Culturificio
pubblicato 6 mesi fa in Cinema

Lady Bird

Fly Away Home

Lady Bird

Capelli rosa, occhi di un azzurro cielo, una divisa da scuola cattolica femminile e un nome che non passa affatto inosservato. Questa è Lady Bird.

Prima di leggere la sceneggiatura di Lady Bird, non mi ero mai imbattuta in un’eroina donna che si vedesse come un’eroina donna. Lady Bird porta a un nuovo livello il concetto di autostima. Sa che diventerà qualcuno. E ha delle cose da dire, anche se non sa ancora bene quali siano.

Parola di Saoirse Ronan, la 22enne irlandese in corsa per l’Oscar come attrice protagonista. È lei la musa scelta da Greta Gerwig per il suo fortunatissimo debutto alla regia, candidato a ben 5 nomination (alla suddetta si aggiungono miglior film, miglior attrice non protagonista a Laurie Metcalf, nel ruolo della madre, miglior sceneggiatura originale e miglior regista).

Lady Bird è un coming-of-age, un film di formazione (alla maniera dei che percorre il turbolento passaggio dall’adolescenza all’età adulta, epurato da stereotipi inverosimili e da improponibili situazioni, da censure perbeniste e da tagli sessisti.

Con questo esordio, Greta Gerwig non vuole inneggiare alla “rivoluzione rosa”, al femminismo grossolanamente sfoggiato come trofeo, strumentalizzato e mercificato dai media e dall’industria dello spettacolo. Lady Bird è un film sulla riappacificazione con se stesse e il proprio passato. In ognuna di noi c’è una Lady Bird, pronta ad abbandonare il nido e a fronteggiare le difficoltà a testa alta.

Siamo nel lontano 2002 (“volevo fare un film ambientato nel mondo immediatamente dopo l’11 settembre”), nella periferia di Sacramento, in California. “Sono cresciuta a Sacramento. Lady Bird è una lettera d’amore a Sacramento” confessa la regista.

Christine McPherson, o meglio, Lady Bird, il nome con cui lei stessa si battezza, è una 17enne anticonformista, esuberante, poco ligia al dovere, spudorata e per niente incline al compromesso.

Rinominare è un atto creativo, è un atto di paternità e autorialità e un modo per trovare la propria vera identità creandone una nuova. È una bugia al servizio della verità. Nella tradizione cattolica, alla cresima viene dato un nome, il nome del santo che speri di emulare. Nel rock ‘n’ roll, ti dai un nuovo nome per diventare mito di te stesso.

Frequenta l’ultimo anno delle superiori e si trova a dover prendere una (“la”) decisione cruciale: se accontentarsi di un’università statale a poche miglia da casa o se contemplare l’idea di tentare i test d’ingresso per i costosi e irraggiungibili college della East Coast.

Tuttavia, la sua famiglia, un po’ ingombrante e fuori dal comune, è in gravi difficoltà economiche: il padre è stato appena licenziato e versa in uno stato di latente depressione. A gravare sul bilancio familiare si aggiungono il fratello maggiore adottivo, anche lui in cerca di lavoro, e la sua ragazza.

E la madre? Con lei non c’è tregua, il conflitto è sempre dietro l’angolo. “Il rapporto madre-figlia è la vera storia d’amore di questo film” ci dice la regista.

Ciò che rende questo personaggio incredibilmente irresistibile e irresistibilmente credibile è la sua veracità, il suo modo di essere sfaccettata, caleidoscopica, non preconfezionata e falsificata dal diktat del cinema maschiocentrico. Lady Bird funziona perché è una commistione di sfrontatezza e timidezza, di esuberanza e insicurezza, di impulsività e di fermezza, di ruvidezza e di delicatezza.

Si candida annualmente alle elezioni studentesche per rispettare una tradizione consolidata che la vuole puntualmente perdente. Fuma sigarette ai chiodi di garofano e veste in modo fieramente strambo. Mangia ostie (“Tanto sono sconsacrate” ribatte sciogliendosi in una fragorosa risata) a testa in giù con la sua migliore amica Julie, parlando senza alcun pudore (perché dovrebbero?) della masturbazione. Sfoglia furtivamente, con legittima curiosità, il giornale erotico Playgirl (sarà la prima cosa che comprerà con orgoglio al compimento della maggiore età). Desidera poter entrare in un tubino senza morire d’asfissia, ma ammette, senza sensi di colpa, di essere perennemente affamata (al diavolo le diete, non sarà mai una delle modelle sulle riviste!). Il suo sentimento di religiosità non è represso, forzato, né tantomeno passivo, sterile, ma sempre interrogato, sentito. Crede in Dio, in un Dio, senza bigottismi, anche se talvolta questo Dio risulta indesiderato e incomprensibile.

Si comporta come se non avesse nulla da perdere e ogni ostacolo si rivela per lei un’occasione per mettersi alla prova. Entra a far parte della compagnia teatrale per fare colpo su Danny (Lucas Hedges). La scoperta della sua omosessualità metterà fine alla loro relazione, senza livore, senza attrito, ma con un abbraccio di amicale sostegno. Poi è la volta del maledettismo seducente di Kyle (Timotheé Chalamet), con cui perde definitivamente la verginità. Tutte le aspettative costruite intorno all’evento tanto agognato crollano miseramente. Ciononostante, non permette che diventi un motivo di autolesionismo morale. Non ha tempo per insensati autosabotaggi. C’è il suo intero futuro in ballo.

Lady Bird è una tosta, l’avrete capito ormai. Non si lascia “ingabbiare” dalle situazioni scomode. Nessuno ha il diritto di tarparle le ali. Lotta per il suo spazio vitale, per la sua dignità, per la sua libertà. Si mette in discussione. Perdona e si perdona. Possiede una forza di volontà tanto ammirabile quanto confortante. Una forza che abbiamo anche noi, che abbiamo sempre avuto, una forza che aspettava soltanto di essere ridestata.

Quando arriva finalmente la lettera d’ammissione, il suo sogno sembra realizzarsi per davvero. Rivernicia di bianco le pareti della stanza, saluta il suo recente passato, che ai suoi occhi rinnovati di speranza sembra già vecchio e ammuffito. Quello sopravvissuto e indelebile lo ripone nelle scatole che porterà con sé dalla parte opposta del paese. Prima di partire, saluta al tramonto le strade della sua piccola Sacramento dal finestrino dell’auto. La invade già un’acuta nostalgia: mai prima d’ora si era accorta di quanto fosse bella la sua città, la stessa città che poco più di un anno prima le stava tremendamente stretta.

New York, 2003. La Grande mela è molto più grande di quello che credeva. Si sente un pesce fuor d’acqua, una provincialotta senza né arte né parte. Si sente sola. Si sente anonima. Si sente un puntino indistinguibile, circondata da estranei scontanti e sfuggenti.

Dopo una pesante sbronza, il giorno seguente, esattamente una domenica mattina, il richiamo lontano di un organo e il suono familiare delle campane la riconducono nel luogo che, inconsapevole, l’ha protetta e allevata per anni, l’ha accompagnata silenziosamente nel suo evolversi, assecondando le sue ribellioni, i suoi tentennamenti e, infine, le sue scelte. Non dimentichiamoci che perfino il cosmo, prima di diventare ordine universale, è stato caos primordiale.

“Vi voglio bene, Christine” è il messaggio che lascia alla segreteria telefonica di casa.
Lady Bird è volata via e ha dato il benvenuto (o il bentornato?) a Christine, il suo primo, unico vero nome. Da sempre.

 

 

 

Articolo a cura di Alessandra Savino