Caterina Marchesini
pubblicato 1 anno fa in Letteratura

La figura di Cicerone e l’attualità del suo pensiero

La figura di Cicerone e l’attualità del suo pensiero

Ci sono più uomini resi nobili dallo studio di quanti lo siano dalla natura (Cicerone)

Che sia stato uno dei più grandi protagonisti della cultura latina e che con le sue opere abbia contribuito a modellare la civiltà occidentale non vi sono dubbi, nonostante il giudizio sulla sua figura sia stato spesso controverso.
Marco Tullio Cicerone, impegnato attivamente nella vita politica, fu il maggior oratore del suo tempo. Se, antecedentemente, prestigio e gloria erano stati privilegi esclusivi delle alte cariche militari, egli invece li ottenne grazie alla sua abilità oratoria.
Fu questore nel 75 a.C. in Sicilia, dove venne apprezzato a tal punto che i siciliani lo interpellarono perché assumesse la loro difesa contro l’ex governatore Verre, accusato di concussione e malgoverno.
Con quella causa, il giovane avvocato si mise in luce e ottenne fama e onori. E così, all’attività politica si intrecciò quella di oratore: fu civilista e penalista e le sue arringhe e requisitorie sono uno strumento fondamentale per ricostruire la concezione della vita e dei rapporti sociali di quel tempo, oltre che un’opera letteraria di grande importanza. Per certi aspetti, poi, aspirava ad aprirsi a nuove esigenze di giustizia, a un esercizio del potere alquanto moderato, per il rispetto delle ricchezze e della dignità anche delle popolazioni sottomesse.
Oltre al Cicerone oratore e politico, c’è anche il Cicerone filosofo. Negli anni giovanili cominciò a interessarsi di filosofia e continuò appassionatamente per tutta la vita. L’intento principale, nelle sue opere filosofiche, fu quello di prodesse civibus (giovare allo Stato e ai suoi cittadini). Decise così di presentare al mondo romano la filosofia greca tradotta in latino; si confrontò in maniera critica con le maggiori correnti e scuole filosofiche del suo tempo, dalla stoica all’epicurea, dalla peripatetica alla platonica. Cicerone vedeva nell’indagine filosofica uno strumento di pubblica utilità e si adoperò per divulgare un patrimonio culturale che considerava illuminante per l’azione morale e sociale. Infatti la sua opera si rivolgeva a tutti i cittadini desiderosi di istruzione e conoscenza.
La filosofia non era sconosciuta nel mondo romano, ma per l’uomo politico si considerava maggiormente necessaria la conoscenza del diritto e della retorica. Con Cicerone, invece, alla cultura filosofica fu riconosciuto un ruolo oltremodo importante nella vita politica e sociale.
Egli ricercò nella filosofia i fondamenti per la creazione di una morale della vita quotidiana. Cicerone non guardava infatti soltanto ai problemi immediati, ma affrontava questioni della crisi sociale, morale e politica della società, cercando di indicare soluzioni che trascendessero il tempo, in modo da offrire all’uomo un percorso educativo, insieme intellettuale, morale, civile e politico.

Quello che può definirsi quasi il suo testamento filosofico e spirituale è il De officiis, il Trattato sui doveri, dove mira a delineare il comportamento ideale da tenere in società. Indirizzò l’opera al figlio Marco, che si trovava controvoglia ad Atene per motivi di studio, ed ha un tono diverso dalle precedenti trattazioni filosofiche in forma dialogica. Qui crea un’opera di precetti e ammonimenti paterni miranti a fornire alle future generazioni insegnamenti di vita volti ad arginare la corruzione morale e politica; e il dialogo manca perché la tradizione romana non accettava facilmente che gli insegnamenti del pater familias venissero contrastati. Essa costituisce la testimonianza della continuità tra il pensiero e l’azione politica che, secondo Cicerone, non possono vivere separatamente; emerge così con forza la sua fede nella libertà repubblicana. E proprio per questo motivo diversi studiosi hanno considerato il De officiis il suo testamento spirituale.

Vivere sempre in perfetta armonia con la virtù e l’onestà… (Cicerone)

Il Trattato si divide in tre libri. Il primo affronta il tema dell’honestum, che deriva dalle quattro virtù fondamentali: sapienza, giustizia, fortezza, temperanza. Il secondo tratta il tema dell’utile, che coincide con l’onesto, e che si ottiene grazie ad un coraggioso altruismo unito alla stima e alla benevolenza rivolta ai cittadini. Nel terzo si affronta il conflitto tra l’utile e l’onesto, un contrasto però soltanto apparente, perché l’onesto si identifica con il sommo bene e il bene con l’utile. La disonestà, infatti, è contro la legge morale; quest’ultima ha il suo fondamento nella rettitudine del pensiero e dell’azione. Dunque il bene va realizzato per sé stessi, indipendentemente dal giudizio degli altri, invece il male non va mai compiuto, neanche quando possa restare celato agli occhi del mondo.
Cicerone sostiene che non bisogna confondere ciò che chiamiamo onesto con i vantaggi naturali, perché coloro che misurano ogni cosa in base ai propri vantaggi e profitti sono soliti confrontare l’onesto con ciò che credono utile, invece ciò che è onesto è sempre utile.
Per gli ammaestramenti morali e gli esempi di condotta che contiene, il De officiis è stato considerato un vero e proprio capolavoro del Cicerone “filosofo morale”, un arricchimento interiore per meditare su alcuni dei valori più alti, nobili e universali tramandatici dalla civiltà classica.
Tanti gli umanisti europei che videro in Cicerone un modello da imitare, in quanto aveva contribuito parecchio a difendere e a diffondere gli ideali di libertà, giustizia, onestà.

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