Giulia Regoli
pubblicato 4 settimane fa in Recensioni

Sulla presenza incessante delle assenze: “Fantasmi di famiglia” di Maisy Card

Sulla presenza incessante delle assenze: “Fantasmi di famiglia” di Maisy Card

A Stanford non rubasti la vita, perché quella l’avrebbe persa comunque. Gli rubasti la morte. Dov’è la sua anima adesso? Vaga in tondo per il mondo in cerca di una tomba che ancora non esiste? Non è forse il momento di dargli ciò che gli spetta?

Stanford Solomon perde la vita durante un incidente sul lavoro. Abel Paisley, marito e padre di due figli, dopo essere stato scambiato per il suo collega, decide di assumere la sua identità, scappando dalla sua vita. Molti anni dopo, quasi in punto di morte, rivela la verità a chi è rimasto delle sue due famiglie: quella di Abel e quella di Stanford. Questo è il punto da cui parte Fantasmi di famiglia (Edizioni Tlon, 2022, traduzione di Clara Nubile) di Maisy Card, una storia complessa che si ramifica tra vari passati, intrecciando le radici della storia con il presente, fino a mostrare quanto il loro peso e il loro movimento possa plasmare individui e generazioni.

Il romanzo si sviluppa in maniera corale: ogni personaggio che fa parte dell’albero genealogico di Abel/Stanford prende parola e narra di sé, della propria esperienza e di come il passato ricada ogni giorno sulle sue scelte di vita. Leggendo si viene proiettati dentro racconti complessi, modellati da traumi intergenerazionali di matrice storica o da legami familiari ambivalenti, dalla volontà di affrontare o allontanare i propri fantasmi. Attraverso le pagine scorre un certo tipo di spiritualità che riguarda la memoria – la linearità del tempo si spezza perché lo spettro di ciò che è stato avvolge la contemporaneità e non ammette dicotomie. Il peso della storia fa parte dell’identità collettiva e individuale: proprio per questo, Maisy Card crea un ritratto di famiglia che parte dal Settecento e arriva ai giorni nostri abbandonando ogni sequenzialità, mescolando figure antenate che vegliano ancora su chi vive in carne e ossa.

Il titolo inglese del libro, These ghosts are my family, significa letteralmente “questi fantasmi sono la mia famiglia” – nel bene e nel male, Maisy Card ci mostra come i legami di sangue (e anche quelli che si scelgono) possano essere responsabilità o sollievo, possano ferire e al tempo stesso rimarginare. Il mondo da cui si proviene non è mai intrinsecamente buono o cattivo, e le proprie origini non definiscono ciò che poi si diventerà in futuro, ma per tutti i personaggi di Fantasmi di famiglia vivere comporta un lavoro emotivo e di accettazione non indifferente, che spesso si tramuta in angoscia, rabbia e pesantezza. Specialmente nelle ultime generazioni – come per esempio in quella di Debbie – il macigno della storia personale si intreccia fortemente con quello della Storia e con la difficoltà di fare i conti con un passato di cui non si è direttamente responsabili, ma di cui si porta il privilegio.

Leggere il diario di Harold spinse Debbie a chiedersi spesso se il male si trasmettesse o meno. Di sé, pensava che fosse una brava persona. […] Non era cattiva, ma non era nemmeno particolarmente buona. Iniziò a chiedersi, considerato che Harold aveva fatto così tanto male al mondo, se lei poteva permettersi di restare indifferente. L’espiazione di quella colpa spettava a lei. Non aveva altra scelta.

L’intreccio di tutti questi racconti porta a riflettere su come l’identità sia socio-culturalmente fondata anche da paradigmi ben precisi, che hanno radici storiche e che – anche se non replicati completamente – hanno ormai forgiato pensieri, azioni, sistemi di potere che si reiterano nella quotidianità. Gli spettri che aleggiano sulle vite dei componenti di questa vasta famiglia sono anche quelli della discriminazione razziale, del periodo della schiavitù, della colonizzazione. Fuggire dal proprio passato non è un atto di codardia, ma di indifferenza: de-costruire un mondo costruito male significa anche stringere tra le mani le proprie colpe e quelle dei propri antenati, riconoscersi portatori di privilegi e cercare di sfruttarli per far sì che non esistano più. Allo stesso tempo, Card ci fa osservare come di generazione in generazione non sopravviva solo il trauma, ma anche tutti quel tentativo di ribellione e sovversione che cosparge di speranza un terreno umano troppo spesso arido.

L’esergo scelto per il libro parla di streghe, di magie amputate, di «memoria poderosa dei fantasmi» (Lucille Clifton): la saga della famiglia Paisley/Solomon esemplifica concretamente nella figura di Abel/Stanford che ciò che viene considerato morto spesso non lo è, e che la potenza dei ricordi e delle connessioni ultra-terrene può essere luogo di fertilità per definirsi e allo stesso tempo uscire dai confini della propria identità.

Gli spettri, poi, sono anche gli stessi familiari e le connessioni di parentela che vengono molto più subite che agite per amore dell’altro: come non si può scegliere il proprio passato, spesso, soprattutto in condizioni precarie e di marginalizzazione, non si sceglie nemmeno il proprio presente. Uno dei fili conduttori più comuni tra tutti i personaggi è, infatti, la rabbia – la frustrazione per ciò che è dovuto e deve essere, nonostante la volontà di cambiarlo.

Ci erano voluti sia Bernard, il loro tuttofare, sia Claudette, la ragazza che all’epoca dava una mano in casa, a staccare le mani di Vera dal collo di Irene. I lividi ci impiegarono settimane a svanire, eppure quando adesso Irene ci ripensava, sapeva che la rabbia di Vera non aveva mai uguagliato la sua.

In una mescolanza di madri indifferenti, padri che scompaiono, storie di antenati, rancori e rimorsi, Maisy Card ribalta in parte il genere della saga famigliare non allargando ma rompendo i confini della parentela tradizionale, in un gioco di salti temporali e geografici che ci portano in un mondo popolato da figure spettrali, anche nell’interiorità dei personaggi stessi. Fantasmi di famiglia parla di una continua ricerca di sé, della verità, di un modo di abitare la realtà che possa rendere giustizia alle proprie radici e a quelle degli altri. Dalla Giamaica coloniale alla New York contemporanea, tutto si mescola – non in maniera, però, confusa, ma anzi con il fine di articolare precisamente una serie di situazioni, di legami e di prospettive altrimenti separatamente incomprensibili.

Infatti, della mistura permeante del romanzo, la nota di traduzione di Clara Nubile dice:

La storia è mescolanza, e i risultati di quest’incessante mischiarsi non possono essere incasellati rigorosamente. Creolo, meticcio, quasi-di-un-colore: anche il patois è una mescolanza. Come la lingua, così la vita.