Marco Miglionico
pubblicato 7 mesi fa in Letteratura \ Recensioni

I mistici di Mile End

“Per rendere possibile una vita di silenzio, per conferire alla vita una ragione e una storia e un significato che ce la renderanno più sopportabile”

I mistici di Mile End

Tesoro, l’ho risolto l’anagramma
anzi per meglio dire è stato lui, decifrandosi da sé.
Baustelle – L’estate enigmistica

I mistici di Mile End di Sigal Samuel è uno di quei romanzi da leggere più volte, in cui l’occhio, e attraverso di esso la mente, deve addentrarsi ripetutamente per esplorare il contenuto in maniera stratigrafica. Infatti, il romanzo (di recente pubblicazione in Italia grazie a Keller editore, trad. it. a cura di Elvira Grassi) attraverso quattro capitoli dipana il filo della storia di una famiglia ebrea disfunzionale, che vive nel quartiere di Mile End, a Montreal, dove convivono comunità di giovani hipster e di ebrei chassidici. I quattro capitoli, appunto, sono ognuno una prospettiva diversa della storia nel suo svolgimento.

Nel primo la direzione delle vicende è osservata da Lev, ancora ragazzino, che esplora il mondo attorno a sé e ne intuisce segni e messaggi avvicinandosi alla cultura ebraica, vissuta soprattutto di riflesso per mezzo della sorella Samara, che segretamente frequenta la scuola ebraica; per mezzo di quello che ne intuisce dalle carte sparse nello studio del padre, David, professore universitario e cultore della cabalistica, ma sempre distante dall’ortodossia che tanto lo spaventa, soprattutto dopo la morte della moglie; per mezzo delle parole mistiche e sfuggenti dei vicini, il signor Glassman, sopravvissuto all’Olocausto e con una moglie che si esprime soltanto per sillogismi logico-matematici, e il signor Katz, bizzarro cultore dell’Albero della vita, che tenta di riprodurre nel suo giardino collaudando reti e barattoli da cui far pendere dei limoni, unico frutto possibile per un simile Albero. Lev è il primo personaggio della storia e, in quanto tale, ma anche in quanto un ragazzino inesperto, ha l’audacia di chi deve esplorare il mondo e cui la scrittrice ha affidato il compito di suggerire il motivo principale del romanzo: l’importanza di trovare una forma di comunicazione. Oltre alla cultura ebraica, è grazie all’amico Alex, astronomo amatoriale, che Lev scopre che esiste una comunicazione in codice binario delle stelle e dei pianeti, dello spazio che non è vuoto, ma è appunto comunicazione perenne fra elementi.

Nel secondo capitolo la voce narrante è quella del padre di Lev e di Samara, quando ormai sono passati dieci anni, i figli sono cresciuti e sempre più distanti, tenuti a freno da un certo timore reverenziale verso di lui. David è sempre assorbito dai libri sulla cabalistica e dalle giovani donne, le sue studentesse, attraverso cui vive il mito di un’eterna giovinezza, senza pretese edonistiche però, e dietro cui si consuma fino alla fine. Anche David, dalla sua prospettiva, s’interroga sulla comunicazione, su quella ormai mancata con Samara, lontana da casa e che ha abbandonato anche la scuola ebraica, e con Lev, il quale ha abbracciato con piena devozione l’ortodossia, sulla comunicazione fra il suo cuore ormai malato e il ritmo del mondo. Sigal Samuel, infatti, insiste spesso – e in ciò esplora con delicatezza e consapevolezza la cultura ebraica – sul dovere della comunicazione, sulla necessità di imparare ad ascoltare ciò che hanno da dirci anche le cose immateriali di questo mondo.

Spetta poi a Samara, nel terzo capitolo, narrare di sé e del suo comunicare. Samara piano piano sta abbandonando tutto, in un capitolo rapido quanto la dissoluzione che lei sta vivendo, veloce e sempre più sintetico il suo linguaggio. Accanto a lei Jenny, da cui prenderà le distanze proprio a causa di una comunicazione scarna, che invece comunica i propri stati d’animo attraverso dei messaggi trascritti su gru in origami che pendono dal soffitto o che popolano gli angoli di casa loro. Samara però ha sempre meno tempo e voglia di badare al mondo, all’esterno, e si concentra su di sé, fino al punto in cui questa concentrazione sul proprio ego implica la distruzione di quanto è attorno. Per capirne di più, recupera le carte del padre e i suoi studi sull’Albero della vita, decide di scalarne tutte le parti, passando attraverso antitesi e paradossi e vivendoli tutti a pieno. Samara, però, mantiene in vita un solo canale di comunicazione, quello con Alex, l’amico di Lev, il quale, avendo imparato a leggere ciò che può comunicare all’uomo anche una stella, è ovviamente il personaggio più edificante di tutto il romanzo.

Infine la narrazione è affidata a Mile End tutta: Sigal Samuel si sposta sulla terza persona e osserva tutti i suoi abitanti, allargando la prospettiva della narrazione e, di pari passo, dilatando i tempi e i ritmi. Tutti i personaggi, ormai, stanno andando incontro a una fine, qualsiasi essa sia, ma la scrittrice non opera una sintesi, né elegge un finale che sia tale. Il libro si chiude, infatti, ma resta aperto e di qui, come detto in apertura, l’invito a essere letto ancora un’altra volta, un po’ come con I fratelli Karamazov. Le letture successive infatti permetteranno di cogliere significati nuovi e di apprezzare meglio “tutti i silenzi che conosco e dove si possono trovare”, quelle intercapedini cioè in cui ciascuno di noi tenta di installare se stesso e la sua volontà di comunicare, per arrendersi infine – come fa Sigal Samuel – alla conclusione che non siamo noi i soggetti del nostro comunicare, ma solo gli specchi che riflettono quello che il mondo, attraverso la cabalistica, una gru appesa al soffitto, il rumore delle stelle nello spazio, i battiti del nostro cuore, ci vuole comunicare. È necessario svuotarsi e farsi interpretare, perché solo così si può comunicare davvero qualcosa di noi e, come conclude il signor Glassman verso la fine del romanzo, dare alla vita una ragione e un significato.