Culturificio
pubblicato 1 mese fa in Favole selvagge

Le pagine oscure e avvelenate di Felipe Polleri

Le pagine oscure e avvelenate di Felipe Polleri

La nostra rubrica di letteratura ispanoamericana si chiama Favole selvagge: in omaggio a un racconto lungo del peruviano César Vallejo, Favola selvaggia (Edizioni Arcoiris, traduzione di Raul Schenardi), definito da César Aira, nel suo Diccionario de autores latinoamericanos, «magistrale, tortuoso e strano»: così, si spera, saranno i testi ospitati in questa rubrica a cadenza mensile, curata da Loris Tassi.

Uno «scrittore e/o accoltellatore» zoppo (Christopher Marlowe, successivamente William Shakespeare) che si aggira in una Londra borgesianamente «deformata dall’orrore dell’incubo»; un burattinaio (Parsifal Georg Kurtz Petelska) che cerca di sopravvivere in un mondo popolato da nazisti e da doppi o da impostori; il nervoso autore del Grande saggio sul funzionamento della macchina (Antoine) che lotta senza tregua contro le «alte sfere del Potere». Questi tre reietti dall’identità proteiforme sono i protagonisti di Germania, Germania! di Felipe Polleri. Quella che segue è la postfazione del volume pubblicato nel 2016 da Edizioni Arcoiris (traduzione di Loris Tassi).


Salterò dentro la mia novella,

anche se ciò dovesse tagliarmi il viso.

Franz Kafka

«Voglia il cielo che il lettore, reso ardito e momentaneamente feroce come ciò che legge, trovi, senza perdere l’orientamento, il suo cammino scosceso e selvaggio attraverso le paludi desolate di queste pagine oscure e avvelenate»1.

Sebbene abbia scritto in francese il suo sulfureo poema in prosa, il montevideano Lautréamont è considerato dallo studioso Ángel Rama il fondatore della corrente uruguaiana dei raros2 (termine traducibile con strani o eccentrici), che comprende autori visionari come Horacio Quiroga, Felisberto Hernández, Armonía Somers o Mario Levrero.

In questa corrente, minoritaria e quasi invisibile negli anni Sessanta e sempre più forte nei decenni successivi, si colloca Felipe Polleri, la cui produzione narrativa, molto apprezzata in Uruguay e in Argentina, dove ha suscitato l’entusiasmo di scrittori del calibro di Fogwill, Levrero, Rafael Courtoisie ed Elvio Gandolfo, ha cominciato da alcuni anni a diffondersi in Francia, negli Stati Uniti, in Messico e nell’America Centrale.

Nato a Montevideo nel 1953, Polleri inizia a pubblicare nel 1982: a El payaso y sus juegos, uscito in un’edizione d’autore ormai introvabile, seguono Carnaval (1990), Colores (1991), Amanecer en Lisboa (1998), El rey de las cucarachas (2001), Vidas de los artistas (2001), El alma del mundo (2005), Gran ensayo sobre Baudelaire (2007), La inocencia (2008), El pincel y el cuchillo (2011), El dios negro (trilogia composta dai già citati CarnavalColores e da El rey de las cucarachas)Los sillones marchitos (2012), ¡Alemania, Alemania! e Todos los cuentos (entrambi del 2013), Los animales de Montevideo (2015) e La vida familiar (2016).  Romanzi e racconti che, sebbene possano essere letti autonomamente, costituiscono un corpus testuale di grande compattezza tematica e formale. Polleri, allo stesso modo di Juan Carlos Onetti o di Juan José Saer, li ha concepiti infatti come capitoli di un unico grande Libro. «Scrivo sempre lo stesso libro e, se dovessi dire di che parla quel libro, e questo libro, mi troverei nell’ovvia necessità di dire che, ovviamente, c’è solo un argomento che mi interessa: la compassione»3. Ma se in Onetti e Saer il percorso dei personaggi, pur essendo non lineare, può essere ricostruito quasi interamente dal lettore, le creature di Polleri sono sempre condannate a ripetere gli stessi gesti e a pronunciare gli stessi deliranti monologhi, con minime variazioni (la scrittura è un atto di autocannibalismo, alla maniera di Raymond Chandler).

Non c’è trama né continuità – per dirla con William Burroughs –, non ci sono storie da raccontare; c’è invece un’implacabile esplorazione del cuore di tenebra dell’individuo e di una società schiacciata dal tallone di ferro del capitalismo selvaggio4: «In realtà, non credo di poter scrivere un romanzo. Solo frammenti. Frammenti di frammenti di frammenti»5.

Questa tendenza è ancor più evidente negli ultimi libri: «non tanto dei puzzle insensati quanto frammenti di puzzle insensati»6. E in questi frammenti, in cui lo scrittore procede a colpi d’ascia contro tutto e tutti (anche contro l’ortografia: si pensi, per esempio, a come vengono storpiati alcuni nomi tedeschi in Parsifal), si agitano outsider selvaggi e sarcastici, figli di un connubio lautreamontiano tra la penna e il coltello, «testimoni (involontari, sconvolti e infuriati) della crudeltà del mondo»7.

In tutti costoro Polleri si diverte a “disassemblare” l’identità; come ben evidenzia Raul Schenardi: «“Io è un altro”, la rivelazione di Rimbaud, potrebbe figurare in exergo all’intera opera di Polleri […] perché le identità multiple delle sue voci narranti, che fondamentalmente fanno pensare a una sola, sono identità mobili, sempre sul punto di andare in mille pezzi o di imboccare una linea di fuga»8.

Accenniamo in chiusura al funzionamento della macchina infernale Germania, Germania!: Christopher, Parsifal e Antoine sono tre individui distinti e separati o tre incarnazioni di un unico personaggio? Cosa accade veramente e cosa appartiene al delirio di chi parla? Ci troviamo di fronte a dei racconti autonomi oppure a un unico romanzo?

Le voci narranti si sovrappongono,il tempo è shakespearianamente fuori dai cardini, i luoghi non hanno confini (come l’inferno, secondo il Mefistofele di Marlowe) eppure non è così importante distinguere le persone reali da quelle immaginarie, i disegni della collezione Prinzhorn da quelli di Polleri, le citazioni inventate da quelle vere.

Germania, Germania! richiede innanzitutto un coinvolgimento fisico ed emotivo. Nelle sue pagine “oscure e avvelenate” è auspicabile perdere l’orientamento, lasciarsi risucchiare da una prosa martellante che non dà tregua e abbandonarsi a un sogno febbrile, proprio come fa Christopher nel suo viaggio su Marte.

di Loris Tassi


1 Lautréamont, I, in ID, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, traduzione di Lanfranco Binni, Garzanti, Milano 1990, p. 3.

2 Ángel Rama, Aquícien años de raros, Arca, Montevideo 1966.

3 Felipe Polleri, Le poltrone appassite, traduzione di Loris Tassi, postfazione di Alfredo Zucchi, Edizioni Arcoiris, Salerno 2020. Nei suoi testi Polleri sottolinea talora parole che si ripetono a breve distanza o che hanno una certa importanza.

4 Per approfondimenti rimandiamo ai numerosi articoli pubblicati dal critico spagnolo Rubén A. Arribas nel blog Los aviones desplumados. Segnaliamo anche l’intervista a Polleri di Pablo Silva Olazábal in La máquina de pensar. Il programma radiofonico è consultabile in rete.

5 Felipe Polleri, Los animales de Montevideo, Casa Editorial HUM, Montevideo 2015, pp. 130, 131. «Sono un distruttore di storie […]. Nel mio lavoro, quando qua e là si formano i primi segni di una storia, o quando in lontananza vedo spuntare da dietro una collina di prosa l’accenno a una storia, gli sparo» in Thomas Bernhard, Tre giorni, traduzione di Anna Caligaris, in Aut aut. 325. Thomas Bernhard. Una commedia una tragedia, a cura di Raul Kirchmayr, Milano 2005, p. 11.

6 Roberto Bolaño, Zach Sodenstern, in ID, La letteratura nazista in America, traduzione di Maria Nicola, Adelphi, Milano 2013, p. 120.

7 Felipe Polleri, El alma del mundo, Yaugurú, Montevideo 2005, p. 85. Questo libro – il primo in cui lo scrittore sperimenta con i collages – ha ispirato il film del regista Álvaro Buela El proyecto de Beti y el Hombre Árbol, in cui compare lo stesso Polleri.

8 L’articolo Germania, Germania! di Raul Schenardi si trova nel blog di Carmilla.