Alessandro Di Giacomo
pubblicato 5 mesi fa in Storia

Le “Guerre Stellari”

da Peenemünde alla conquista della Luna

Le “Guerre Stellari”

Sono passati cinquant’anni da quella magica notte dell’estate 1969 quando l’uomo mise piede sulla Luna. La missione dell’Apollo 11 fu uno dei momenti più entusiasmanti per la storia dell’uomo ma anche uno dei passi chiave di quel periodo di “Guerra Fredda”, caratterizzato dal confronto/scontro tra Stati Uniti e Unione Sovietica, basato sulla dimostrazione di efficienza tra due modelli, quello capitalista e quello socialista, e la corsa allo spazio ne divenne uno dei principali terreni di scontro. Una lotta senza esclusione di colpi che risale addirittura ai mesi conclusivi della Seconda Guerra Mondiale…

Tra il 1942 e il 1943, la Seconda Guerra Mondiale era al suo punto di svolta: battaglie come Stalingrado, El Alamein e le Midway avevano cambiato il corso del conflitto e le forze dell’Asse stavano iniziando il loro lento ma inesorabile tracollo. Di fronte alla possibile disfatta Hitler, che non avrebbe mai accettato la resa, entusiasmò i suoi sostenitori parlando di “armi segrete” che avrebbero garantito alla Germania un nuovo vantaggio. Ma di cosa parlava esattamente il Führer? A Peenemünde, nel Nord-Est della Germania, i tedeschi avevano creato la “Heeresversuchsanstalt”, un enorme impianto di progettazione e fabbricazione di missili e altri tipi di armamenti, rivoluzionari per l’epoca. Fu da questo impianto che uscirono i temutissimi razzi V1 e V2 (i cui nomi originali erano rispettivamente “FZG 76” e “Aggregat 4” ma furono rinominati, per scopi propagandistici con la V, da “Vergeltungswaffen”, letteralmente “arma di rappresaglia”, per volere di Joseph Goebbels). A capo di questo impianto, c’era il barone Wernher von Braun, il massimo esperto di missilistica al mondo, un precursore nel suo campo, una mente geniale, capace di rendere possibile ciò che per altri poteva solo essere immaginato, tanto che si racconta di un suo interesse per lo spazio già negli anni ‘40.

Nel 1945, la tenaglia degli alleati attorno alla Germania era sempre più serrata: ad Ovest, gli americani erano entrati nel territorio tedesco mentre, ad Est, l’Armata Rossa sovietica avanzava con ferocia, vincendo una battaglia dopo l’altra. Von Braun, percependo la ormai certa disfatta,  radunò i suoi collaboratori e chiese loro a chi avrebbero preferito consegnarsi alla fine del conflitto: molti temevano i sovietici e il loro spirito di vendetta  per ciò che la Russia aveva dovuto subire con l’invasione nazista, mentre altri temevano di finire condannati a morte, come criminali di guerra, da tribunali inglesi per i pesanti bombardamenti dei razzi V2 su Londra. Alla fine, la scelta unanime fu quella di arrendersi agli americani e, per farlo, gli scienziati intrapresero un viaggio incredibile, sotto copertura di documenti falsi, per attraversare la Germania distrutta dai bombardamenti e scampare non solo ai russi e agli inglesi ma anche alle SS e alla Gestapo che avevano ordine tassativo di uccidere tutti gli scienziati fuggiaschi, per impedire che le loro scoperte finissero nelle mani sbagliate. Alla fine, von Braun riuscì ad arrendersi agli americani che, con l’operazione segreta Paperclip dell’OSS (Ufficio per le operazioni segrete), lo condussero negli Stati Uniti per impiegarlo nell’industria militare e spaziale.

I sovietici, di pronta risposta, giunti a Peenemünde, giurarono di distruggere tutto il materiale rinvenuto ma, in realtà, portarono nei laboratori russi tutto ciò che trovarono.

Fu questo il primo passo di una lotta destinata a durare per molti anni.

Dal 1945 al 1957, le due superpotenze lavorarono in gran segreto, per garantirsi il primato nella corsa allo spazio. Gli americani, complici i numerosi scienziati tedeschi condotti tra le loro fila e la vittoria nella precedente corsa al nucleare, erano certi di essere in vantaggio anche in quella spaziale. Questa sicurezza portò il Presidente  Dwight D. Eisenhower a dichiarare pubblicamente, in un suo discorso nel 1955, che entro il 1958 gli Stati Uniti sarebbero stati i primi a lanciare un satellite nell’orbita terrestre. Ma, il 4 ottobre del 1957, accadde qualcosa di sconvolgente… Mosca dichiarò al mondo intero di aver lanciato in orbita il primo satellite artificiale della storia: lo Sputnik 1, uno strumento estremamente semplice, una sfera di metallo di 58 centimetri, con quattro antenne radio per trasmettere alla Terra gli impulsi, per un totale di 83 kg. Lo Sputnik riuscì a restare in orbita tre settimane prima che le batterie si esaurissero e che, rientrando nell’atmosfera terrestre, bruciasse spontaneamente. Era solo l’ombra dei satelliti moderni ma l’idea di essere arrivati secondi, la paura della superiorità “comunista” e delle eventuali future applicazioni belliche dei mezzi spaziali, portarono un sentimento di terrore e confusione generale negli Stati Uniti, ricordato come “Crisi dello Sputnik”. Meno di un mese dopo, il 3 novembre del 1957, Mosca annunciò il lancio di un secondo satellite, lo Sputnik 2, con a bordo il primo essere vivente a vedere lo spazio: la cagnolina Laika, il cui vero nome era Kudrjavka (“ricciolina” in russo). Il cambio di nome, con cui è nota in Occidente, deriva da un fraintendimento tra un giornalista occidentale e una responsabile della missione. Il giornalista chiese quale fosse il nome del cane, ma l’intervistata capì che la domanda si riferisse alla razza, e rispose “Laika” (cani siberiani simili agli husky, molto resistenti alle condizioni estreme, specialmente alle basse temperature). La storia della cagnolina è triste se si pensa che, ancora prima di partire, era destinata a non tornare dal suo viaggio, non essendo programmato il ritorno per lo Sputnik; questa storia commosse moltissime persone e portò ad una serie di azioni di protesta contro le ambasciate sovietiche di tutto il mondo e al primo vero dibattito sull’utilizzo degli animali per scopi scientifici. Laika vide la Terra per 67 minuti prima di morire ma quell’ora di vita in orbita è bastata per farla diventare uno degli animali più famosi della storia e per farle tributare centinaia di omaggi da parte di artisti (canzoni, video musicali, scene di film, ecc.) o di aziende private (Laika è addirittura il nome di un’azienda che produce caravan).

Gli Stati Uniti erano annichiliti.

Tentarono una reazione nel dicembre dello stesso anno con l’avvio del progetto Vanguard, portato avanti dalla Marina americana, che però fu un clamoroso insuccesso: il razzo esplose durante la fase di accensione, sottolineando nuovamente l’inferiorità statunitense e accendendo tensioni tra la Marina e l’Esercito. L’Esercito americano aveva infatti un suo progetto che prevedeva il lancio di un satellite chiamato Explorer 1, ideato dalla mente dell’ex scienziato hitleriano Wernher von Braun. L’idea di von Braun fu preferita a quella della Marina e, nel 1958, con il lancio del missile Jupiter-C, anche gli Stati Uniti ebbero il loro satellite nell’orbita della Terra.

Nonostante questo importante risultato, il Congresso degli Stati Uniti era spaventato dalla superiorità sovietica e, con una votazione quasi unanime, concesse consistenti quantità di denaro che permisero al presidente Eisenhower di formare un’agenzia federale che radunasse tutti i programmi di ricerca spaziale: la “National Aeronautics and Space Administration”, meglio nota come NASA. La direzione tecnica di questa agenzia fu immediatamente affidata a von Braun. L’entusiasmo crescente portò nuova linfa alla creatività e alle speranze americane di primeggiare nella corsa allo Spazio. Il primo compito della NASA fu quello di avviare un programma per inviare l’uomo nell’orbita terrestre e, tra lo stupore e la gioia di un popolo intero, fu avviato il Progetto Mercury. Ma, ancora una volta, gli americani dovettero incassare una cocente sconfitta: il 12 aprile del 1961, dal cosmodromo di Bajkonur,  in Kazakistan, fu lanciato il Vostok 1, con a bordo il primo uomo che riuscì a valicare i cieli. Il cosmonauta Jurij Alekseevič Gagarin partì alle 9.07 dell’ora di Mosca, gridando la celebre espressione – поехали! (“poechali” ovvero “andiamo!”) e divenne un vero e proprio mito: compì un’orbita attorno alla Terra restando nello spazio per un’ora e 48 minuti, mostrando al mondo intero la sua affascinante figura di giovane navigatore di quei luoghi inesplorati. Parlando nel microfono del Vostok disse una frase molto commovente:

…La Terra è blu […] Che meraviglia! […] È incredibile […] Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini!

Non era solo un cosmonauta ma anche una figura riconosciuta internazionalmente come mitica, che aveva lanciato un messaggio di pace, uguaglianza e speranza in piena guerra fredda. L’Unione Sovietica aveva il suo eroe: tornato sulla Terra, fu accolto ovunque da folle oceaniche, acclamato in tutto il mondo e il Presidente Nikita Krusciov lo insignì delle prestigiose medaglie di Eroe dell’Unione Sovietica e dell’Ordine di Lenin. Solo sette anni dopo quel suo successo incredibile, il 27 marzo 1968, perse la vita, a soli 34 anni, in un incidente aereo nel tentativo di evitare la collisione con un altro velivolo. Sposato e padre di due bambine è  sepolto nelle mura del Cremlino assieme a tutti i grandi personaggi della storia sovietica. Non si può dimenticare nemmeno un’eroina “spaziale”, un’icona internazionale dell’emancipazione femminile: a bordo del Vostok 6, il 16 giugno del 1963, Valentina Vladimirovna Tereškova divenne la prima donna nello spazio, unicità che ha conservato per quasi vent’anni.                                                       

Nel frattempo, negli Stati Uniti, gli scienziati della NASA lavoravano con ritmi incessanti per assicurarsi l’ultimo punto in palio nella corsa allo Spazio: la conquista della Luna. Il nuovo Presidente John F. Kennedy dichiarò al Congresso, il 25 maggio 1961, che gli Stati Uniti avrebbero portato l’uomo sulla Luna entro la fine del decennio. Alle parole seguirono i fatti: la NASA avviò contemporaneamente il Progetto Gemini, con l’obiettivo di mettere a punto le tecnologie necessarie per l’impresa, e il Programma Apollo che si occupò dei test per l’incolumità degli astronauti, non senza vittime: nel 1967, tre astronauti furono uccisi da un incendio scoppiato durante una simulazione a terra. La NASA investì oltre il 60% del suo budget, che ammontava a 5 miliardi di dollari, per battere i sovietici che, dal canto loro, stavano lavorando assieme a Gagarin proprio con questo obiettivo. Lo sforzo fu imponente ma stavolta gli americani arrivarono per primi: il 16 luglio 1969 l’Apollo 11 (così chiamato perché i primi 10 esemplari erano stati utilizzati per i test a Terra o per le navigazioni senza equipaggio) partì dalla stazione spaziale di Cape Canaveral, in Florida, con un sofisticatissimo computer di bordo per l’epoca (con una potenza di calcolo però nettamente inferiore a qualsiasi modello di smartphone attuale). Si avvicinò al suolo lunare quattro giorni dopo. Mentre Michael Collins rimaneva nel Modulo di Comando, gli astronauti Buzz Aldrin, e Neil Armstrong entrarono nel Modulo lunare “Eagle“, iniziando gli ultimi preparativi per la discesa lunare che avvenne alle 20:17:40 UTC (04:56 italiane) di domenica 20 luglio. Pochi istanti dopo Armstrong disse:

«Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed».

«Houston, qui Base della Tranquillità. L’Eagle è atterrato».

A Cape Canaveral, a Washington, in tutti gli Stati Uniti, in tutto il mondo l’euforia fu incontenibile; miliardi di persone avevano assistito in diretta televisiva a quei momenti incredibili: la conquista della Luna sembrava abbattere quel muro invisibile che separa il possibile dall’impossibile. Ma se l’atterraggio aveva già entusiasmato il Mondo intero il “passo” successivo non poteva che rendere quella giornata una delle più gloriose della storia umana: Armstrong fu il primo uomo a mettere piede sul suolo lunare dichiarando:

«That’s one small step for man, but giant leap for mankind».

«Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità».                                                                                                                                 

Infine, i due astronauti misero una bandiera americana sul suolo lunare e una targa:

«Here men from Planet Earth first set foot upon the Moon. July 1969 A.D. We came in peace for all mankind».

«Qui uomini dal pianeta Terra fecero il primo passo sulla Luna. Luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace per tutta l’umanità».

Lo sbarco sulla luna fu un evento incredibile che coinvolse moltissime culture diverse: non esiste infatti civiltà al mondo nella quale la Luna non abbia un ruolo determinante. La Luna è la rappresentazione stessa dei viaggi spaziali, sin dagli albori del cinema di fantascienza: era il 1902 quando, la penna di Jules Verne e la regia di Georges Méliès, regalavano al mondo “Le voyage dans la Lune“, capostipite di un genere che nel tempo ha visto titoli come Star Wars e Star Trek, Alien ed E.T., 2001 Odissea nello Spazio e Incontri ravvicinati del Terzo Tipo. La Luna è anche musica. Sono moltissimi i brani, anche italiani, con la luna protagonista ma un artista su tutti fu consacrato dallo sbarco: il disco di “Space Oddity“, di David Bowie, uscì l’11 luglio del 1969, neanche dieci giorni prima della conquista della Luna, e fu inserita nella scaletta musicale legata alle immagini dello sbarco, divenendo un cult per l’epoca. In onore di Bowie, il 12 maggio 2013, il colonnello e comandante della Expedition 35, Chris Hadfield, ha intonato la canzone a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, prima di rientrare sulla Terra, registrando il primo video musicale della storia nello Spazio. 

Buon cinquantesimo anniversario. Stanotte guardiamo la Luna, sognando di tornare al 1969 e alla magia di quella notte…


Fonti:

Libri:

P. Magionami, Gli anni della luna. 1950-1972: l’epoca d’oro della corsa allo spazio, Springer Verlag, Milano 2009.

M. Capaccioli, Luna rossa. La conquista sovietica dello spazio, Carocci editore, Roma 2019.

Video:

La Grande Storia, programma Rai condotto da Paolo Mieli, puntata del 12/07/2019.

Passato e presente, programma Rai condotto da Paolo Mieli, puntata dell’11/03/2019.

Collegamenti esterni:

Wernher Von Braun

Biografia di Wernher Von Braun

Biografia di Yuri Gagarin

Fonte dell’immagine