Alessandro Di Giacomo
pubblicato 3 settimane fa in Storia

Le quattro giornate di Napoli

Le quattro giornate di Napoli

10 luglio 1943. Gli alleati danno inizio alla conquista dell’Europa dal suo “ventre molle” (per usare le parole di Winston Churchill) e sbarcano in Italia, sulle coste meridionali della Sicilia. L’esercito italo-tedesco fu costretto alla ritirata e, solo 15 giorni dopo, il regime di Benito Mussolini vedrà la fine: con l’ordine Grandi, il Gran Consiglio mette in minoranza il Duce che, poco dopo, sarà arrestato. Il Re Vittorio Emanuele III chiamerà Pietro Badoglio, con il compito di firmare una pace separata con gli Alleati.                                                                                                                                                       L’armistizio viene firmato il 3 settembre ma solo la mattina dell’8 verrà pubblicamente annunciato: le azioni di guerra contro gli angloamericani dovranno cessare.                                                                                       In tutte le città e nelle piazze, la notizia viene accolta con feste e manifestazioni di giubilo: molti pensano che la guerra sia finita mentre, in realtà, sta per vivere il momento di maggior violenza. I tedeschi, nostri alleati da ormai tre anni, sono sparsi in tutta la penisola per contrastare gli Alleati ma, da questo momento, saranno l’incubo peggiore per migliaia di cittadini e soldati italiani.   

Anche a Napoli si festeggia la fine della guerra, dopo anni di  bombardamenti, carestia, lutti, mancanza di medicine e beni primari. Ma il 9 settembre, nemmeno 24 ore dopo l’armistizio, i tedeschi entrano in città per occuparla, forti di un vantaggio numerico (quasi 20.000 soldati in tutta la Campania) ma, soprattutto, approfittando del caos che regna tra i reparti italiani, lasciati senza comunicazioni ufficiali: in altre parole, i soldati del Regio Esercito sanno di dover sospendere le attività belliche contro gli Anglo-americani ma non hanno ordini su cosa fare con i tedeschi. Nel pomeriggio dello stesso 9 settembre, di fronte al saccheggio delle dispense e al tentativo di disarmare con la forza Carabinieri e Poliziotti, i cittadini napoletani organizzarono primi atti di resistenza all’occupazione teutonica.                                                                                                                         La mattina del 10 il conflitto raggiunse dimensioni nettamente più ampie: a Piazza del Plebiscito, alcuni militari italiani, coadiuvati da civili, impedirono ai tedeschi di attraversare la città con le camionette, aprendo il fuoco e uccidendo tre soldati della Wehrmacht. La risposta tedesca fu atroce: i nazisti diedero fuoco alla Biblioteca Nazionale, fucilando tutti i cittadini inermi che accorrevano per estinguere l’incendio e salvare la storia e l’arte che bruciavano.

 La situazione aveva raggiunto un punto di non ritorno.  Il Colonnello Walter Scholl, a capo delle truppe tedesche, ordinò di affondare tutte le navi ormeggiate nel porto e fece diramare le norme speciali dello “Stato d’Assedio”, cui tutti i cittadini dovevano sottomettersi, pena la fucilazione. Nel tentativo di scoraggiare qualsiasi forma di resistenza, i tedeschi iniziarono ad usare la violenza come metodo per imporre ogni decisione: particolarmente brutali furono le fucilazioni di marinai o  carabinieri, rei di aver risposto al fuoco improvvisamente aperto dai tedeschi, cui la popolazione fu costretta, ancora una volta inerme, ad assistere. Gli studenti universitari organizzarono una manifestazione non violenta per fermare il comportamento scellerato degli occupanti ma la risposta fu l’invio dei carri armati che aprirono il fuoco sulla folla,  mietendo decine di vittime.

Il 23 settembre, furono affissi manifesti firmati dal prefetto di Napoli in cui si intimava a tutti i cittadini maschi, di età compresa tra i diciotto e i trentatré anni, la chiamata al servizio di lavoro obbligatorio per aiutare i tedeschi (in pratica altro non era che una deportazione forzata nei campi di lavoro in Germania). All’appello risposero appena 150 cittadini su oltre 30.000 previsti dai censimenti.  La risposte tedesca si ebbe con un proclama, affisso in ogni quartiere, che recitava: 

« Al decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno risposto in quattro sezioni della città complessivamente circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbero dovuto presentarsi oltre 30.000 persone.
Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate Germaniche e del Ministero degli Interni Italiano.
Incominciando da domani, per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presentandosi sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno dalle ronde senza indugio fucilati.
Il Comandante di Napoli, Scholl
»

Al manifesto seguirono ronde e rastrellamenti in ogni quartiere che portarono all’arresto e alla deportazione di centinaia di giovani. Il popolo napoletano capì che l’unica soluzione possibile era contrattaccare gli occupanti: fu l’inizio di quattro giornate di battaglia, destinate ad entrare nella storia.

All’alba del 27 settembre, nel quartiere Vomero, circa 500 uomini armati aprirono le ostilità contro gli occupanti e uccisero alcuni soldati del Reich e un Maresciallo tedesco. I cittadini armati si diressero poi nel bosco di Capodimonte, dove i tedeschi avevano allestito delle fosse comuni in cui riversare i corpi dei prigionieri; successivamente un gruppo di insorti riuscì a fermare i genieri tedeschi che volevano minare il Ponte della Sanità. Nelle stesse ore, sempre al Vomero, il Tenente Enzo Stimolo si mise alla guida di 200 insorti e condusse l’attacco all’armeria di Castel Sant’Elmo che cadde la sera, dopo feroci combattimenti strada per strada. I partenopei, nelle ore serali, assalirono altri depositi di armi e munizioni: ormai si combatteva in ogni angolo della città.                                                                                                                             Una particolarità del primo giorno di lotta è oggi nota grazie alle parole di Antonio Amoretti, ex comandante partigiano, che partecipò ai combattimenti nell’area di  Piazza Carlo III, nel quartiere San Giovanniello:

« Quando scoppiarono le insurrezioni, i femminielli scesero in strada sparando al fianco di noialtri »

I “femminielli” erano omosessuali travestiti da donne, “antenati” dei moderni travestiti e trans che, senza lottare per i diritti civili, all’epoca impensabili, erano conosciuti e perfettamente integrati e accettati dalla società napoletana. Questa categoria, ovviamente minacciata dalle logiche naziste, si unì senza timore alla battaglia, distinguendosi per il coraggio e la prontezza tra le barricate.

Il 28 settembre, la partecipazione popolare si estendeva a tutti i quartieri e in ogni categoria della popolazione e si ampliò l’area dei combattimenti: nel quartiere Materdei, i tedeschi furono accerchiati e assediati dalla folla, a  Porta Capuana e nei pressi del Maschio Angioino i partenopei organizzarono scorribande, scatenando una vera e propria guerrilla urbana. La reazione nazista iniziò proprio dal Vomero dove, il giorno precedente, c’erano state le maggiori perdite: i tedeschi ammassarono i prigionieri nel Campo Sportivo del Littorio (Oggi Stadio Arturo Collana), spingendo gli ormai veterani del Tenente Stimolo ad attaccare il campo di prigionia dove la battaglia raggiunse il suo climax.

Il 29 settembre i tedeschi furono costretti a ricorrere ai temibili carri armati Tiger che trovarono la coraggiosa opposizione di 50 cittadini, armati con le bombe a mano che, però, furono costretti alla ritirata. I carri tedeschi avanzarono in città fino a Via Santa Teresa degli scalzi, dove avvenne uno degli eventi più significativi da un punto di vista umano delle quattro giornate. Per parlarne, occorre introdurre un’altra delle categorie che parteciparono alla Resistenza partenopea: gli “Scugnizzi”. Letteralmente “piccoli delinquenti” erano così chiamati i giovanissimi ladri delle vie periferiche della città; spesso orfani o abbandonati dalle famiglie avevano, fin da giovanissimi, coraggio da vendere che, in questa occasione, li spinse a partecipare alle ostilità. Uno di questi scugnizzi era il giovanissimo Gennaro Capuozzo (detto Gennarino) di soli 11 anni che, dopo due giorni di combattimenti, cadde nel tentativo di fermare l’avanzata di un Tiger con le granate: moriva così uno dei più giovani eroi della Resistenza italiana. Nelle stesse ore, i ribelli attaccarono l’Aeroporto di Capodichino e  riuscirono a resistere agli assalti tedeschi nel quartiere di Ponticelli, mentre l’azione incessante del Tenente Stimolo, per liberare i prigionieri, costrinse i tedeschi, ormai provati da tre giorni di ostilità senza tregua, a richiedere un incontro per negoziare: Stimolo riuscì ad estorcere a Scholl la liberazione di tutti i prigionieri, in cambio della possibilità di ritirare le truppe tedesche da Napoli senza ritorsioni. Fu una grande vittoria: per la prima volta, un comandante tedesco fu costretto a  negoziare con un esercito non regolare per salvare le sue truppe.

Il 30 settembre i combattimenti continuarono, nonostante gli accordi, soprattutto nei quartieri di periferia. I tedeschi in ritirata si macchiarono di un ennesimo crimine che riassume la crudeltà e la mancanza di rispetto per la storia tenuti dal terzo Reich: fondi dell’Archivio di Stato di Napoli furono dati alle fiamme nella villa Montesano di San Paolo Belsito, dove erano stati nascosti, con incalcolabili danni al patrimonio storico e artistico, e la perdita degli originali membranacei della Cancelleria Angioina.

Il 1 ottobre, gli Alleati entrarono in città sui loro carri armati: Napoli era ridotta ad un cumulo di macerie, i suoi abitanti avevano sostenuto uno sforzo senza eguali, gli sfollati erano migliaia, i corpi di centinaia di cittadini giacevano sulle strade, nelle piazze, tra le macerie … ma la città era libera.

I partenopei furono i primi a ribellarsi ai nazisti e diedero un esempio di eroismo e di consapevolezza che il neonato Comitato di Liberazione Nazionale cercò di esportare nel resto delle città occupate. Per  l’immenso coraggio dei suoi cittadini, la Città è stata insignita della Medaglia d’Oro al valor militare.

In ricordo delle quattro giornate di Napoli il regista Nanni Loi ha diretto un film dall’omonimo titolo e il poeta Salvatore Palomba ha scritto una meravigliosa poesia in dialetto dal titolo “Napule nun t’ ‘o scurda’” le cui ultime strofe recitano:

« Napule nun t’ ‘o scurdà.                                                                                                                              ‘O vintotto ‘e settembre d’ ‘o quarantatrè                                                                                                                     ‘o popolo napulitano combatteva e moreva                                                          pe’ scrivere ‘int’ ‘a storia finalmente                                                                                                                        quatto pagine tutte cu ‘o stesso nomme:                                                                                                                            DIGNITA’!                                                                                        Napule nun t’ ‘o scurdà! »

Le fonti

Libri:

Aldo De Jaco, Le quattro giornate di Napoli. La città insorge, edito da Editori Riuniti, Roma 2016

Almerico Realfonzo, I giorni della libertà : dalle quattro giornate di Napoli, alla Repubblica dell’Ossola, a Milano liberata, Mimesis edizioni, Milano 2013

Video:

Il film “Le quattro giornate di Napoli”, regia di Nanni Loi, prodotto da Titanus, 1962 (qui il link per vederlo: https://www.raiplay.it/video/2016/09/Le-quattro-giornate-di-Napoli-e8ae5f8e-8c57-4367-aae2-9d768507aadd.html)

Collegamenti esterni:

http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2017/09/27/news/quattro-giornate-di-napoli-la-storia-dei-femminielli-che-fecero-la-resistenza-1.309802

Fonte dell’immagine