Tommaso Dal Monte
pubblicato 1 mese fa in Letteratura

Pasolini, i gatti e il Premio Strega 1968

Pasolini, i gatti e il Premio Strega 1968

Il 1968, per Pasolini, fu un anno intenso, che lo vide protagonista di proposte di riforma artistica, di prese di posizione controcorrente, ma anche di un avvicinamento al grande pubblico. Nel generale clima di proteste, non ricercò il favore popolare, né assunse una postura eccessivamente ideologica, mostrandosi anzi aperto al dialogo e al ripensamento. La partecipazione di Pasolini al Premio Strega del 1968, memorabile per le ragioni che vedremo, va collocata in questo contesto: quello di un anno unico nell’esistenza dello scrittore per ragioni umane, artistiche e storiche.

La morte di Totò, avvenuta nell’aprile del 1967, aveva precluso a Pasolini la realizzazione di opere malinconiche e sognatrici, già progettate sul modello di Uccellacci e uccellini (1966) e Che cosa sono le nuvole? (1968). Si apriva così una fase di incupimento nella produzione pasoliniana ‒ la quale rifletteva anche uno stato emotivo segnato dai difficili rapporti con Ninetto Davoli; Pasolini arriverà ad una ritrovata ‒ benché momentanea ‒ serenità solo nel 1971, con l’inizio della Trilogia della vita.

A livello artistico, il ’68 di Pasolini inizia con la proposta di una grande riforma teatrale: sul numero di gennaio-marzo di «Nuovi Argomenti» esce il Manifesto per un nuovo teatro, la cui portata rivoluzionaria è esplicitata fin dal primo punto del programma: «ciò che si mette in discussione è il teatro stesso: la finalità di questo manifesto è dunque, paradossalmente, la seguente: il teatro dovrebbe essere ciò che il teatro non è».

Il 16 giugno, su «L’Espresso», veniva pubblicata, senza che Pasolini ne fosse al corrente, l’apostrofe Il Pci ai giovani, dove il poeta criticava gli studenti universitari che il 1 marzo avevano fronteggiato i poliziotti a Valle Giulia. Sia i leader degli studenti sia i rappresentanti politici della Sinistra si sentirono traditi da Pasolini, che simpatizzava con i poliziotti perché «sono figli di poveri». Apparentemente arroccato su posizioni marginali e intransigenti, ad agosto sul settimanale «Tempo» Pasolini inaugurava la rubrica «Il caos», tra le cui pagine rispondeva a domande di qualunque genere poste dai lettori: decide insomma di cercare il dialogo, di arrivare a un pubblico più vasto possibile senza però compiacerlo con risposte ideologiche. Alcuni giorni più tardi, Pasolini partecipa con Teorema alla XXIX Mostra del Cinema di Venezia: il regista, insieme a molti colleghi, contesterà lo statuto e l’organizzazione della kermesse, minacciando di boicottarla e facendone ritardare di due giorni l’apertura.

Insomma un anno piuttosto movimentato, per usare un eufemismo. Ma abbiamo omesso l’evento che destò maggior scandalo nel mondo letterario, che più di ogni altro vide Pasolini confrontarsi con le dinamiche capitalistiche del mercato editoriale, per poi rifiutarle.

Non era la prima volta che partecipava al Premio Strega: ci aveva infatti già provato nel 1955 con Ragazzi di vita, arrivando quarto con 38 voti su 334, e nel 1959 con Una vita violenta, piazzatosi sull’ultimo gradino del podio con 70 preferenze. Anche l’anno successivo, quando il premio andò a Carlo Cassola per La ragazza di Bube, Pasolini fu protagonista della manifestazione. Il 28 giugno, durante la presentazione dei finalisti, recitò la sferzante poesia In morte del realismo, centottanta durissimi versi con i quali si scagliava proprio contro Cassola e contro un (neo)realismo divenuto ormai mezzo espressivo conservatore e privo di ogni portata rivoluzionaria. È però nel 1968, quando Pasolini gareggia con Teorema, che si scrive la pagina più famosa del rapporto tra lo scrittore e il premio letterario.

Teorema è un romanzo unico nella produzione pasoliniana, principalmente per la sua natura ancipite: nato infatti come pièce teatrale, si sviluppò parallelamente come romanzo e come film. Le due opere però non sono equivalenti, e l’una non è la trasposizione dell’altra: benché condividano la trama e la struttura, sono due prodotti complementari, che si rimandano e chiariscono a vicenda.

Si tratta inoltre del primo romanzo di Pasolini che mette al centro una famiglia borghese, sconvolta dall’arrivo e dall’improvvisa partenza dell’Ospite, un giovane non identificato ma che, secondo quanto ha spiegato l’autore, rappresenta l’irruzione del Sacro nella vita della borghesia secolarizzata. Insomma un’opera assai originale per un Pasolini che, fino al ’68, aveva privilegiato ambientazioni e personaggi borgatari oppure mitici. Anche in virtù di questa novità, e per il fatto che l’opera si presentasse come uno studio scientifico sulla borghesia – in un periodo in cui era bersaglio delle contestazioni –, Pasolini poteva ben sperare per lo Strega.

Ma la speranza da sola serve a poco, se non è supportata dai voti dei 447 elettori che, nel 1968, formavano la giuria. Così l’epistolario di Pasolini, nel bimestre maggio-giugno 1968, è fitto di lettere con cui richiede il voto ai giurati. Da queste lettere, che Pasolini chiama «biglietti» o «bigliettini», come a sminuirli e a prenderne le distanze, emerge un profondo senso di imbarazzo misto alle lusinghe per i destinatari, sempre con l’obiettivo di ingraziarsi i membri della giuria in una calibrata captatio benevolentiae.

Al poeta e traduttore Vittorio Bodini, il 22 maggio, scrive un messaggio programmatico riguardo al modus operandi della ricerca di voti: «ho fatto lo spoglio dei votanti dello Strega e ho selezionato secondo un curioso criterio: ho selezionato cioè le persone la cui idea non mi inibisce nello scrivere un biglietto come questo: una richiesta di suffragio. Tu sei entrato immediatamente in questa inusitata lista. Spero che tu mi perdoni la debolezza di non essermi chiuso in un superbo silenzio».

Gli altri destinatari sono personaggi di spessore del mondo letterario, come testimonia l’epistolario: Lanfranco Caretti, Alessandro Bonsanti, Luciano Anceschi, Leonardo Sciascia e Francesco Leonetti. Ma c’è da scommettere che i bigliettini inviati furono molti di più, come suggerisce la lettera spedita ad Aldo Palazzeschi e conservata solo nell’archivio di quest’ultimo. Stupisce che, anche quando si rivolge a corrispondenti di vecchia data, Pasolini usi un tono ossequioso e un po’ melodrammatico; così, per esempio, scrive a Sciascia: «ho bisogno di voti non tanto per vincere, quanto per non venire a sapere che sono completamente isolato e abbandonato – a parte pochi, stretti amici. Spero che tu sia uno di questi, e che tu decida di votare per me!».

Solo con Leonetti, amico fin dagli anni ’40 e co-fondatore di «Officina», sembra utilizzare un tono più confidenziale quando lo sollecita, con tanto di esclamazione, «per ricordarti che sei votante del Premio Strega, e che avrei bisogno del tuo voto. Non dimenticarlo, ché rischio di non entrare nella cinquina!».

Pasolini insomma si era ben dato da fare per ottenere voti, e possiamo immaginare che anche il suo editore, Garzanti, avesse fatto altrettanto. Gli sforzi avevano portato Pasolini a entrare nella cinquina, ma la vittoria sembrava lontana: alla prima votazione del 18 giugno, quella in cui si nominano ancora oggi i cinque finalisti, i voti per Pasolini erano solo 62, contro i 103 di Alberto Bevilacqua, che concorreva con L’occhio del gatto. Un altro gatto si frapponeva tra Pasolini e lo Strega: nel 1955 Un gatto attraversa la strada di Comisso aveva trionfato con 134 voti, mentre nel 1959 era stato Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ad aggiudicarsi la vittoria. Una persecuzione felina contro cui lo scrittore si imbatteva per la terza volta.   

Che fare? Come recuperare oltre quaranta voti? La scelta di Pasolini fu radicale: conscio di non poter vincere, non si accontentò di concorrere, ma optò per un’azione più provocatoria. Il 24 giugno, sul quotidiano «Il Giorno», esce l’articolo con cui Pasolini annuncia il proprio abbandono alla competizione: In nome della cultura mi ritiro dal Premio Strega. Pasolini vi sostiene che ormai «il Premio Strega è venuto a fare parte integrante di quella che si chiama “industria culturale” e si inquadra in una Italia borghese di tipo nuovo»: per questa ragione il Premio è ormai in mano alle case editrici, che oppongono interessi di tipo industriale a quelli, di tipo culturale, sostenuti dagli scrittori.

Come nel famoso articolo Cos’è questo golpe?, lo scrittore sostiene di essere «venuto a conoscenza di fatti (di cui purtroppo non posso né, credo, potrò mai produrre prove) che mi hanno convinto che il Premio Strega è completamente e irreparabilmente nelle mani dell’arbitrio neocapitalistico» e di aver deciso dunque di manifestare la propria protesta contro questo ordine di cose – uguale e contrario rispetto alle piccole relazioni clientelari e di amicizia che avevano regolato le precedenti edizioni – ritirandosi, in modo irregolare, dalla gara.

Come valutare il J’accuse pasoliniano? Il grido disperato di un amante più volte rifiutato, oppure la lucida analisi di un premio ormai in mano alle ragioni commerciali delle case editrici?

Come prima cosa dobbiamo notare che Pasolini ha sempre partecipato allo Strega ogni volta che ha pubblicato un romanzo. Escludendo i postumi e non conclusi Amado mio e Atti impuri – dei racconti lunghi in realtà e dalla storia editoriale assai complicata – e Petrolio, soltanto Il sogno di una cosa, pubblicato nel 1962 ma scritto molti anni prima, non ha concorso al Premio Strega ‒ probabilmente a ragione, dato che era un romanzo di impianto quasi verista e piuttosto distante dal clima e dalla produzione di Pasolini degli anni ’60. Quando però lo scrittore credeva di avere un romanzo forte, come lo erano Ragazzi di vita, Una vita violenta e Teorema, gareggiava, segno evidente di una volontà di affermazione al premio letterario più prestigioso d’Italia. Va tenuto poi conto del fatto che Pasolini, come regista cinematografico, un ambito molto più commerciale e capitalistico rispetto all’editoria, aveva da sempre preso parte a un mondo dove le esigenze espressive andavano di pari passo con quello economiche. Quindi il grido di protesta sollevato nell’articolo non mi sembra del tutto sincero, e certo deve aver influito la prospettiva di non vincere nemmeno quella volta.

Del resto è pur vero che il ’68 fu l’anno delle proteste, e dinamiche simili a quelle denunciate da Pasolini per lo Strega furano avanzate anche al Festival del Cinema di Venezia. Si dovrà quindi dar rilievo alla consonanza tra la ferita narcisistica di Pasolini e un clima culturale favorevole alla protesta contro le istituzioni della borghesia neocapitalistica.

Formalmente il ritiro di Teorema non venne accettato, tanto che nella finale del 4 luglio ottenne comunque 11 voti; vittoria andò a Bevilacqua e all’ennesimo gatto che sconfiggeva Pasolini. Ma quell’edizione, molto più che per il suo vincitore, è ricordata proprio per la protesta di Pasolini, che, rifiutando un probabile secondo posto, si prese in altro modo il centro della scena, riuscendo con una mossa imprevista a mettere il gatto nel sacco.