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pubblicato 2 settimane fa in Interviste

Intervista a Matteo Meschiari

Intervista a Matteo Meschiari

Quest’anno è uscito Bambini. Un manifesto politico, di Matteo Meschiari, edito da Armillaria.

Il Culturificio ringrazia l’autore per questa piccola conversazione.

 

Matteo Meschiari, di professione fai l’antropologo, il geografo, scrivi saggi, ti avventuri nella fiction, fai poesia e dopo vari libri in cui cominciavamo a vedere un percorso, a seguire una linea, te ne esci con un testo sui bambini. Perché? Che cosa è successo?

Bambini prosegue l’unica vera linea che attraversa la mia scrittura da anni, al di là dei cambi di “genere” e di linguaggio, cioè la militanza politica. Sono anarchico – non anarchista o libertario, proprio anarchico – e da più di trent’anni, da prima di scrivere, rifletto sui problemi di gestione del potere, sulle fondamentali ingiustizie che questa gestione quasi sempre comporta. Nell’Artico di 150 anni fa, in una distopia ambientata 300 anni nel futuro o in un saggio sull’abitare in America, rintraccio piste narrative che raccontano quasi sempre la stessa storia di abuso, di violenza, spesso di morte. Questo abuso accade ovviamente anche adesso, anche qui, ad esempio su una donna che vive la maternità in un regime di controllo patriarcale, su un bambino a cui si chiede di diventare presto, anzi subito, un cittadino produttivo. Basta guardare come oggi nascono poveri e meno poveri, per capire che la biopolitica non riguarda solo gli adulti. Anzi, gli adulti sono meno manipolabili, se invece il controllo comincia sui bambini, addirittura durante gravidanza, parto e svezzamento, allora si avranno maggiori possibilità di imprinting sociale. Dimmi come nasci e ti dirò che cittadino sarai.

Il sottotitolo è chiaro: “un manifesto politico”. Ma ha senso secondo te parlare di manifesti in questo preciso momento storico? Non è una cosa un po’ rétro?

Può darsi. Ma volevo da subito orientare il lettore. Bambini non è un libro di puericultura, di pedagogia, non do consigli a mamme e papà, è un libro di critica sociale, è un testo militante, schierato. L’idea del manifesto è poi quella di proporre una chiave di lettura macrosociale: l’ignoranza culturale, politica, emotiva, relazionale degli adulti di oggi, la xenofobia, l’omofobia, l’intolleranza e il disprezzo del sapere, non sono l’esito cinico della maggiore età ma sono stati preparati fin da prima che il bambino imparasse a parlare, attraverso l’assimilazione di modelli di comportamento, di ideologie pratiche e intuitive, di condizionamenti socioculturali. Oggi non dobbiamo stupirci del ritorno di un fascismo populista, massimalista e vigliacco perché quel fascismo populista, massimalista e vigliacco è stato preparato venti-trent’anni fa esercitando un controllo psicologico e sociale sulle madri e i bambini di allora. Dobbiamo chiederci: da dove viene il senatore Simone Pillon? Da dove viene la sua idea di donna in casa, di bambini-cosa, di famiglia gerarchica? Non viene da Salvini o da Bannon ma dal patriarcato maschilista che è apparso per la prima volta nel Neolitico, 10.000 anni fa, un disastro economico, demografico e culturale che ha condizionato tutta la storia del pianeta, fino a oggi, fino a noi. Il totalitarismo in cui stiamo scivolando ha ragioni vicine, ma ha anche radici molto lontane nel tempo. Nel libro cerco di spiegare entrambe le cose.

Parli molto di biopolitica in queste pagine. Foucault e altri dopo di lui hanno detto quasi tutto sulla società di controllo. Che cosa può aggiungere Bambini a questo fiume d’inchiostro?

Forse proprio questo. Uno sguardo antropologico, una profondità di prospettiva che non si spaventa di andare a cercare nelle prime società agricole della mezzaluna fertile le cause di una deriva umana che è tutta contemporanea. La biopolitica non nasce con gli stati-nazione o con l’organizzazione di un regime centrale di polizia, nasce nei villaggi dei primi agricoltori che capirono fondamentalmente una cosa, qualcosa che è rimasto immutato: donne e bambini vanno sottomessi alle ragioni della produzione. Le donne vanno ridotte al ruolo di madri accudenti, servili, relegate in casa, naturali produttrici di manodopera grazie a uteri gestiti come bestiame, i bambini vanno avviati il prima possibile a un inserimento sociale e lavorativo, staccandoli precocemente dall’orbita emotiva delle madri, educandoli a un’etica adulta del disprezzo delle emozioni, del distacco, dell’autonomia, dell’obbedienza, della sopportazione. Il libro vuole mostrare che sì, cambiano le culture e le società, ma il maschilismo patriarcale non va e viene come una semplice febbre, è un herpes cerebrale, connaturato all’idea stessa di società gerarchica stratificata. Non siamo in presenza cioè di una ricorsività storica o di una regressione culturale, ma di un eterno presente, di un colonialismo antropologico che vede donne e bambini come popoli da sottomettere e sfruttare.

Lo sguardo dell’antropologo diventa politico e tu ti schieri in modo netto. Qual è il tuo avversario? Qualche mese fa hai scritto con l’antropologo Andrea Staid una lettera aperta a Salvini: è lui il tuo nemico?

Salvini è solo l’ultima ruota di un carro costruito 10.000 anni fa. Il nostro vero nemico è il conformismo sociale. Non ci rendiamo conto che questo maschilismo patriarcale transtorico è così radicato nel nostro quotidiano che anche madri e padri “illuminati”, “colti” e di “sinistra” contribuiscono inconsciamente a mantenerlo in vita, addirittura a rafforzarlo. Come? Ad esempio attraverso comportamenti iperprotettivi nei confronti dei figli, comportamenti in grado di generare una predisposizione alla diffidenza e alla paura, su cui poi potrà attecchire facilmente tutta la demagogia ideologica e identitaria della “sicurezza”. Oppure si possono assimilare gravidanza e parto a una specie di malattia invalidante, il che equivale al montaggio di una menzogna molto comoda e molto subdola, quella del “sesso debole”. Nel libro racconto in dettaglio queste strategie di controllo che la gente tende a realizzare da sé anche in assenza di un controllore dall’alto. Dalla visita medica al padre troppo apprensivo, dalla gestione degli spazi scolastici a quelli dedicati al gioco.

Il libro è breve, denso, scritto in modo diretto e comprensibile. Che cosa pensi del rapporto tra linguaggio e politica?

Penso che oggi se ne dovrebbero far carico gli scrittori. Non solo loro, ovviamente, ma soprattutto loro, perché le risse in rete hanno stancato per la loro ottusità e perché le disamine filosofico-intellettuali troppo tecniche e troppo aride scritte nella lingua di quattro specialisti hanno un target così limitato da avere un effetto quasi nullo. Tra l’ignoranza del politico populista e il professore di filosofia politica si è aperto un buco di cui secondo me deve occuparsi chi è davvero in grado di riportare nel discorso la forza della parola letteraria, nel senso di una parola che sa evocare sentimento, empatia, visione. Non in chiave estetica e consolatoria, ma per denunciare lo stato delle cose con vera durezza, addirittura con crudeltà. Un pensiero politico visibile, schierato, emotivo, capace insomma di spaventare gli addormentati, e di rendere insonni le notti di chi fa il forte con i deboli. Questo lavoro sulla lingua è già in atto, basta leggere ad esempio quello che ha scritto Michele Vaccari in Un marito. Vaccari è un apripista, in questo senso, e tutto un nuovo linguaggio politico non più tecnico e tecnocratico ma violentemente umano ed eversivo sta nascendo oggi in Italia.

L’ultimo paragrafo si intitola “va bene, che cosa facciamo?” ma il libro finisce lì e in pratica non rispondi. Lanci il sasso e nascondi la mano, oppure dobbiamo aspettarci qualcos’altro?

È vero, l’ho fatto apposta, perché per fare politica, anche a un livello così irrisorio come il mio, c’è bisogno di metterci la faccia. Bisogna ripartire dalla base e, per quanto mi riguarda, la base sono tutte le persone che non conosco e che vengono alle presentazioni dei libri. L’oggetto cartaceo per me è solo un innesco, l’affresco di una situazione sociale che deve suscitare dubbi, interrogativi, dissenso, polemica, discussione, rabbia, addirittura paura. Ovviamente ho le mie idee su che cosa si può fare, da dove partire per rovesciare il sistema, ma di questo voglio parlarne soprattutto a voce, guardando negli occhi le persone.