dato sconcertante: L.B nell’ottantadue fu arrestato con l’accusa di partecipazione a banda armata per aver prestato soccorso, in quanto medico, a un esponente di Prima Linea, nello specifico Mure Galiani. Era un terrorista Leonardo Barone? Con tutti i medici, perché Prima Linea aveva chiamato proprio lui? E perché lui decise di non sottrarsi? Per deontologia professionale perché vincolato dal giuramento di Ippocrate, o forse per qualche altro motivo? Il motore che ha mosso la volontà della scrittrice è un profondo atto di interesse verso la vita misteriosa che suo padre ha condotto da ragazzo, e un vivo interesse anche per un periodo storico nebuloso, ricostruito con minuzia e grande rispetto per gli eventi. Dunque non solo un romanzo, ma per l’obiettività e l’oggettività del resoconto, funzionali a far emergere la verità sulla vita complessa e per certi versi contraddittoria di L.B, anche una specie di Quarto Potere letterario: L.B diventa un Charles Foster Kane su cui bisogna indagare.

[…] Niente nel suo aspetto o nei suoi modi lasciava trasparire che fosse un uomo colto. Era disordinato, chiassoso, trasandato nel vestire e povero in canna da sempre. […] Nonostante fosse capace di collere funeste, che esplodevano e si lasciavano tutto bruciato alle spalle come un rapido incendio tra le sterpaglie, nonostante sapesse usare parole crudeli- ma tutto questo era riservato solo agli intimi- era in generale quello che si potrebbe definire un uomo allegro, di carattere amabile e di grande candore.

Il romanzo in questione ha numerosissime sfaccettature; capita raramente di leggere libri la cui materia letteraria molto complessa sia controllata e gestita con un’abilità tale da rendere qualsiasi snodo di trama semplice da seguire e avvincente. Nel seguire le ricostruzioni di Marta Barone, ci si ritrova spesso con il fiato sospeso, come se stessimo leggendo un giallo e seguissimo con trepidazione le indagini del detective; poi molte pagine sono dedicate alla lettura dell’interiorità di L.B, ma non solo: l’autrice stessa a inizio romanzo ci consente di accedere ai suoi tortuosi percorsi interiori che con il procedere del romanzo si diraderanno (è sua intenzione infatti “abolirsi” come scrive più o meno a metà libro, e lasciar parlare gli altri).

Nel passo seguente, ad esempio, una magistrale descrizione dello sguardo dell’autrice sulle cose che la circondano al funerale del padre.

Stavo seduta lì, su una delle sedie di plastica che mettono in fila per la contemplazione, la testa appoggiata al muro dietro di me, e continuavo ad analizzare tutto senza posa, la luce sporca che pioveva dalla finestra, i sussurri sulla porta, la qualità delle parole che potevo afferrare, lo squallore generico delle stanze dove si tengono questo tipo di rituali[…]. Analizzavo tutto, ma stancamente, quasi con ripulsa verso me stessa, come se non avessi scelta. E in verità non l’avevo, perché ero fatta così.

Come ogni indagine che si rispetti, anche l’indagine di questo romanzo porterà ad una verità. Il libro è diviso in tre parti: La prima Kitež; Lacuna; Conchiglia. Kitež è una città leggendaria in Russia, la cui leggenda viene raccontata dalla scrittrice nella prima parte del romanzo; la città in questione, è la città sommersa per eccellenza. Quest’ informazione per introdurre il seguente concetto, cioè che la tripartizione del romanzo segue un progressivo percorso di consapevolezza, disvelamento, emersione, molto affascinante. L.B era comunista, aveva partecipato a Prima Linea e a Servire il popolo, era stato testimone del terribile fatto di cronaca nera di Via Artisti, era medico, ma era stato anche operaio presso la Fabbrica, era padre e marito. Grazie alle testimonianze degli altri, l’autrice riesce a illuminare non solo le numerosissime ombre che offuscavano la vita di suo padre, ma anche a squarciare il velo opaco che nasconde la verità dei luoghi. Le vie delle città, le piazze dei capoluoghi sono state attraversate dalla Storia ed è bene non dimenticarlo.

Quello che emerge progressivamente nel romanzo è quindi una totale volontà di appropriarsi della memoria dei fatti, dei luoghi, delle persone, e rielaborarli, per comprenderli meglio, e, soprattutto, per avere uno sguardo più consapevole non solo sulle persone, ma anche sugli eventi. Ricordare è un atto etico di grandissima importanza, ricordare serve a conservare la memoria di ciò che è stato e quindi a conoscerlo; alla conoscenza si accompagna la comprensione e il rispetto, che sono atti etici fondamentali per valorizzare le persone e i posti che ci circondano. Solo se conosciamo qualcosa possiamo darle il giusto valore. L’acquisizione di consapevolezza dell’autrice come per osmosi passa poi al lettore e si diffonde una volontà di studiare, leggere, appassionarsi agli eventi passati, con il fine di comprendere meglio il presente; la conoscenza e la memoria sono infatti gli unici antidoti per vivere consapevolmente la nostra vita. Nel romanzo si alternano pagine di grande malinconia quando l’autrice rilegge il proprio passato, a pagine di cruda e obiettiva cronaca nera su alcun fatti storici come la bomba all’Angelo Azzurro di Torino , o gli abusi avvenuti sui bambini presso Villa Azzurra. L’esito cui giunge la scrittrice è una percezione a posteriori piena, complessa e valida di tutto il “materiale della sua vita”. E quando rileggi la tua vita e ti appropri dell’esperienza, quando ti folgora un’epifania esistenziale, come succede alla fine del romanzo, torni all’inizio, sui tuoi primi passi, per rivedere tutto con occhi nuovi, con una consapevolezza fresca, restituendo alle cose il loro giusto valore. Ecco perché mi sembra bello concludere così.

Questa storia ha due inizi: almeno due, perché, come tutto quello che ha a che fare con la vita, è sempre difficile stabilire cosa cominci e quando, quale vertigine di casi fortuiti esista dietro ciò che sembra avvenire all’improvviso […].