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pubblicato 4 settimane fa in Cinema

“Mirrormask” (2005) di Dave McKean

da illustratore a regista

“Mirrormask” (2005) di Dave McKean

Illustratore, fumettista e regista. Leggendo queste tre parole non si può non pensare a Dave McKean e al suo primo lungometraggio, Mirrormask (2005). Il grafico e illustratore inglese ha uno stile particolarissimo, è una sorta di collagista delle immagini digitali. Ovvero, possiede le qualità manuali da disegnatore con la visione prospettica del montaggio filmico. Se i suoi collage digitali sono spesso carichi di sfumature, i suoi fumetti sono essenzialmente scarni e in bianco e nero. Mirrormask ricalca gli archetipi della letteratura – Alice in Wonderland di Lewis Carrol – e di una vasta cinematografia “fantastica”: il viaggio attraverso un mondo speculare e parallelo in cui prendono vita le distorsioni immaginarie della giovane protagonista. Per narrare tali distorsioni e l’universo onirico di chiara matrice pittorica, vengono utilizzate tecniche di costruzione e animazione computerizzata. A tal proposito, il regista, si muove nell’ambito del digitale con una significativa naturalezza. D’altronde le tecniche digitali rappresentano direttamente la sua impronta stilistica, e le sue illustrazioni prendono vita attraverso queste, creando delle fondamenta narrative per il suo modello tematico per eccellenza: il sogno.

La protagonista, Helena, è una giovane adolescente di quindici anni che lavora nel circo della propria famiglia ed è particolarmente dotata nell’arte del disegno. Infatti le pareti della sua stanza sono tappezzate di disegni in bianco e nero, riconducibili per giunta al tratto fumettistico di McKean. Sebbene la vita del circo possa sembrare invidiabile, Helena vorrebbe poter vivere una vita normale, come tutte le altre ragazze della sua età, e proprio per questo motivo la sera prima di uno spettacolo litiga aspramente con la madre che, poche ore dopo, perde i sensi e viene portata d’urgenza in ospedale. La notte in cui sua madre viene operata la ragazza, che si sente colpevole dell’accaduto, si rifugia in un suo “mondo” vivendo un lungo sogno-incubo che costituisce la struttura principale del film. Secondo un discorso narrativo, tutti i personaggi di questo mondo, o sogno-incubo, portano delle maschere, e provano una sottile ostilità nei confronti della ragazza perché è la sola a non indossarla. Metaforicamente, questa trama, rappresenta un perfetto foglio bianco, in cui Dave McKean disegna e crea i suoi mondi. Il sogno della ragazzina è una situazione artisticamente ideale, perché permette all’illustratore di esprimere la sua straordinaria fantasia. L’estetica di Mirrormask, infatti, è molto forte: immagini ricche e dense, dipinte, in cui il ritocco e la creazione digitale vogliono sottolineare la divisione netta dall’analogico, elevandosi per la sua radice compositamente disegnata; l’inchiostro nero che ricopre in modo graduale il paesaggio – portandolo nell’oscurità – testimonia l’avanzare del mondo onirico e della dimensione pittorica dell’immagine. L’universo parallelo mostra immagini offuscate, non sempre nitide, come se l’immagine fosse disegnata su tela e non sulla pellicola digitale. Inoltre, occasionalmente, compaiono scarabocchi e schizzi per ricordare allo spettatore che sta per immergersi all’interno di una superficie disegnata e gli ambienti diventano un ibrido di illustrazioni offuscate in due dimensioni e superfici tridimensionali. Dave McKean dimostra che la computer grafica e il compositing possono avere un determinato stile personale; escludendo il loro utilizzo genericamente riconoscibile, ovvero quello per gli effetti speciali. La maschera-specchio, oggetto di fondamentale importanza per la trama, racchiude in sé un significato metaforico: il cinema indossa una maschera, recupera il piacere della creazione e non vuole più mostrare solo qualcosa di verosimile, ma anzi dichiara il simulato, il surreale e il “nuovo” mondo. La maschera è uno specchio, distorce gli ambienti digitali traducendo l’irreale in finzione, la finzione in percezione. I personaggi che indossano la maschera nel film, sono composti da frammenti disegnati e parti di corpo riprese dal vero. Lo scheletro del bibliotecario – uno dei personaggi esteticamente più interessanti – è costituito da libri, il volto può essere paragonato a un quadro cubista – sproporzionato e composto da pezzi puntiformi – e la bocca è sostituita da un display che proietta come un televisore i movimenti delle labbra degli attori ripresi dal vero. Gli esseri umani del lungometraggio, invece, hanno prettamente maschere reali di svariati materiali. Per lo spettatore, il quadro visivo generale diventa un suggestivo gioco di “specchi”. Lo stile pittorico a cui si ispira principalmente il regista è il Surrealismo e palesa l’omaggio a questa suggestiva corrente artistica; le scene di Mirrormask vivono nella dimensione onirica attraverso lo stile pittorico delle immagini: il surrealismo trasformato dalla pittura digitale regna sovrano e diventa modello della concezione e della costruzione filmica delle immagini. In conclusione, il film punta a distorcere la percezione dello spettatore, non solo attraverso i personaggi ripresi dal vero con distorsioni prospettiche, ma anche per scelta puramente stilistica. In un mondo cinematografico, in cui l’utilizzo delle tecniche di costruzione digitale serve a magnificare la natura dissimulante di tali interventi, un film come Mirrormask ha percorso una strada opposta, quella di rivelare e marcare, attraverso l’estetica dell’arte pittorica e fumettistica, la dimensione computerizzata dell’immagine. Il film di McKean, al contrario della cinematografia “digitale” che predilige mascherare la propria natura, esalta l’ibridismo tra cinema e disegno marcando in maniera palese la mediazione di questi due universi rappresentativi.


Bibliografia

A. Amaducci, Anno Zero. Il cinema nell’era digitale, Lindau, Torino, 2007

A. Costa, Il cinema e le arti visive, Einaudi, Torino, 2002

C. Uva, Cinema digitale. Teorie e pratiche, Le lettere, Firenze 2012

Articolo a cura di Alessandro Foggetti

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