Alessandro Di Giacomo
pubblicato 5 mesi fa in Storia

Il Samurai del Sole rosso e della nera sabbia

Il Samurai del Sole rosso e della nera sabbia

9 febbraio 1945: sul fronte del Pacifico, i Marines degli Stati Uniti si apprestano a sbarcare sull’Isola di Iwo Jima, un piccolo atollo, strategicamente importantissimo per entrambi gli schieramenti.

Gli ufficiali americani, forti di 100 mila uomini contro appena 20 mila giapponesi, sono convinti di conquistare l’isola in cinque giorni.

Ce ne vorranno quasi quaranta e il sacrificio, tra morti e feriti gravi, di oltre 23 mila Marines.

Il Generale del corpo anfibio, Holland Smith, dirà: “Ignoro chi sia il bastardo che sta mettendo in scena  questo spettacolo, ma chiunque sia, sa il fatto suo!

Il “bastardo” in questione è un generale nipponico: Tadamichi Kuribayashi.  

Kuribayashi nasce il 7 luglio 1891, nel Distretto di Hanishina della città di Nagano, sull’isola di Honshū, da una famiglia di antichissima tradizione Samurai.

Quelli che una volta erano gli uomini scelti per difendere l’Imperatore, con il tempo, erano diventati gli appartenenti ad una casta oligarchica militare nella società feudale giapponese.

Fu così che il desiderio del giovane Tadamichi di dedicarsi alla letteratura e al giornalismo fu spazzato via dall’obbligo di portare avanti la tradizione della sua famiglia.

Nel 1911 si laureò a pieni voti e, nel 1914, uscì dall’accademia militare e si specializzò nel combattimento della cavalleria, ricevendo numerosi encomi e titoli.

Si sposò con Yoshii nel 1923 ed ebbe 3 figli prima del 1928, anno in cui fu insignito dell’onore di diventare, con il grado di capitano, vice-addetto militare a Washington DC.

Questo compito gli diede la possibilità di girare in lungo e in largo e conoscere le moltissime realtà degli Stati Uniti, di scrivere un diario con i suoi ricordi e di conoscere molti americani potendo, almeno in parte, realizzare il sogno della sua infanzia, seguendo alcune lezioni umanistiche alla prestigiosa Università di Harvard.

S’inserì perfettamente nel contesto americano, alcune conoscenze si trasformarono in vere e proprie amicizie e divenne un esperto nell’ambito della ricerca militare ed industriale che, negli Stati Uniti, aveva un largo sviluppo. Fu in questo periodo che, scrivendo una lettera alla moglie, disse. “… entrare in guerra contro gli Stati Uniti sarebbe una follia …”.

Tornato in Giappone, fu promosso al grado di maggiore e, dopo un periodo di riposo, nominato addetto militare in Canada, prima di tornare nuovamente a casa e lavorare presso lo Stato Maggiore Imperiale a Tokyo.

Nel novembre del 1941, durante un periodo di congedo, fu richiamato improvvisamente nell’esercito con il grado di tenente-colonnello: solo qualche giorno dopo, il 7 dicembre, il Giappone attaccò senza preavviso Pearl Harbor, colpendo duramente la marina americana e dichiarando così guerra agli Stati Uniti.

Nonostante la sua ferma contrarietà al conflitto e all’alleanza con i tedeschi, nemici del Giappone nella Prima Guerra Mondiale, partecipò da comandante alla battaglia di Hong Kong contro l’esercito britannico e, successivamente, come generale di divisione si occupò dell’addestramento di nuove reclute.

L’8 giugno del 1944, il Primo Ministro Hideki Tōjō gli diede l’ordine di tornare operativo e occuparsi della difesa dell’Isola di Iwo Jima: per la prima volta, Kuribayashi doveva confrontarsi militarmente con gli Stati Uniti che tanto ammirava.

Iwo Jima, un’isola vulcanica dalla caratteristica sabbia nera (non a caso, i soldati americani la definirono con sarcasmo “una bistecca abbrustolita”), per i giapponesi non era semplicemente un punto strategico da difendere ma, in qualche modo, rappresentava tutto il Giappone: l’isola infatti era territorio giapponese da millenni, non era una colonia conquistata in battaglia ma terra sacra, dove gli americani stavano per arrivare, e ogni passo dell’invasore era considerato come un insulto diretto alla casata dell’Imperatore.

Il Samurai Kuribayashi, sotto l’emblema del sole rosso, tornava ad essere come i suoi antenati: la guardia alla porta del suo Signore.

Il generale doveva sopperire alla completa assenza di carri armati funzionanti, di aeroplani da combattimento (distrutti o richiamati dove era più necessario) e ad una netta inferiorità numerica.

Ma aveva le idee chiare su come sfidare il suo avversario: innanzitutto, impose ai civili di abbandonare l’isola per renderla interamente un campo di battaglia; poi, andando in contrasto con le ferree idee dell’esercito imperiale, impose ai soldati di non tentare inutili attacchi Banzai (i temutissimi attacchi con la baionetta o la Katana), suicidi contro la superiore potenza di fuoco del nemico o di allestire difese di prima linea ma li obbligò a scavare: non trincee sulla sabbia bensì una linea infinita di tunnel sotterranei.

Iwo Jima, infatti, si estende per 20 kilometri quadrati ed è dominata, a Sud-Ovest, dal Monte Suribachi, un vulcano spento alto 170 metri e, a Nord-Est dal Motoyama, un altopiano di 90 metri: da entrambi questi punti rialzati è possibile, tutt’oggi, avere una visione a 360° dell’isola e delle spiagge.

Alla fine dei preparativi, dopo quasi 7 mesi di lavoro, erano state scavate gallerie intercomunicanti, lunghe oltre 30 kilometri, con centinaia di mitragliatrici e pezzi d’artiglieria in punti strategici.

L’Isola fu bombardata ininterrottamente dagli americani dal 24 giugno del 1944 fino al 18 febbraio del 1945. Per 74 giorni non ci fu pace per gli uomini a lavoro nelle gallerie o impiegati nella preparazione ai combattimenti. I danni furono ingenti sulla superficie dell’isola e per le strutture esterne ma i tunnel erano situati ad almeno 20 metri di profondità e, nonostante la violenza dei bombardamenti, nessuna postazione fu danneggiata.

Alla fine, alle 8.57 del 19 febbraio gli americani sbarcarono sulla spiaggia: il silenzio assoluto! I giapponesi erano scomparsi e i Marines, con il tempo, si ammassarono sulla battigia assieme a numerosi mezzi d’assalto.

Dove sono i musi gialli?!” disse qualcuno, “Li avrà spazzati via la Marina!” rispose qualcun altro.

Passò un’ora e gli ufficiali, convinti che ogni difesa nemica fosse crollata, diedero l’ordine alla prima ondata di avanzare verso l’entroterra: camminare era estremamente difficile per la sabbia friabile e le gambe affondavano fino alle ginocchia!

Lenti, impacciati e troppo vicini.

Ecco come apparivano a Kuribayashi i Marines sulla spiaggia … li fece avanzare ancora qualche metro, poi diede l’ordine: “Aprite il fuoco!”. Improvvisamente, l’isola si accese! Centinaia di luci intermittenti illuminarono tutto il Suribachi: erano mitragliatrici e stavano sparando sulle truppe appena sbarcate. Improvvisamente, due colpi secchi squarciarono l’aria: erano cannoni appostati che colpirono i soldati impantanati!

Un massacro! I Marines finirono dritti nella trappola del samurai e, sotto i colpi del fuoco incrociato, rimasero bloccati sulla spiaggia e furono costretti a chiedere rinforzi per rompere lo stallo.

Ci riuscirono solo a tarda notte ma sulla spiaggia giacevano esanimi già 588 marines .

Ogni metro si guadagnava ad un costo altissimo e i giapponesi, sfruttando i molti ingressi alla rete sotterranea, apparivano e scomparivano da ogni parte, circondando e cogliendo di sorpresa i Marines.

È emblematica, in questo senso, la conversazione tra un capitano sul campo e il comando americano : «Progresso 90 metri, 37 perdite. Bloccati per la notte».

«Quanti giapponesi avete ucciso?».

«Nessuno con certezza».

«Nessuno! 37 perdite e non avete ucciso nessun giapponese? Dovete fare di più».

In realtà non si riusciva più a capire cose stesse accadendo.

Il quinto giorno di battaglia, gli americani riuscirono a spezzare in due l’isola e a tagliare le linee di comunicazione giapponesi ma, nonostante questo, la resistenza divenne ancora più ostinata.

Fu proprio all’alba del quinto giorno che alcuni uomini iniziarono a scalare il Monte Suribachi e, una volta in cima, issarono una bandiera a stelle e strisce. La scena fu immortalata dal fotografo della Associated Press Joe Rosenthal, la famosa immagine Raising the Flag on Iwo Jima che vinse il Premio Pulitzer ed ispirò la statua che, tutt’oggi, si trova fuori dal cimitero militare di Arlington, in Virginia.

La battaglia però era ancora lontana dalla sua conclusione e, durante l’avanzata, tre dei sei uomini che avevano issato la bandiera persero la vita.

I combattimenti si protrassero per un mese intero con lo stesso leitmotiv, fino alla mattina del 26 marzo quando, in un disperato tentativo di resistenza, il generale Kuribayashi diede l’ordine di preparare l’ultimo assalto Banzai.

La morte del generale è un mistero irrisolto poiché il suo corpo non è mai stato ritrovato! Suo figlio disse che Kuribayashi aveva scelto di combattere fino alla morte e che in una lettera gli scrisse “non fare progetti per il mio ritorno” spiegando poi la sua intenzione di togliere dalla divisa ogni grado, medaglia o segno di riconoscimento e attaccare il nemico, in testa ai superstiti, armato solamente della Katana da ufficiale.

Probabilmente morì così, come gli eroi di un tempo che non c’era più, come un Samurai del sole rosso, su un’isola dalla sabbia nera.

Di certo, fu il primo ed unico comandante giapponese ad infliggere agli americani più vittime di quante ne avesse subite nonostante, alla fine della battaglia, dei 21 mila giapponesi schierati a difesa dell’isola ne sopravvissero appena 1083 che furono fatti prigionieri.

Il film di Clint Eastwood “Lettere da Iwo Jima” è tratto proprio dal contenuto delle molte lettere che Tadamichi Kuribayashi scrisse alla sua famiglia durante la sua permanenza sull’isola.

 

 

 

 

Le fonti
Libri:
Kakehashi Kumiko, Così triste cadere in battaglia. Rapporto di guerra., Einaudi, Torino 2007
Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, Mondadori, Milano 2009 (ristampa)
Bernard Millot, La guerra del Pacifico 1941-1945, Rizzoli, 2002 (ristampa)
Video:
Daniel Costelle, Isabelle Clarke, Jean – Louis Guillaud, Henri de Turenne, Apocalypse: La Seconda Guerra Mondiale (Parte 6: Inferno), ECPAD, CC&C, Francia 2009
Clint Eastwood, Lettere da Iwo Jima, USA – Giappone 2006, distribuito da Warner Bros Italia.
Collegamenti esterni:
http://reportage.corriere.it/esteri/2015/iwo-jima-lisola-insanguinata/

 

 

L’immagine in evidenza proviene da: https://historycollection.co/26-photographs-heroes-iwo-jima-uncommon-valor-common-virtue/