Andrea Talarico
pubblicato 3 mesi fa in Recensioni

Orrore e letteratura

"Spettri di frontiera" di Ambrose Bierce

Orrore e letteratura

Edgar Allan Poe, Howard Phillips Lovecraft: – chi erano costoro? Ecco, questa è una domanda che ritengo assolutamente improbabile da parte di qualsiasi lettore medio. I racconti dell’orrore dei due celebri scrittori americani non solo sono stati letti e apprezzati da generazioni di lettori, ma le suggestioni dei loro racconti si sono dimostrate talmente valide da infiltrarsi e permeare la cultura pop: cinematografica, televisiva, musicale, videogiochi, giochi da tavolo, riferimenti a figure come il corvo di Poe e Chtulhu di Lovecraft sono rintracciabili praticamente in ogni ambito, e il loro successo è tale da renderli riconoscibili in assoluto, sciolti dalle pesanti paternità letterarie alla base del loro concepimento.


Al contrario, il nome di Ambrose Bierce deve risultare ben poco familiare ai lettori: eppure le sue opere letterarie erano famosissime, i suoi racconti di guerra hanno influenzato l’opera di Ernest Hemingway, i suoi racconti del mistero lo stesso Lovecraft; i suoi lavori di critico letterario apprezzati e temuti dagli scrittori contemporanei. Tra gli autori che hanno risentito dell’influenza di Bierce merita una menzione Carlos Fuentes, che nel suo romanzo Gringo viejo (1984) narra la storia romanzata della misteriosa scomparsa di Ambrose Bierce: lo scrittore infatti scomparì senza lasciare traccia intorno al 1914, quando probabilmente lasciò gli Stati Uniti per prendere parte alla Rivoluzione messicana. Dal romanzo di Fuentes fu tratto un film, Old Gringo (1989), con Gregory Peck nei panni di Bierce; il film fu presentato a Cannes, ma da allora a oggi mi risulta che la critica sia assolutamente concorde nel giudizio negativo.     

Eppure, in qualche modo, nonostante la popolarità delle sue opere e la stima dei contemporanei, Bierce ha faticato a imporsi all’attenzione dei contemporanei, e per molto tempo è stato lontano dagli interessi dei lettori ‒ e degli editori ‒ .

Solo in tempi recenti per l’opera di Bierce sembra iniziata una seconda giovinezza: dalla pubblicazione per Rizzoli della sua opera più celebre, Il dizionario del diavolo (Rizzoli 2014), si sono moltiplicate le edizioni dei suoi racconti per opera soprattutto di piccoli editori.       
In questo contesto si inserisce la raccolta pubblicata da Adiaphora col titolo di Spettri di frontiera (Adiaphora 2019), nella traduzione e per la cura di Matteo Zapparelli Olivetti, in un’ottima traduzione, con testo originale a fronte accompagnato da una Prefazione che presenta brevemente l’autore e l’opera (pp. 7-21) e un discreto corredo di note volte a una migliore comprensione dei testi.

Leggere racconti dell’orrore oggi, dopo il cinema di Alfred Hitchcock e Dario Argento, solo per citare i due maestri, forse non può sortire lo stesso effetto che esercitava sui lettori di cento anni fa, quando la funzione della letteratura come intrattenimento rivestiva un ruolo ben diverso, mi spiego meglio: ha ancora senso la pagina scritta come mezzo per suscitare spavento e inquietudine nel lettore che abbia vissuto esperienze necessariamente più immersive, come la visione di Psycho e Suspiria? O anche solo che abbia giocato a luci spente a Silent Hill?           

Non mi sento in grado di esprimere un giudizio definitivo: la risposta più immediata sarebbe “probabilmente no”; eppure, molti lettori continuano ad appassionarsi a Poe, Lovecraft, per non parlare del successo che continuano a mietere nel tempo i libri di Stephen King.           

Appare dunque evidente che, se la letteratura dell’orrore non ha smesso di esercitare il suo fascino sui lettori, allora vale la pena di riscoprire l’opera di Bierce, perché la ricerca del lettore o dell’ascoltatore o dello spettatore o del giocatore non si trova solo ed esclusivamente nella sensazione di orrore e di spavento che il nome stesso del genere suggerisce come decisiva, ma anche e soprattutto nel fascino di quell’elemento irrazionale, misterioso e ineffabile che caratterizza questo tipo di letteratura e nell’inquietudine che ne deriva:

Bartine fece una pausa. I suoi occhi neri, solitamente inquieti, fissavano immobili il focolare, un punto di luce rossa in ciascuno di essi, che rifletteva le braci ardenti. Pareva essersi dimenticato di me. Un fremito improvviso dei rami di un albero fuori da una delle finestre e, quasi nel medesimo istante, una sferzata di pioggia contro il vetro lo riportarono alla realtà. Si era scatenata una tempesta, annunciata da una singola folata di vento, e, in pochi istanti, si udì con chiarezza lo scroscio continuo dell’acqua sul selciato. Non so bene perché io stia per raccontare questo episodio: mi parve avere, in un modo o nell’altro, un qualche significato e una certa attinenza che ora non sono in grado di distinguere (p. 143)

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