Alessandro Di Giacomo
pubblicato 3 anni fa in Storia

Mata Hari: l’occhio dell’alba, fra danza e spionaggio

Mata Hari: l’occhio dell’alba, fra danza e spionaggio

Nell’immaginario collettivo, la spia viene spesso associata a una figura versatile, capace, dinamica ed esteticamente seducente. Questa immagine fa venire in mente i libri o i film di James Bond, dove lo 007 di turno divide la sua vita fra missioni impossibili, macchine lussuose equipaggiate con armamenti all’avanguardia e una condotta sentimentale sregolata, senza amore ma, a tratti, divertente. Nella realtà storica le spie avevano l’arduo compito di carpire segreti e informazioni, di fare il lavoro sporco, rischiando la pelle senza alcuna convenzione di diritto internazionale che le proteggesse. La Storia ci racconta anche che il più delle volte le spie versavano in condizioni di indigenza; lo spionaggio era una scelta dettata più da ragioni economiche che da convinzioni personali. Questo potrebbe essere uno dei motivi che portarono un’attraente ragazza olandese a essere considerata, forse a torto, la spia più famosa del XX secolo. Si chiamava Margaretha Geertruida Zelle, meglio conosciuta come Mata Hari.

Margaretha nasce nel 1876 a Leeuwarden, nel Nord dei Paesi Bassi, dal padre Adam, commerciante e proprietario di un mulino e di una fattoria, e dalla madre Antje. Dopo il 1890 però, l’attività di famiglia subisce gli effetti della crisi di fine secolo e il padre si vede costretto a ritirarsi dal mercato.

La situazione si ripercosse sulla vita coniugale: i genitori divorziarono e il padre si trasferì ad Amsterdam mentre sua madre, rimasta con lei, morì l’anno seguente. L’adolescenza di Margaretha è travagliata, divisa fra la difficile situazione familiare e le molte attenzioni che riceve dagli uomini per la sua fisionomia, abbastanza inusuale per i paesi del Nord Europa, di ragazza mora con gli occhi neri. Viene allontanata da diverse scuole: in una per lo scandalo della sua relazione con il preside, in un’altra perché molestata dagli insegnanti; la sua bellezza, ritenuta esotica, è fortuna e condanna, e lo sarà per tutta la sua vita. Finiti gli studi da maestra d’asilo, appena diciannovenne, decide di rispondere ad un’inserzione matrimoniale del capitano Rudolph Mac Leod, un uomo di vent’anni più grande, con cui andrà a vivere prima ad Amsterdam e poi a Giava, dove ebbero due figli (Rudolph era un ufficiale militare nelle colonie delle Indie Orientali Olandesi).

Il matrimonio non fu felice fin dagli albori: Margaretha scoprì che Rudolf aveva contratto la sifilide nei suoi precedenti viaggi militari, l’aveva trasmessa a sua moglie e, in forma congenita, ai due figli che morirono precocemente. Inoltre, la bellezza di lei non passava inosservata, scatenando le gelosie del marito: nel 1902, tornati in Olanda, i due divorziarono.

Comincia così la nuova vita di Margaretha, sempre più consapevole delle possibilità che il suo aspetto può offrirle: nel 1905 si trasferisce a Parigi dove inizia la sua carriera di ballerina. Si fa conoscere col nome di Mata Hari (che in malese significa “occhio dell’alba” o “sole”), vestita con un abito trasparente, un reggiseno tempestato di pietre preziose e un affascinante copricapo, esibendosi in danze apprese in Indonesia, durante una visita nei templi di Sumatra. Sono movenze molto sensuali, vietate per l’epoca, giustificate solo dai racconti che Margaretha narra prima di ogni esibizione: attraverso il ballo, Mata Hari raccontava storie di lussuria, gelosia, passione e vendetta, a cui il pubblico assisteva con entusiasmo, attratto dal fascino proibito dell’erotismo e la purezza dell’ascesi, in un assurdo sincretismo dove la mite saggezza di un Buddha veniva affiancata ai riti sanguinari – per quanto inesistenti – di terribili dee indù.

La mia danza è un poema sacro […] Bisogna sempre trasmettere le tre tappe che corrispondono agli attributi divini di Brahma, Vishnu e Shiva: creazione, fecondità e distruzione.

Mata Hari era considerata la donna più affascinante e desiderabile di Parigi. Si faceva vedere in giro con aristocratici, diplomatici, finanzieri, alti ufficiali e facoltosi uomini d’affari, che le regalavano pellicce, gioielli, mobili, dimore eleganti o cavalli solo per il piacere di stare in sua compagnia. Per anni, l’artista riempì i teatri di quasi tutte le principali città europee: da Parigi a Vienna, da Londra a Roma, fino a Milano dove, recitando in una rappresentazione de La Gerusalemme liberata di Tasso, raggiunse il vertice del riconoscimento artistico. Nel 1914 si spostò a Berlino per preparare un nuovo spettacolo che, però, non ebbe mai luogo: l’assassinio del principe ereditario austriaco Francesco Ferdinando sancì la fine della Belle Époque e fece precipitare il mondo nel dramma del Primo conflitto mondiale.

La guerra, in qualsiasi epoca venga combattuta, impone ai popoli un netto cambio delle prime necessità. La carriera di Mata Hari entrò dunque in fase calante, la sua disponibilità economica andò a poco a poco riducendosi e gli spettacoli vennero sospesi. Riuscì ad andare avanti perché richiestissima negli ambienti aristocratici di tutta Europa come accompagnatrice e cortigiana ma, nonostante questo, le sue finanze subirono un netto ridimensionamento. Nonostante la sua vita fosse molto diversa dal periodo precedente il conflitto, continuava a viaggiare molto e questo la fece finire nel mirino del controspionaggio anglofrancese.

Mentre l’esercito tedesco invadeva il Belgio con l’obiettivo di accerchiare le forze francesi sul Fronte Occidentale, Mata Hari aveva già lasciato Berlino per la Svizzera, da dove contava di rientrare in Francia; tuttavia, se i suoi bagagli proseguirono il viaggio verso la terra francese, lei venne trattenuta alla frontiera e rimandata nella capitale tedesca. Confinata nel suo albergo berlinese, senza bagaglio e denaro, a salvarla fu, ancora una volta, la bellezza: venne notata da un industriale olandese che le offrì il denaro per il viaggio, consigliandole di andare a Francoforte e da lì, tramite il consolato, passare la frontiera olandese. È proprio in Olanda, all’Aia, nell’autunno del 1915, che la danzatrice ricevette la visita di Karl Kroemer, il console onorario tedesco ad Amsterdam. Questi le offrì 20mila franchi (equivalenti a oltre 50mila euro di oggi) per svolgere attività spionistica a favore della Germania. Mata Hari accettò la somma, che considerò un risarcimento per le pellicce, i gioielli e i soldi che i tedeschi le avevano fatto perdere spedendo i suoi bagagli all’inizio della guerra, eppure non accettò l’incarico. Dopo questo incontro, tuttavia, il controspionaggio inglese aumentò le sue attenzioni nei confronti della danzatrice e, dopo un controllo conclusosi senza alcuna irregolarità, l’ufficiale addetto al verbale disse di lei:

Parla francese, inglese, italiano, neerlandese e probabilmente tedesco. Bella, un tipo coraggioso. Vestita alla moda […]  Non è esente da sospetti. […] Non dovrebbe esserle concesso il permesso di tornare nel Regno Unito.

Tornata a Parigi era un osservato speciale di Georges Ladoux, a capo del neonato Deuxième Bureau (l’unità di controspionaggio del Ministero della guerra francese), che vide in lei un’effettiva minaccia pur non avendo alcuna prova di un suo eventuale coinvolgimento con le operazioni sotto copertura della Germania. Ladoux ordinò ai suoi uomini di seguire la danzatrice, di far perquisire segretamente la sua stanza al Grand Hôtel, controllare la sua corrispondenza, ascoltare le sue telefonate, registrare le conversazioni dei suoi incontri in luoghi pubblici. Per incriminarla non trovarono nulla.

Nel 1916 la situazione del Ministero della guerra francese e di Mata Hari era ugualmente complessa: il conflitto non aveva precedenti, era logorante per le forze in campo, la guerra di trincea scalfiva il morale dei soldati e le battaglie di Verdun e della Somme, le più violente della guerra, fra fango, infezioni, armi capaci di spazzare via interi battaglioni e la nuova atrocità del gas mostarda, stavano generando i primi episodi di rifiuto al combattimento e diserzione. Ladoux pensò che l’arresto di un’importante spia potesse risollevare lo spirito francese. Mata Hari, allo stesso tempo, stava esaurendo le sue finanze e si era innamorata di Vladimir “Vadim” Maslov, capitano russo che combatteva con i francesi, con cui aveva in progetto di sposarsi dopo la guerra. Vladimir però, a causa del gas fosgene, aveva subito una lesione agli occhi e rischiava di restare cieco.

Nella speranza di ottenere un lasciapassare per l’ospedale di linea in cui era ricoverato, la donna chiese aiuto a un suo amante, che lavorava per il ministero della guerra ma, ad insaputa della danzatrice, lavorava anche per il Deuxième Bureau. Georges Ladoux propose a Mata Hari il lasciapassare in cambio della sua disponibilità a collaborare con i servizi segreti e lei accettò a patto di ricevere l’incredibile cifra di un milione di franchi: Margaretha voleva la garanzia di poter mantenere il futuro marito, senza dover più lavorare come cortigiana, e immaginando una sua possibile cecità.

Cominciò così la sua attività di spia: durante tutto il periodo con i servizi segreti, però, Ladoux non le inviò mai documenti, richieste o dettagli su possibili operazioni militari, né le mise mai a disposizione i mezzi o i fondi necessari per comunicare con lui. Fu lei a scrivergli una lettera in cui chiedeva un anticipo per rinnovare il suo guardaroba, nel caso in cui avesse dovuto sedurre qualche uomo importante nel corso di un’eventuale missione.

Gli eventi successivi resero chiaro il reale obiettivo di Ladoux: mentre era in Spagna, Mata Hari venne fermata dagli agenti inglesi che la interrogarono a Londra. Neanche questa volta fu trovato niente a suo carico, ma gli agenti decisero di trattenerla per stabilire se fosse effettivamente lei e non Clara Benedix, una spia tedesca con cui aveva una vaga somiglianza. Il suo stato di fermo non veniva sciolto e così, nel tentativo disperato di farsi rilasciare, confessò di essere un’agente al servizio della Francia e di lavorare per Ladoux. Il capitano francese disse di non averla mai conosciuta e di rispedirla in Spagna. Che quello di Ladoux fosse un tradimento si può riscontrare leggendo la sua “reale” risposta, riassunta così nei registri britannici:

Sospettava da tempo di lei e aveva finto di assumerla al suo servizio per cercare di ottenere la prova definitiva che lavorava per i tedeschi. Sarebbe stato felice di sapere che erano stati trovati indizi concreti della sua colpevolezza.

A Madrid, Mata Hari non si arrende e spera di poter trovare informazioni segrete da fornire a Ladoux per ottenere il milione di franchi concordato. Entra così in contatto con l’addetto militare all’ambasciata tedesca, Arnold von Kalle, con cui instaura una relazione per avere aggiornamenti sulle manovre dei sottomarini tedeschi al largo delle coste del Marocco. Contemporaneamente viene però pagata dai tedeschi per le numerose informazioni sullo stato degli armamenti alleati: inizia così, quasi involontariamente, un periodo di doppio gioco, con l’obiettivo finale di collaborare con la Franci, ricevendo contemporaneamente denaro dalla Germania.

Inizia a parlare anche con il colonnello Joseph Denvignes, dell’ambasciata francese di Madrid, al quale riferisce i segreti di von Kalle. Denvignes era in partenza per Parigi, Mata Hari decise di scrivere una lunga lettera informativa e gli chiese di recapitarla a Ladoux che, ovviamente, fece finta di non averla mai ricevuta. Denvignes, poco dopo, chiese a Mata Hari di cercare di carpire a von Kalle ulteriori informazioni sul piano di sbarco in Marocco. Lei ci provò, ma le troppe domande finirono per insospettire il diplomatico tedesco che, dopo aver mobilitato i servizi segreti tedeschi, ebbe la prova del doppio gioco.

L’esatta sequenza di eventi che determinarono la fine di Mata Hari non è chiara, dalle poche fonti recuperate dagli archivi. Le ipotesi più accreditate sottolineano come il comportamento di Ladoux ebbe, infine, gli esiti che sperava: von Kalle, ormai certo del doppio gioco, decise di vendere Mata Hari al controspionaggio francese come spia tedesca e telegrafò a Berlino che l’agente H21 chiedeva denaro ed era in attesa di istruzioni. L’ipotesi trova fondamento nel nominativo H21: questo era infatti un vecchio codice di trasmissione, abbandonato perché decifrato dai francesi. In tal modo, i messaggi tedeschi furono facilmente decriptati dalla centrale parigina di ascolto e, il 13 febbraio 1917, Mata Hari venne arrestata nella sua camera dell’albergo Elysée Palace e rinchiusa nel carcere di Saint-Lazare con accuse pesantissime. Fu interrogata da Pierre Bouchardon, giudice istruttore del Terzo tribunale militare, un uomo duro, considerato spietato con i sospetti criminali e particolarmente severo con le donne “dai costumi immorali”.

Margaretha fu rinviata a giudizio con otto capi di accusa. Le udienze iniziarono il 24 luglio del 1917 e le prove effettive contro di lei erano decisamente poche, le registrazioni non del tutto chiare, i documenti non portavano mai la sua firma: i sette uomini che componevano la giuria, tutti militari, però, giudicarono più il suo “immorale” stile di vita che le prove tangibili. Venne così riconosciuta colpevole di tutti i capi d’accusa e condannata a morte per fucilazione il 15 ottobre 1917. Anche in questo caso l’esibizione di Mata Hari fu perfetta, forse una delle migliori della sua vita: rifiutò di essere legata al palo e restò in piedi a testa alta, con orgoglio.

Il sergente maggiore al comando del plotone dichiarò:

Per Dio! Questa donna sa come morire.


Fonti

Libri:

Martin Gilbert, La grande storia della Prima Guerra Mondiale, Mondadori, Milano 2009 (ristampa).

Erica Ostrovsky, Mata Hari – La spia dei misteri, Ghibli, Milano, 2015.

Donatella Bindi Mondaini, Danza fatale il mistero di Mata Hari, Sirene, Trieste, 2004.

Giuseppe Scaraffia, Gli ultimi giorni di Mata Hari, UTET, Torino, 2016.

Video:

Superquark, puntata del 02-01-2008 su Rai 1, con Piero Angela.

Collegamenti esterni:

Storica, National Geographic