Peppe Giorgianni
pubblicato 8 anni fa in Letteratura

L’egoismo esistenziale di Mersault, lo straniero di Albert Camus

l’inscindibile legame tra assurdo e reale

L’egoismo esistenziale di Mersault, lo straniero di Albert Camus

Romanzo tra i più celebri della letteratura occidentale del secolo scorso, inserito, addirittura, dal quotidiano Le Monde al primo posto tra i più imperdibili romanzi del secolo scorso, Lo Straniero, scritto da Albert Camus e pubblicato nel 1942, raggiunge un acme espressivo raramente rintracciabile in qualsiasi altro scritto.
Lo stile caustico e serrato dell’opera, i periodi brevi, brevissimi, la descrizione analitica, fredda di ciò che è intorno e di ciò che è interno a Mersault catturano il lettore e lo immergono nell’atmosfera surreale, nella cappa di inconsistenza che vive il protagonista del romanzo.
Le prime due frasi già delineano l’atmosfera dell’intera opera.

 

Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so.

A cosa è straniero Mersault?
A sé stesso innanzitutto. Alla propria sfera emotiva che egli, da molto lontano, vede turbarsi, muoversi e commuoversi. Il suo sguardo asfittico e cinico rende le sue emozioni fredde, vive ma pragmatiche, come fossero equazioni matematiche.
Egli conosce a fondo sé stesso, crede di aver agguantato la verità dell’eterna incompiutezza, dell’inutilità dell’essere. Egli sa che da ogni sua azione, o da ogni azione del suo prossimo, scaturirà una reazione in sé, prevedibile, programmata, scelta.
Ed è una sua azione quella che segna lo snodo centrale nel romanzo, che divide le due parti della narrazione. Non spiegherò come né perché arriva a compiere tale azione. Quello è un tema secondario nella trattazione e, inoltre, il mio non svelarlo vuole essere un cordiale invito alla lettura del libro.
Mersault, all’esatta metà del romanzo, spara. Uccide.
Lo fa quasi per sbaglio, per una congiunzione astrale che stavolta non riesce a indirizzare.
La sua fredda mano stringe la fredda pistola e.. Fuoco..Fuoco, fuoco, fuoco, fuoco.

 

Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come su bussassi quattro volte alle porte dell’infelicità.

Credo che questa sia una delle immagini più potenti della letteratura moderna. I quattro rintocchi alla porta dell’infelicità. Lui ha appena ucciso un uomo e, svuotando l’azione da ogni senso, carica su sé stesso la responsabilità di aver distrutto il suo equilibrio emotivo.
Non una vita umana, la sua vita interiore.
Mersault, con queste parole, sta circoscrivendo l’intera umanità, l’intera vita, a sé stesso. Non importa la reazione materiale all’azione che egli ha compiuto. No. Egli racchiude all’interno della sua sfera emotiva il senso totalizzante dell’esistenza.
Egli si mostra nudo al mondo anche quando, una volta imprigionato, rifiuta di difendersi in alcun modo, di deresponsabilizzarsi.
Non vuole abbandonare la vita, ma sa che non è niente di più che una grande balla. Non ha intenzione di partecipare al gioco, non vuole essere come gli altri uomini, incoscienti del proprio destino, non vuole ammanettarsi all’idea di una vita ultraterrena, all’idea di un Dio che non appare consolatorio, ma falso e ipocrita, un feticcio creato dal mancato senso di responsabilità degli uomini.

 

Avevo avuto ragione, avevo ancora ragione, avevo sempre ragione

Mersault siede sulla vita e la sovrasta, cosciente che la stessa è solo un’effimera prosa tra la poesia della nascita, dell’inizio, e la poesia della morte, l’annullamento totale.
Che la vita è una scelta tra il vuoto totale della coscienza del suo essere effimera e l’infantile pienezza della bugia accomodatrice.
E così svelato, nudo, si mostra al lettore. Povero e misero come ogni uomo. A ingannare lo scorrere degli eventi con quella che è la sua cruda realtà. A tessere legami inscindibili tra l’assurdo di una vita insensata e di azioni svuotate, e il reale del dolore che lo colpisce e lo accompagna, conseguenza di una vita guardata da lontano, ma vissuta nel suo cuore.


 

 

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