Culturificio
pubblicato 3 mesi fa in Letteratura

L’ultimo canto di un paisano errante

"Pian della Tortilla", John Steinbeck

L’ultimo canto di un paisano errante

… The truth is that one must not make too much of anything in life, good or bad (The Shadow Line, Joseph Conrad)

Pian della Tortilla è puro divertimento, è digressione e allontanamento, è una storia narrata per l’antico piacere di raccontare. Con leggerezza ci porta in una dimensione epica abitata da cavalieri, santi e filosofi che perseguono la dantesca via di «virtute e canoscenza», a modo loro.

L’ambientazione è Pian della Tortilla, Monterey, California; il pretesto sono due case di cui Danny si scopre proprietario al ritorno dalla guerra; la premessa è che si tratta di un romanzo cavalleresco: «Poiché la casa di Danny fu simile alla Tavola Rotonda, e gli amici di Danny non furono dissimili dai Cavalieri di quella». La principale differenza tra i primi e i secondi sta nell’abbigliamento.

Danny e i suoi amici, cavalieri del secolo passato, cercano nella miseria della Grande depressione come stare in armonia con il mondo; misurati e riflessivi a volte, avventati e impulsivi altre, pervengono spesso alla soluzione più adatta.

Di Danny apprendiamo subito come la sua generosità spassionata si mescoli a un’astuzia sorniona e vigile:

Ma poi notò che Pilon si teneva le falde della giacca in modo troppo affettuoso.

Gridò allora:

Ai, Pilon, amigo!

Pilon affrettò il passo.

“Pilon, amico mio, compagno, dove vai così di furia?” gridò Danny.

E mise le gambe al trotto.

Pilon si rassegnò all’inevitabile e si fermò, lo attese. Danny lo raggiunse stanco, ma parlò entusiasta.

“Ti ho cercato, mio angelo di amico, ti ho cercato, perché, vedi, ho qui due bistecche di maiale meravigliose, e un sacco di profumato pane bianco. Partecipa alla mia abbondanza, Pilon, tesoro.”

Pilon alzò le spalle. “Come vuoi” mormorò selvaggiamente.

Insieme ripreso il cammino pei boschi.

Pilon era sconcertato. Infine, fermandosi e affrontando l’amico, ruppe il silenzio.

“Come hai fatto a sapere che avevo una bottiglia di brandy sotto la giacca?” chiese.

Più di qualcuno ha notato che in Pian della Tortilla si beve molto, ed è proprio così: galloni su galloni di vino, non sempre pregiato (dannato Torrelli!), vengono trangugiati e accompagnano lo scorrere delle vicende epiche e gloriose di Danny e dei suoi amici «che, costituiti in unità, largirono filantropia, e conobbero dolcezza, gioia e, infine, mistico dolore». Alcuni brani presentano un tasso alcolico simile a quello di Mosca-Petuškì: poema ferroviario di V. Erofeev, La grande bevuta di R. Daumal, John Barleycorn di J. London o Sotto l’ala dell’angelo forte di J. Pilch; per esempio questo preciso e lucido breviario spirituale:

Ecco come si possono graduare, agli effetti spirituali, le fiasche: due dita sotto il collo della prima, conversazione concentrata; due dita più sotto, mestizia di dolci ricordi; tre dita ancora più sotto, pensieri di vecchi amori felici; un dito più sotto, pensieri di amori infelici; fondo della fiasca, tristezza in ogni senso; due dita sotto li collo della seconda fiasca, disperazione nera; due dita più sotto, canto di morte; altre due dita più sotto, canto di morte e dannazione. Da questo punto in poi inutile graduare; nulla vi è di certo e può accadere qualunque cosa.

Non c’è tuttavia da preoccuparsi, l’opera è di pregiata qualità e i postumi che lascia sono tersi e privi di mal di testa.

Se Danny è il punto di riferimento della comunità che si costituisce attorno a lui in felice isola utopica, Pilon, l’onnisciente Pilon, è l’alter ego del narratore e dello scrittore, è il saggio che ama raziocinare sui problemi e trovata la soluzione non si esime dal metterla in pratica. Pilon è inoltre capace di metamorfosi di natura metafisica:

Pilon, come spesso gli accadeva, era uscito dalla sua spoglia quotidiana di imperfezione. Egli era l’idealista quella sera, il generoso, il donatore. Era impegnato in una missione di bontà.

Insieme a queste trasformazioni in Pian della Tortilla ricorrono alcuni elementi magici propri dei romanzi cavallereschi: la ricerca di un tesoro e le ore trascorse a vegliarlo difesi da un cerchio magico tracciato sulla terra; il bosco, ottimo luogo per nascondere tesori e per nascondere sé stessi, luogo oscuro e luogo di apparizioni.

Superate le soglie del Duemila è chiaro che il legame con il mondo della magia e degli spiriti è per molti un fatto risibile e ridicolo; nulla di strano in ciò, ma è come non riconoscere il legame che c’è tra presente passato e futuro, è tentare un’illusoria fuga dalla morte (dalla vita), equivale a basare l’esistenza su una realtà affettatamente superficiale.

Il romanzo di Steinbeck è anche un’opera provocatoria «scritta allo scopo di reprimere lo scherno sulle labbra dei dotti biliosi». L’effetto è quello di una cartina tornasole, serve a distinguere i «sour scholars» grazie allo sdegno che sulle loro labbra si dipinge alla lettura di questo libro. Pian della Tortilla è un’aperta provocazione alla vana ipocrisia del perbenismo e della politica. L’attitudine a scioccare è ben visibile sin dall’inizio del libro: Danny è in prigione e passa il tempo schiacciando cimici per poi appiccicarle al muro, disegnarvi un cerchio attorno e scriverci sotto il nome di un funzionario locale; Tito Ralph, il carceriere beone ed ex-carcerato ne è scandalizzato ma constatato che la polizia ne esce illesa non dice nulla e si limita a riconoscere il grande rispetto che Danny nutre per la legge.

Nel 1937, due anni dopo la prima pubblicazione che assieme al successo gli attirò anche numerose critiche, Steinbeck aggiunge una prefazione al libro in cui si dichiara amareggiato per come le storie contenute in Pian della Tortilla siano state ritenute «quaint» – bizzarre – da certi «literary slummers» – sapientoni letterari –. Può dispiacere che le vicende umane di persone a noi care vengano sbeffeggiate ma questo è il rischio quando le si rendono pubbliche, le iene esistono. Tuttavia non mi preoccupo per Danny e i suoi amici, hanno la scorza dura. E se nella storia del turista a Napoli e dei dodici mendicanti che Russel cita in Elogio dell’ozio (una possibile postuma postfazione a Pian della Tortilla) i protagonisti fossero stati loro, i Cavalieri della Tortilla, beh, sono certo che nessuno si sarebbe alzato:

Tutti conoscono la storiella di quel turista che a Napoli vide dodici mendicanti sdraiati al sole (ciò accadeva prima che Mussolini andasse al potere) e disse che avrebbe dato una lira al più pigro di loro. Undici balzarono in piedi vantando la loro pigrizia a gran voce, e naturalmente il turista diede la lira al dodicesimo, giacché era un uomo che sapeva il fatto suo. Nei paesi che non godono del clima mediterraneo, tuttavia, oziare è una cosa molto più difficile e bisognerebbe iniziare a tale scopo una vasta campagna di propaganda.

Assieme formano una congrega di uomini capaci di far fronte ai numerosi ostacoli che costituiscono la vita. Ognuno di loro, in questa sintesi perfetta di cui Danny è il nume tutelare e ispiratore, ha il suo ruolo:

La spietata logica di Pilon, l’ingegnosità artistica di Pablo e l’umanità e dolcezza di Gesù Maria Corcoran erano state usate in tutta la loro estensione. Solo Joe il Grande non aveva dato alcun contributo.

Joe il Grande è lo sregolato, il figliol prodigo:

Fosse stato un eroe, il Portoghese avrebbe maledettamente sofferto a fare il soldato. Ma era il Portoghese, Joe il Grande, e la sua intima conoscenza della prigione di Monterey lo aveva, oltre che salvato da ogni pena patriota, confermato nella propria convinzione che, come i giorni di un uomo sono per metà destinati a dormire e per metà a stare sveglio, così gli anni di un uomo sono da trascorrere per metà in prigione e per metà fuori.

Anche lui trova accoglienza nella casa di Danny (ribadendo che alla tavola del Signore c’è posto per tutti), come il Pirata e i suoi cinque cani:

“Pensare,” disse, “tutti gli anni che ho passato in quel pollaio, senza conoscere gioia alcuna. Ma ora,” concluse, “ah ora sono così felice.”

Per quanto le avventure di Danny, Pilon, Pablo, Joe e Gesù Maria si spingano anche oltre il confine della legalità, essi agiscono come dei Robin Hood riparando alle ingiustizie e alle sofferenze che li circondano:

Gesù Maria Corcoran era maestro di umanitarismo. La sofferenza cercava di alleviare; il dolore cercava di placare; la felicità divideva. Non esisteva nessuna durezza in lui. Il suo cuore era sempre aperto all’uso di chiunque avesse da usarlo. Le sue risorse e capacità erano a disposizione di chiunque fosse meno dotato di lui.

L’intreccio che lega le storie di Pian della Tortilla è fatto di una concatenazione di eventi, in una successione di causa ed effetto, che hanno origine quando Danny diventa proprietario di due case (di cui una brucerà riunendo così gli amici sotto lo stesso tetto). Se la trama ricorda quelle dei classici picareschi uno dei punti di forza del romanzo di Steinbeck è la nonchalance con cui le vicende sono raccontate: il risultato è un contrasto umoristico tra lingua altisonante e prosaica realtà. Difficile restare impassibili e non condividere l’articolato e sottile ragionare di Danny e dei suoi amici, i quali con maestria zetetica e sapiente uso della maieutica costruiscono ragionamenti inoppugnabili ed elaborano strategie vicine alla perfezione, per far fronte a ogni tipo di problema.

A queste prime implicazioni filosofiche del romanzo se ne aggiungono altre di carattere più generale che riguardano la ripresa del concetto latino di otium contrapposto al negotium, ozio dunque inteso come attività della mente, spazio interiore da coltivare per sé stessi e per il prossimo, per liberarsi dalle ambizioni e raggiungere la serenità d’animo.

Danny e i suoi amici sono tutt’altro che inoperosi, non soffrono né di accidia né di oblomovismo, sono anzi vitali, sanguigni, veraci, dalla risata aperta e sincera; vivono una vita piena, in accordo con l’ambiente in cui si trovano. Dimostrano una scarsa propensione al lavoro, alla fatica inutile ma quando si presenta la necessità sono sempre pronti a profondere tutte le loro energie, che si tratti di dissuadere l’amico da una, a loro avviso, cattiva compagnia femminile o che si tratti di aiutare una madre che non ha di che sfamare i suoi otto figli (forse spinti dalla possibilità che di alcuni siano loro i padri).

Pian della Tortilla, pur nella sua levità, è costituito per sovrapposizioni di molti piani come una lastra incisa è fatta di diverse stratificazioni, tra questi piani se ne distingue anche uno di tipo religioso. I personaggi di quest’opera nutrono un grande rispetto per i santi. Per esempio, sebbene all’inizio abbiano tentato di rubarlo, è proprio il tesoro del Pirata, destinato a un dono in onore di S. Francesco, a cementificare l’amicizia tra Danny, Pilon, Pablo, Joe e il Pirata stesso. Un altro momento rivelatore si ha quando Pilon acquisisce una grazia e una perfezione divine: «Non un atomo di Pilon l’Imperfetto era presente quella notte in Pilon». O ancora quando Teresina – «piacente incarnazione di donna matura» – è attraversata dal dubbio che i propri figli siano frutto di un’immacolata concezione:

La regolarità con cui diventava madre era argomento di stupore per Teresina stessa. Le capitava alle volte di non riuscire a spiegarsi chi poteva essere il padre del figliolo in pendenza. Arrivò a credere che forse il contributo dell’uomo non era del tutto necessario.

Le vicende che Danny e i suoi amici vivono diventano parabole dalle quali trarre un insegnamento, una morale, anche quando sono complicate e a prima vista incomprensibili:

Pilon alzò la voce a lamentarsi: “Mica è una storia proprio buona, in fondo. È troppo piena di significati, insegna troppe cose e le une contrarie alle altre. Non si può trarne nessun utile. Non dimostra nulla.”

“A me piace,” disse Pablo. “Non ha un significato che si veda, eppure ne ha uno di certo, non saprei quale.”

Se in noi, leggendo le gesta di questi cavalieri-paisanos, nasce un sorriso, è un sorriso simile a quello che affiora leggendo le avventure di Don Chisciotte. Al pari suo, Danny e i suoi amici sono eroici in un mondo che ai loro occhi non funziona e che, pur adattandovisi, cercano di correggere limandone le imperfezioni.

Pian della Tortilla è anche un’ode anticapitalista. Il leitmotiv iniziale è il peso della responsabilità di possedere che coglie Danny quando riceve l’eredità e le inevitabili differenze tra chi ha e chi non ha che i suoi amici non tardano a rinfacciargli. Questo senso di responsabilità non abbandona mai del tutto Danny il quale, alla fine del romanzo, riprende a sentirne la gravosità e cerca di liberarsene in un ultimo folle amok:

Ma Danny non aveva bisogno di premure, aveva bisogno di libertà. Passò un mese a pensare, fissava dinanzi a sé il vuoto, allungava cupe occhiate agli onnipresenti amici, sparava calci ai sempre festevoli cani.

Cedette infine alla sua bramosia. E una notte uscì di casa, entrò nei boschi, scomparve.

Il cruccio di Danny è il cruccio del tempo e dell’andatura con cui procedere:

Il senso del tempo è vicino al mare più complesso che in altri luoghi, poiché, oltre all’andirivieni del sole e delle stagioni, vi sono le onde che salgono e scemano per la marea come dentro un’immensa clessidra.

Cominciò Danny a sentire questo gran battere del tempo. Guardava gli amici e vedeva come per loro ogni giorno fosse lo stesso.

La scelta che compie è di accelerare il passo fino a fondersi in un tragicomico emblema mitologico; la vita di questo eroe, armato della gamba di un tavolino, culmina in una scena che ricorda per follia il capitano Achab e per hybris Prometeo:

Danny si eresse ancor più; torreggiava e per poco la sua testa non toccava il soffitto. “Allora,” gridò “allora andrò fuori e mi batterò con l’Unico che è in grado di combattere. Affronterò il Nemico che è degno di Danny!”

Botte vecchia fa buon vino?

Alcune considerazioni sulla traduzione del 1939 di Elio Vittorini

In Pian della Tortilla stile e trama prendono parte a un gioco di continui rimpalli e rimandi tra alto e basso, tra elevato e prosaico, tra sacro e profano, generando momenti di riflessione e comicità a partire da una trama semplice ed esplicita (è sufficiente leggere la premessa dell’autore e i titoli dei capitoli per ottenere una valida sintesi del libro). Le scelte linguistiche, il tono, il registro, ancor più che in altre opere, sono dunque elementi fondamentali da tenere in considerazione leggendo in traduzione questo libro.

Ho letto Pian della Tortilla per la prima volta quando ero al liceo e i dubbi sulle traduzioni si limitavano al greco e al latino. Ora, dopo averlo riletto (nell’edizione Tascabili Bompiani, 2003) con lo stesso piacere e una maggiore attenzione mi sono chiesto se stavo leggendo Vittorini o Steinbeck, così ho confrontato la traduzione con l’originale (Tortilla Flat, The Modern library, Random House, Inc., 1937 [ebook]) e la risposta che mi sono dato è che stavo leggendo Steinbeck reinterpretato da Vittorini, in una riuscita resa dello spirito dell’opera che dimostra la sensibilità con cui il traduttore aveva colto e riprodotto il gusto e le sottigliezze del testo inglese.

Se il risultato generale è molto apprezzabile e la lettura non ne è compromessa, è evidente anche a una prima indagine sommaria che ci sono tagli, ritocchi, imprecisioni: il Vittorini traduttore comprende il Vittorini scrittore, e viceversa. Per rendere l’idea del modo di operare di Vittorini ho riportato di seguito alcuni esempi.

Dove l’opinione di Pilon sugli italiani si riduce al solo Torrelli:

«Torrelli had, Pilon knew, the Italians’ exaggerated and wholly quixotic ideal of marital relations» «Inoltre aveva una concezione donchisciottesca dei rapporti coniugali»

Dove stupidità, presunzione e avidità non sono nominate:

«Nor was he blind, as so many saints are, to the evil of good things. It must be admitted with sadness that Pilon had neither the stupidity, the self-righteousness nor the greediness for reward ever to become a saint»

«Egli, peraltro, non era cieco, come molti santi lo sono, al male che c’è nelle cose buone. E non aspirava a diventare un santo»

Dove Vittorini viene in soccorso di Steinbeck:

«some ethical things to think about»

«ampio argomento di riflessioni morali»

«Pilon had no speck of the Bad Pilon in him this night»

«Non un atomo di Pilon l’Imperfetto era presente quella notte in Pilon»

«It was dusky in the glade, and the air was sweet with pine resin»

«Era buio nella navata di pini, e per l’aria correva l’aroma della resina»

Dove Steinbeck sarebbe bastato:

«There is a changeless quality about Monterey»

«Tutto è sempre lo stesso, a Monterey»

Dove un capo viene scosso in italiano pur restando in inglese al proprio posto:

«“Next time,” Pablo said hopelessly, “you will take it outside and some will steal it»

«Ma, scuotendo il capo, disse Pablo: “Nascondilo fuori la prossima volta, e allora qualcuno ce lo ruberà»

Dove la gentilezza scompare e due evidenti bugie diventano tre:

«“Nice dog,” he said gently, and “Pretty dog,” both of them palpable lies»

«“O bel canino!” gli disse. “O caro! O simpaticone!” E furono tre bugie che disse»

Dove Duck diventa Dutch (?!):

«They slapped her on the buttocks and called her a “Butter Duck” and took little courteous liberties with her person, and finally left her, flattered and slightly tousled»

«Le diedero larghe manate sulle chiappe, la chiamarono “olandese di burro”, si presero insomma cento piccole libertà galanti con la sua persona, poi la lasciarono lusingata e un po’ confusa»

Dove Pilon espone le mani:

«Pilon opened the bag he held and exposed the ham sandwiches»

«Pilon mise in esposizione sulle sue mani i panini col prosciutto»

Dove Joe invece di assentarsi senza permesso va a donne:

«going AWOL on the Major’s horse»

«Andato a donne col cavallo del maggiore»

Dove un cappello indossato elegantemente prende la classica posa alla dioboia:

« At last he was ready; Pilon’s father’s hat rakishly on his head»

«Infine il Pirata fu pronto. Col cappello del padre di Pilon piantato in testa alla dioboia»

Dove da un testo all’altro le rovine smettono di fumare e gli amici di Danny decidono di non degnarle di un ultimo sguardo:

«Danny’s friends still stood looking at the smoking ruin. They looked at one another strangely, and then back to the burned house. And after a while they turned and walked away, and not to walked together»

«Gli amici di Danny restarono soli a guardar le rovine. Guardarono ancora un po’, poi si guardarono stranamente l’un l’altro, e voltarono le spalle alla casa bruciata. Si allontanarono a passi lenti, ognuno solo per una strada sua»

In difesa di Vittorini c’è da dire che la traduzione di Tortilla Flat è avvenuta in periodo pioneristico, sospeso tra sperimentazione e tradizione: negli anni Trenta non si era ancora sviluppato il concetto di traduzione filologicamente accurata che si è affinato nel tempo fino a raggiungere il rigore scientifico odierno; oltretutto Vittorini non si era mai recato negli Stati Uniti.

Nondimeno, o forse proprio per una fascinazione mai verificata, il ruolo di Vittorini è centrale nel «decennio delle traduzioni», anni in cui un elevato numero di traduzioni di opere straniere (quasi doppio rispetto a nazioni quali Germani e Francia) ha visto la luce grazie alla volontà e all’intraprendenza di editori, scrittori e intellettuali.

Che le traduzioni invecchino è inevitabile essendo la lingua un sistema vivo, in costante mutamento e in relazione stabile con la cultura, la società e la comunità di parlanti che la usa, ma la dimensione epica di Pian della Tortilla ben si presta a un linguaggio che riporta indietro nel tempo, capace di restituire in maniera adeguata il respiro creolo-cavalleresco delle gesta di Danny e dei suoi amici.

Vittorini è entrato in sintonia con il testo di Steinbeck, ne ha colto il sapore e lo stile; la fedeltà con cui li riporta non è di stampo scientifico bensì affettiva, è una traduzione eseguita con lo stesso sentimento che ha guidato Steinbeck nel raccontare le vicende di persone a lui care.

È probabile che prima o poi qualcuno si cimenti in una ritraduzione di questo classico, immagino che a quel punto potrebbe nascere una polemica simile, magari non per vastità, a quella che ha interessato la traduzione di Il signore degli anelli realizzata da Ottavio Fatica, e devo ammettere che, evitando le polemiche, sarei curioso di leggere una nuova traduzione di Pian della Tortilla: potrebbe rivelarne aspetti ancora inespressi e interessare nuovi lettori. Nel frattempo godiamoci questa, la cui fedeltà è da misurarsi con il metro del cuore e il compasso dell’intuizione.

di Nicolò Cattaruzzo