Culturificio
pubblicato 3 mesi fa in Girard gruppo studi \ Letteratura

“La chimera” di Vassalli

vita e morte di una strega

“La chimera” di Vassalli

Finché continueranno ad esserci degli esseri umani ci saranno i Gesùcristi e le Gesùcriste, come disse Antonia.

La chimera di Sebastiano Vassalli è un classico, uno di questi testi che vengono consigliati a scuola. Anche a me, ai tempi, lo consigliarono. Se alle medie o alle superiori non ricordo; ricordo però che non lo lessi. Negli ultimi giorni tuttavia il concorrere di sensi di colpa mai sopiti, la necessità di riscatto morale e chissà che altro mi hanno portato a leggere questo libro. Effettivamente anch’io, se un giorno mi dovessi trovare dall’altra parte della cattedra – sempre ammesso che Dio Spread consenta una riforma del sistema pensionistico –, lo consiglierei ad alunne e alunni. Si tratta di un libro speciale, e non solo per l’uso magistrale della lingua italiana.

Il libro racconta di un piccolo borgo lombardo a inizio ‘600. La protagonista è Antonia: femmina, orfana, giovane, bella, accusata di essere una strega e infine bruciata viva. Una storia semplice, a dire il vero. Lineare. La maestria di Vassalli sta nell’aver saputo offrire, per mezzo di questa storia, una descrizione corretta di vari comportamenti umani. Vassalli è stato capace di scrivere – e l’ha fatto indubbiamente in maniera elegante – come stanno le cose. Nella mia giovane vita, per quanto riguarda la fruizione della cultura umana, è possibile individuare un prima e un poi (mi sia concesso del romanticismo). C’è un prima Girard e c’è un dopo Girard. Potremmo dire un’infanzia e un’età adulta. Prima di conoscere il pensiero di René Girard mi suggestionavo, poi ho iniziato a comprendere. Girard mi ha convinto che per misurare la grandezza di un prodotto letterario, o artistico-culturale in generale, è importante verificare la veridicità dei comportamenti umani in esso descritti. Insomma, un po’ di sano realismo. Contro l’abusata cialtronaggine dell’esegesi ermeneutica, contro l’eccessiva aridità di formalismi e strutturalismi. Girard argomenta che il grande scrittore si distingue soprattutto per le rappresentazioni acute e verosimili di comportamenti umani. Shakespeare, Cervantes, Kafka e Dostoevskij sono giganti innanzitutto perché realisti, oltre che abili nella prosa e geniali nell’elaborare intrecci.

La chimera è un capolavoro, e rimarrà tale negli anni, proprio per questa sincerità, per questa capacità di dire le cose come stanno. L’affresco che dipinge Vassalli è terribile; meschino nelle parti, a suo modo grandioso nel tutto. Lo scrittore racconta le liti tra contadini: liti per l’accesso a un rivolo d’acqua, per qualche recinzione, per un bambino morso da un cane. Racconta di impulsi dal basso ventre, di passioni amorose, di amari rifiuti. Racconta le invidie delle comari, di chi non riesce a trovare marito per la propria figlia. Racconta i pettegolezzi, che allora rimbalzavano da una stalla all’altra, mentre oggi abbiamo le chat. Immaginate. Vi chiedo di immaginare un polveroso e giallastro aggregato di ferraglia: miriadi di piccole rotelline, ingranaggi, viti, molle e leve. Girano e girano, sbuffano, si alzano e si abbassano… A volte girano semplicemente su se stesse, a vuoto. Altre volte invece accade che si incastrano le une con le altre. In queste occasioni, dapprima lentamente, in modo goffo e incerto, poi con sempre maggior convinzione, si innesca un meccanismo. Si inizia con un’invidia, con una mezza verità, con un episodio innocente, e si finisce con una giovane donna bruciata viva. Lettrice, lettore, se non hai ancora letto il libro non preoccuparti: questo non è uno spoiler. Vassalli non racconta propriamente una storia. Non ci sono colpi di scena. Di Antonia la strega e del suo processo si fa già menzione nella terza pagina. La grandezza del libro sta anche qui, nella posizione del narratore. Un narratore che è sostanzialmente distaccato rispetto ai fatti narrati, che non punta l’indice indignato contro la superstizione e l’ignoranza. L’atteggiamento del narratore non è (a meno di sparute eccezioni) di condanna moraleggiante. Il punto non sono la superstizione e l’ignoranza. Il punto è che viene descritto, con spietato realismo – forse a tratti con una punta di compiacimento –, il grande spettacolo dell’odio umano; un odio “astratto, disincarnato, disinteressato; quello che muove l’universo, e che sopravvive a tutto” (p. 87, Rizzoli 2014). È un libro che ferisce, che infastidisce. Un libro che sa far male.

L’odio, mostra Vassalli, è il motore che muove non solo le vicende del piccolo borgo in cui cresce Antonia. La storia di Antonia si inserisce in un contesto più ampio. Non ci sono solo le liti di cortile. Ci sono gli intrighi di palazzo a Roma. C’è Bascapé, vescovo di Novara, fedelissimo di Carlo Borromeo e osteggiato da Papa Clemente VIII, tra i massimi alfieri della Controriforma. C’è appunto la Controriforma, risposta cattolica alla Riforma protestante: immensa e tragica competizione mimetica a chi ce l’ha più puro. C’è, appunto, l’esigenza di purificazione, l’esigenza di un nuovo inizio, che, come sempre nella storia, si traduce nell’immolazione di capri espiatori. Ne ‘La chimera’ il palco su cui si svolge la messa in scena è enorme, ma a tirare i fili sono sempre i soliti meccanismi.

Una precisazione. Non chiamatelo romanzo storico. Il protagonista non è il ‘600. Non si tratta di un romanzo storico, quanto piuttosto di un “romanzo della Storia”. Il penultimo capitolo del libro si intitola, curiosamente, ‘La festa’ e descrive l’esecuzione di Antonia. In quelle pagine una folla immensa di gente si raduna attorno alla collinetta su cui viene bruciata la ragazza. Guardate cosa scrive Vassalli: “Non erano gente sanguinaria, né malvagia. Al contrario, erano tutti brava gente: la stessa brava gente laboriosa che nel nostro secolo ventesimo affolla gli stadi, guarda la televisione, va a votare quando ci sono le elezioni, e, se c’è da fare giustizia sommaria di qualcuno, la fa senza bruciarlo, ma la fa; perché quel rito è antico come il mondo e durerà finché ci sarà il mondo” (p. 342). Con i secoli si sono evolute le forme esteriori, gli aspetti “cosmetici”. Rimane però la sostanza. ‘La chimera’ non parla del Seicento. Parla di millenni di storia umana. Parla anche di noi contemporanei.

Non prendetemi per un cinico, per un pessimista. Forse – dico forse – è opportuno conoscere la realtà per affrontarla al meglio. Sì, mi direte, ma c’è dell’altro? C’è altro oltre l’odio e i roghi? Anche Vassalli se lo chiede. C’è altro oltre a questo? Nelle ultime pagine lo scrittore cerca questo altro dando un’occhiata fuori dalla finestra di casa. Scrive di vedere il nulla. Nelle ultimissime righe prova a riempire questa assenza alludendo a Gesù Cristo, senza nominarlo direttamente. Gesù Cristo è stato anche il tentativo operato da Girard per uscire dall’ineluttabilità del meccanismo del capro espiatorio. Si tratta di un tentativo che funziona? Forse sì, ma a tratti (e per ragioni diverse da quelle sostenute da Girard). Di cose definitive, io credo, al mondo non ce ne stanno.

Articolo a cura di Marco Stucchi


Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Delle cose nascoste , un blog che dalle idee di René Girard cerca di dare una nuova chiave di lettura sia della società che dei suoi prodotti culturali. Abbiamo voluto pubblicare questa rubrica perché crediamo che il pensiero di questo studioso, un intellettuale sorprendente che ha dato un contributo originale nei campi di studio più disparati (si spazia dalla letteratura all’antropologia, dalla sociologia alla storia delle religioni) sia di fondamentale importanza per coltivare una visione critica sul mondo, soprattutto sulla nostra contemporaneità.

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