Alessandro Foggetti
pubblicato 6 giorni fa in Recensioni

“T. Singer” di Dag Solstad

l’amaro e misurato flusso della quotidianità

“T. Singer” di Dag Solstad

Irriverente, anticonformista e paradossalmente in voga, Dag Solstad è considerato uno dei più importanti scrittori norvegesi contemporanei. Romanzo 11, libro 18 (1992), Timidezza e dignità (1994), La notte del professor Andersen (1996) e T. Singer sono solo alcune delle sue numerosissime opere. Unico ad aver ricevuto il Premio della Critica Norvegese per ben tre volte, oltre al Premio del Consiglio Nordico e al Premio Nordico dell’Accademia Svedese.

Singer soffriva di una particolare forma di vergogna che non lo affliggeva minimamente nella vita quotidiana, ma emergeva ogni tanto, come il ricordo di un malinteso imbarazzante, e lo costringeva a fermarsi, rigido come un palo, con un’espressione disperata sul viso che subito nascondeva dietro le mani, esclamando a gran voce: «No, no». Poteva sorprenderlo ovunque, per la strada o in uno spazio chiuso, sulla banchina di una stazione ferroviaria, e lui era sempre solo quando accadeva, benché spesso in luoghi dov’erano riunite altre persone, che andavano su e giù, come ad esempio una strada o un parco, o un locale espositivo, così che queste persone lo vedevano fermarsi, rigido come un palo, con le mani davanti al viso, e sentivano il suo disperato: «No, no». Uno di quei singolari ricordi d’infanzia che gli provocavano un acuto senso di vergogna era riemerso nel periodo in cui si stava trasferendo a Notodden, aveva allora trentaquattro anni, ma rispunta anche adesso, oltre quindici anni dopo, nel momento in cui vengono scritte queste cose, e nello stesso modo violento e inatteso di quando ne aveva trentaquattro, o se è per questo anche venticinque.

Con il romanzo T. Singer, pubblicato per la prima volta nel 1999 (Iperborea 2019, traduzione di Maria Valeria D’Avino), l’autore norvegese riflette sull’esistenza quotidiana attraverso un personaggio introverso e arzigogolato che vive il presente con la luce riflessa delle esperienze passate. Un romanzo di cui, personalmente, è meglio non conoscerne dettagliatamente la trama prima di averlo letto – il giovane Singer decide di diventare bibliotecario e trasferirsi in un paesino tra le montagne del Telemark –, per apprezzarne meglio lo stile, il ritmo e soprattutto le lunghe parabole filosofiche che l’autore riesce ad insinuare, pagina dopo pagina, in un’opera profonda e definitiva.

Il germe di Knut Hamsun, soprattutto quello di Fame, emerge costantemente dalle radici scandinave, sia per l’accostamento con la professione di scrittore sia per il modo di vagare tra le pagine come una sorta di fantasma, di presenza tangibile e sfaccettata.

Singer viene descritto come un uomo normale, romanzescamente inetto, che sembra farsi scivolare gli eventi addosso, senza battere ciglio e accontentandosi dei treni che passano per la sua stazione, escludendo la possibilità di scegliere l’orario e la destinazione. Ma questa, essenzialmente, è una visione molto superficiale del protagonista proprio perché in realtà, anche con un destino beffardo e paradossale, le decisioni che prende sono sempre e solo le sue, senza nessuna influenza.

Il lettore è portato a indossare le vesti del protagonista a causa della sua normalità: non ci sono colpi di scena, tutto scorre realmente e così maledettamente veloce, come nella vita reale; infatti, i salti temporali sono netti e definiti, alludendo sempre ad una percezione reale dei fatti.

I sogni, come quello di diventare scrittore, durano giusto il tempo di una frase modificata più volte, cercando una perfezione che non dovrebbe esistere:

Un bel giorno si trovò faccia a faccia con una visione memorabile. Un bel giorno? Faccia a faccia? Si trovò? Sì, si trovò. Sì un bel giorno, era un bel giorno. Ma faccia a faccia. Faccia a faccia con il becco di una civetta? Faccia a faccia con il muso di un merluzzo? No, non reggeva. Singer guardò l’orologio. Era ora di uscire per il turno di notte all’hotel Gyldenløve.

Così, come in questo breve passo, Singer pensa, studia e analizza la frase perfetta cercando di costruire qualcosa che possa andare bene per le proprie orecchie e per gli occhi del lettore, facendosi sgretolare il castello di sabbia rimasto tra le mani, dopo la grande onda del destino.

Il tempo scorre e le vicende di vita quotidiana di Singer, grazie all’abilita stilistica di Dag Solstad, prendono forma con un ritmo palpitante, trasformandosi sempre, con cinismo e ironia, in spunti di riflessione immedesimativi, lasciando aperti spazi di analisi, esistenziali, nel lettore. Gli studi, i sogni, il lavoro e la vita sociale non sembrano quasi mai spontanei per Singer, sono incessantemente motivo di analisi e ponderazione, in cui anche Solstad a volte entra in scena:

In ogni romanzo del resto c’è un grande buco nero, universale nella sua nerezza, e questo romanzo è appena arrivato a quel punto.

Ma questo continuo, e apparente, studio interiore arreca nel protagonista dannose conseguenze di cui non può avere il pieno controllo. Traducendo, involontariamente, il pensiero nella creazione di una sorte che non gli appartiene. E le figure che ruotano intorno a lui, dai colleghi alle conoscenze più intime o addirittura ai personaggi immaginari, prendono la funzione di specchi in cui riflettere la propria proiezione, oscurandoli totalmente. Una solitudine camuffata dagli educati, e forzati, rapporti sociali che compongono, semplicemente, ciò che viene accettato dalla società contemporanea come normalità («Sì, Singer padroneggiava la vita sociale, non gli costava molta fatica prendervi parte, a volte si rallegrava perfino all’idea di un sabato in compagnia…») ma che realmente varia da persona a persona, senza essere obbligatoriamente cosa giusta o sbagliata.

Come per l’immagine sulla copertina del libro Iperborea, creata dall’illustratore Peter Mendelsund, una figura vestita distintamente senza volto possiede alle spalle una sorta di chiave – quelle dei pupazzi, dei giocattoli, a cui si dava la corda per farli camminare – che strizza l’occhio, ironicamente, al comportamento meccanico, per pensiero e inquadramento, del protagonista; restituendo un’iconografia efficace, riguardo al percorso sociale, e paradossale, in cui si muove.

Nel romanzo abbondano i salti temporali: dai ricordi del passato al presente di Singer o addirittura il passaggio imminente e crudele del tempo, svariati anni, in poche righe; accelerando, intensamente, i tempi della narrazione. Senza capitoli, come a rappresentare un flusso liquido, continuo, di avvenimenti che scorre veloce, di getto, e che Singer si fa scivolare addosso pian piano, facendosi cullare dalla vantaggiosa, e confortevole, normalità. Con T. Singer lo scrittore norvegese dona al lettore un protagonista davvero straordinario per la sua costruzione psicologica, curata ed espressa in ogni singolo dettaglio, complessa e coerente che restituisce una riflessione contemporanea su cosa significa stare al mondo. Diretto, concreto e nitido converte i dialoghi e le esperienze quotidiane, abitudinarie, in qualcosa di spregiudicatamente tangibile. Un’opera piacevole, quanto necessaria, per riflettere, anche, sulla propria vita.