Culturificio
pubblicato 4 settimane fa in Settima arte

È solo la fine del mondo

È solo la fine del mondo

Ci sono vari motivi che sono solo nostri, che riguardano solo noi, che nella vita ci spingono ad andarcene, a non guardarci indietro. Allo stesso modo, ci sono altrettanti motivi che ci spingono a tornare.

Sembra che le parole di Louis, protagonista dell’ultimo film di Xavier Dolan, esplicitino le intenzioni di un consueto ritorno in patria, un viaggio verso casa. Una vacanza. Ma dal sedile dell’aereo, con gli occhi coperti dalle mani un bambino qualsiasi, Louis medita su un altro tipo di viaggio. Quel percorso profondo e personale che tutti noi percorriamo scalzi senza accorgercene. Un percorso che Louis sta per terminare.

Il film, presentato al Festival di Cannes nel maggio 2016, è un compendio di ritratti, sguardi, parole non dette. Il protagonista tace per la maggior parte del tempo, fissando assente stralci di espressioni facciali e subendo inerte i battibecchi che si accendono tra i membri della famiglia ritrovata. Louis torna a casa con un messaggio da recapitare, ma questo messaggio non uscirà mai dalle sue labbra. Lo spettatore resta custode definitivo di un segreto che lacera, muto.

La famiglia che Louis riconosce tra quelle quattro mura è un insieme di persone diverse, che provano a riassumere in dialoghi concitati i dodici anni della sua assenza. La madre eccentrica dal vizio del fumo, la sorella che non ha visto crescere, il fratello geloso e irascibile e la sua nuova moglie dai contorni timidi e sottomessi. Un ensemble di voci gridate che tentano di coprire una distanza abissale. Louis li guarda e tace. Non appartiene a quella casa, ma non appena chiude gli occhi ne ritrova il ricordo d’infanzia nella musica alla radio, nel profumo del sapone, nel materasso della sua camera. E dopo aver fatto il pieno di memorie si prepara ad andarsene, da lì e da se stesso, lasciando una promessa che sa di non poter mantenere.

I toni opachi e il tempo scandito dal pendolo ci ricordano tutte le volte che, tra le penombre domestiche note solo a noi, ascoltando grida inutili che chiamano a tavola per il dolce, abbiamo pensato di appartenere a un luogo. Non importa quale: può essere la casa stessa, può essere una persona cara, può essere il nostro corpo. Luoghi fisici o mentali che conservano segreti e ci ascoltano in silenzio, tra le persiane abbassate del nostro io. Possiamo decidere di tornarci durante le vacanze, oppure di portarli con noi dovunque andiamo, fino alla fine del mondo.

Scegliamo sempre un centro, dentro o fuori la nostra pelle. E come afferma Louis all’inizio del film, ci saranno sempre motivi solo nostri che ci spingono ad allontanarcene o a tornarvi. La nostra casa, dovunque essa sia.

Articolo a cura di Tommaso Tagliabue