“Tony – Diario di un giovane cuoco” di Matt Johnson
Al termine della quinta elementare ho avuto la prima indicazione in merito al fatto che il cibo è qualcosa di più che non una semplice sostanza che ci si schiaffa in bocca quando si è affamati, così come si fa il pieno di benzina a una stazione di servizio. Avvenne durante una vacanza con il resto della famiglia in Europa, nel salone da pranzo del Queen Mary. Da qualche parte c’è ancora una fotografia: mia madre con i suoi occhiali da sole alla Jackie O, il mio fratellino più piccolo e io nel nostro abbigliamento da crociera dolorosamente elegante, ripresi mentre saliamo sull’enorme nave di linea Cunard, emozionati per il nostro primo viaggio su un transatlantico. Il primo viaggio in Francia, terra d’origine di mio padre (Kitchen Confidential. Avventure gastronomiche a New York, Anthony Bourdain, Feltrinelli 2005).
È settembre, le temperature sono ancora troppo elevate, davanti alle gelaterie ci sono lunghe code, le vie della città iniziano nuovamente a popolarsi, non solo di turisti, e l’estate spensierata e vacanziera sembra ormai alle spalle. Tony – Diario di un giovane cuoco (2026) di Matt Johnson sembra il film ideale, di passaggio e transizione, per entrare in una sala cinematografica, perdersi nella storia, uscire e riprendere la vita da dove si era rimasti – con qualche spunto di riflessione.
Tutti avranno sentito parlare almeno una volta dello chef Anthony Bourdain, per qualcosa di positivo o di negativo, per i suoi libri o per i programmi televisivi, per qualche pettegolezzo o per alcuni dei suoi viaggi, per la sua empatia o per la sua triste perdita. In Tony viene raccontata una parte della sua vita, forse la più importante, quella della giovinezza, dov’è racchiuso il motivo che lo ha spinto verso il mondo culinario – tratto da alcuni capitoli del suo testo più noto: Kitchen Confidential. Avventure gastronomiche a New York.
Irrequieto e sagace, irrispettoso e impulsivo, autodistruttivo e sfacciato, il giovane “Tony” – Dominic Sessa, volto noto per la splendida interpretazione in The Holdovers – Lezioni di vita (Alexander Payne, 2023) – sembra delineare perfettamente i tratti adolescenziali di un ragazzo, irriverente ed egocentrico, che calpesta le strade degli Stati Uniti alla metà degli anni Settanta.
In fase della vita in cui «hai la possibilità di diventare tutto oppure nulla» il protagonista ha il desiderio di diventare uno scrittore ma il destino, all’inizio, sembra avere altre intenzioni. Dopo non essere riuscito a conquistare una borsa di studio, anche a causa di una situazione familiare claustrofobica, scappa di casa con un vecchio borsone per andare a trovare la ragazza di cui si è invaghito, Nancy (Emily Jones). Così si ritrova per puro caso a fare il lavapiatti in un piccolo ristorante di Provincetown (MA). Da quella scelta, da quel luogo, da quegli stimoli, con quelle persone, inizia il rocambolesco percorso di Anthony Bourdain.
Tony non è solo una pellicola che vuole mettere in risalto il cibo e soffermarsi passivamente sull’individuo Bourdain idolatrandolo. Anzi, è una sorta di bildungsroman sull’imprevedibilità della vita, sull’importanza che hanno le scelte di influire sui percorsi, sulle difficoltà di comprendere sé stessi, e su quanto sia fondamentale il contesto umano in cui si è catapultati. Il regista Matt Johnson è riuscito a staccare lo spettatore dall’ingombrante figura che rappresenta Tony – il celebre chef, compresi tutti i (pre)giudizi legati all’uso di sostanze stupefacenti – e a spostarlo verso una storia di formazione avventurosa, ironica e attraente. Il giovane Tony è solo un ragazzo che sta cercando il proprio posto nel mondo e sembra aver bisogno di alcune secchiate d’acqua fredda in faccia per capirlo, senza sognare troppo a occhi aperti.
«Ero, a dire il vero, un giovane viziato, infelice, narcisista, autodistruttivo e sconsiderato, che aveva un disperato bisogno di una bella lezione».
La brigata di cucina formata da Sal (Leo Woodall), Dimitri (Stavros Halkias), Tyrone (Michael Jibrin), Mary (Monica Raymund) e lo chef (Antonio Banderas) custodisce simbolicamente tutte le diverse sfaccettature, profonde e intime, e i contrasti di Anthony: dalla smania di eccessi di Sal fino alla cultura gastronomica e alla dedizione dello chef. Dal buio alla luce, dall’inferno al paradiso, dalle serate alcoliche alle messe portoghesi, in un dualismo che mette a fuoco le contrapposizioni interiori e che non nega una possibile convivenza di questi estremi. In quel microcosmo culinario eccentrico fatto di imprecazioni, sigarette, droga e bevute Tony trova molta esperienza, un briciolo di abnegazione, un gruppo affiatato e, finalmente, qualcosa in cui credere.
Appena arrivato in città, il protagonista è costretto a dormire su un’amaca nel porticato dello chef, ovvero fuori casa, davanti alla sua porta. Metaforicamente è come se fosse totalmente estromesso da quel mondo, e prima di poter entrare dalla porta principale dovesse capire le regole del “gioco”, dell’esistenza. Una delusione amorosa, un occhio nero, una mano bruciata da un manico rovente, un taglio sulla mano, i piatti che gli cadono dalle mani, le padelle pulite malamente. Tutti tasselli, errori e fallimenti autodistruttivi che insieme costituiscono pian piano la figura di Tony, che sembra passare dall’iniziale diffidenza e presunzione alla passione e curiosità per qualcosa che non sia solo la scrittura. Le menzogne, continue e assordanti, sono riuscite a portalo fino in quel luogo, ma per comprendere sé stessi serve fare i conti con la realtà e con i rapporti umani.
Primi piani, dettagli sulle preparazioni, musica anni Settanta e avvenimenti paradossali. Tony narra ciò che ha cambiato la vita di Anthony Bourdain, una serie di episodi e di persone che formano una lente, chiara e utile, per poter vedere il mondo – almeno in quel momento. Imparare ad aprire delle ostriche e impiattarle con ghiaccio e limone, cucinare un’aragosta con il burro, il brandy e guarnirla con il formaggio fuso o preparare una zuppa di frutti di mare in umido diventano un mezzo per rivelare che si può creare qualcosa di buono, condividerlo a più persone possibili e vedere furtivamente le loro reazioni.
È come scrivere un libro.