Culturificio
pubblicato 3 mesi fa in Cinema

Mommy, la complessa incomunicabilità degli affetti

Mommy, la complessa incomunicabilità degli affetti

L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in sé medesimo, e che, se dice il contrario, mente (M. Proust, À la recherche du temps perdu)

Mommy, scritto e diretto dal celebre enfant prodige Xavier Dolan, è la storia di una madre e di un figlio che portano faticosamente sulle spalle il fardello di due conflitti, uno interiore e l’altro esteriore; due conflitti che travolgono i protagonisti, Diane e Steve, madre e figlio, vedova ed orfano, disoccupata e paziente, donna e ragazzo, con tutta la loro violenza. Violenza è la parola-chiave che apre ogni oscura porta di questa vicenda: violenta è Diane, madre ribelle, vedova anticonformista, che passa da un lavoro all’altro, da una casa in affitto all’altra, da una battaglia all’altra, costretta a riprendere con sé suo figlio Steve, colpevole di aver appiccato un incendio nel centro di cure in cui era stato ricoverato dopo la morte del padre, perché affetto da un deficit oppositivo provocatorio. Diane è violenta nei modi, nelle parole e nei gesti, ma la sua violenza è uno scudo e insieme un’arma, con cui risponde al fuoco col fuoco, dato che, prima di ogni altra violenza provocata e subita, la sua stessa esistenza è da sempre stata feroce con lei. Violento è anche Steve, un ragazzo esuberante, iperattivo e iperprotettivo, che a causa del suo deficit cognitivo-comportamentale non riesce a controllarsi, si infligge e provoca dolore, comunica attraverso un linguaggio volgare e pieno di insulti, cerca disperatamente di essere libero, in primo luogo libero da sé stesso e da quell’insaziabile dolore che divora i suoi giorni, provocato da un’altra forma di violenza, in questo caso compiuta dall’avversa sorte: la morte del padre, unico fragilissimo tallone d’Achille che rende Steve completamente inerme. Violento è l’amore che lega madre e figlio, un amore senza confini, e non di certo nell’accezione eterea o cavalleresca del concetto, ma nel senso stretto del termine: un amore che oltrepassa il rapporto madre-figlio, un amore che per Steve ha anche delle leggere sfumature erotiche; un amore impetuoso, che rompe tutti gli argini, veemente fino all’intensità massima, un amore arrogante e prepotente, che distrugge, che rade al suolo, un amore incessante e meraviglioso in tutta la sua brutalità che si risolve in catastrofe.

In questo vorticoso tumulto di eventi interni ed esterni, Diane entra in conflitto con sé stessa, perché non riesce a contenere l’impetuosità di Steve, non riesce fino in fondo a svolgere il suo compito di madre, che deve proteggere suo figlio ad ogni costo e con ogni mezzo, di conseguenza entra in conflitto con lo stesso Steve, il quale a sua volta non comprende fino in fondo la doppia natura che lo abita, non riesce a controllarla e, come capita la maggior parte delle volte, sfoga la sua furia incontenibile contro Diane. Sono due forze, ognuna titanica a modo proprio, che si incontrano e si scontrano per raggiungere quell’agognato equilibrio ormai diventato mera e attraente illusione, poiché per realizzarsi l’unico modo è che una delle due soccomba all’altra. È in questo punto preciso che, obliquamente, entra in gioco un terzo personaggio, Kyla: un’insegnante di scuola secondaria che, per curare una balbuzie invalidante, prende un anno sabbatico e si trasferisce proprio di fronte a Diane e Steve. Kyla sembra, almeno all’inizio, bilanciare queste forze distruttive e insieme autolesioniste, edulcorando gli animi, probabilmente proprio perché anche lei è portatrice di un ignoto e oscuro peso che però fa parte di un’altra storia , ma che sortisce nei due protagonisti una certa influenza benefica. Kyla è l’antidoto alla rabbia, che però, come tutti gli antidoti, è palliativo: lenisce ma non guarisce, dà sollievo ma non cura, il suo effetto purtroppo è temporaneo. Senza svelare troppi dettagli di questo capolavoro di altissimo spessore, ciò che più arriva dritto all’anima di chi lo contempla, in tutta la sua tomentosa bellezza, più come un calcio nello stomaco che come un bel messaggio , è l’incontrovertibile verità che nasconde al suo interno: Steve non è il solo ad essere abitato da una doppia/tripla/quadrupla soggettività, ognuno di noi porta con sé e dentro di sé un io multiplo, la cui parte più nascosta è preclusa alla conoscenza degli altri, ecco perché è così difficile comprendere ed essere compresi, accettare ed essere accettati, perdonare ed essere perdonati. Diane è una madre, ma prima di esserlo è una donna che avrebbe voluto una vita più semplice, che avrebbe voluto amare suo figlio in un modo meno complesso e più trasparente, ma non può a causa di eventi fuori dal suo controllo. Steve è un ragazzo affetto da un disturbo cronico, con tutti i problemi che da questa condizione derivano, ma prima di esserlo è semplicemente un ragazzo, che avrebbe voluto vivere a pieno la sua adolescenza, senza causare dolore e danni a causa dell’unica colpa di cui non è responsabile, che lo porta ad andare sempre oltre ogni limite consentito.

Dunque una madre e un figlio, una orfano e una vedova, una disoccupata e un paziente, un ragazzo e una donna, una vittima e un carnefice, con loro e contro di loro l’incomunicabilità degli infiniti e complessi universi interiori che CI abitano, nessuno incolume, nessuno escluso.

 

Articolo a cura di Giorgio Grande

Sul Culturificio avevamo già ragionato su Mommy qui.

 

L’immagine in evidenza proviene da: https://quinlan.it/2014/05/24/mommy/