Ludovica Valentino
pubblicato 1 mese fa in Letteratura

Vivere è molto pericoloso

breve omaggio al Grande Sertão

Vivere è molto pericoloso

Nel 1956 João Guimarães Rosa firmò uno dei più straordinari capolavori letterari in lingua portoghese. Si tratta di Grande Sertão, un racconto pensato inizialmente come parte della raccolta Corpo de baile, proposito infine tradito in ragione dello spazio di autonomia richiesto dal respiro dell’opera. È giunto ai lettori italiani grazie a una provvidenziale traduzione del 1970 a opera di Edoardo Bizzarri, rimasta l’unica disponibile in italiano. Bizzarri instaurò con l’autore un rapporto confidenziale di amicizia, testimoniato dalle lettere che si scambiarono nel corso del lavoro di traduzione di questa mastontica opera dallo straripante linguaggio barocco. Chiedeva consigli e pareri sul suo lavoro e, secondo ciò che emerse dal legame epistolare, Guimarães Rosa fu molto soddisfatto, tanto da definire la traduzione di Bizzarri come la migliore, quella capace di rendere più vivamente e con esattezza le atmosfere e le storie del sertão.

Il libro si struttura attraverso l’unica lunga e distesa confessione di un narratore intradiegetico, Riobaldo, che si rivolge a un ascoltatore, Vossignoria. Chi racconta descrive con passione e minuzia una favolosa epopea: gli anni della giovinezza, il passato da jagunço e soprattutto l’appassionante saga della banda a cui era affiliato e di cui, a un certo punto della narrazione, diventa comandante.

Riobaldo è quello che potremmo definire, con le parole di Hobsbawm, un “bandito sociale”. Le scelte di vita del protagonista, comportano l’esclusione da determinate dinamiche di vita canoniche e ordinarie, ma soprattutto l’accettazione di un’esistenza fondamentalmente instabile, precaria. I jagunços, assunti dai possidenti terrieri come garanzia di protezione, costituiscono gruppi di milizia organizzata caratteristici dell’entroterra del Brasile. Si tratta di un genere di bande comuni soprattutto nella parte nordest del paese, ma il termine viene comunemente esteso a tutte le esperienze di banditismo.

Riobaldo, Tatarana o l’Urutù Bianco, racconta dunque il suo legame con questi ambienti e soprattutto il rapporto stretto con Diadorim, membro della banda. Quasi immediatamente nasce per il giovane un’attrazione incontrollabile dalla quale Riobaldo tenta miseramente di rifuggire e a questa figura conturbante si contrappone, quasi antiteticamente, Otacilia, la figlia di un allevatore corteggiata nel corso degli anni dal narratore, personificazione dell’urgenza di redenzione di quest’ultimo.

L’opera racconta la coraggiosa ascesa di Riobaldo come capo della banda e in questo frangente si verifica uno degli eventi chiave della vicenda. Il protagonista infatti stringe – o è convinto di farlo – un patto con il Diavolo: da questo punto in avanti la cronaca si fa sempre più incalzante, Guimarães Rosa affretta il ritmo della prosa, tronca il respiro della narrazione. Il patto rappresenta un elemento essenziale nel corso dell’intera opera: l’opposizione tra bene e male, e, nell’ottica del narratore, la conseguente esistenza di Dio e del Diavolo, consumano Riobaldo che ne cerca ossessivamente proiezioni tangibili e segnali che emergano dagli accidenti della sua esistenza.

Riobaldo vive un terrificante miraggio nel quale si trova costantemente a fronteggiare l’incarnazione del demonio, la sua intera esistenza si consuma come una violenta allucinazione e in preda al delirio cerca conferma nel suo interlocutore, presupponendo che questi, grazie alla sua istruzione, possa aiutarlo a rimpastare ordinatamente i suoi vaneggiamenti.

«Io sono soltanto un uomo del sertão, in queste alte idee navigo male. Sono molto pover’uomo. Invidia sincera io provo per alcuni come vossignoria, con tanta lettura e somma dottorazione» (João Guimarães Rosa, Grande sertão, Milano, Feltrinelli, 2017, p. 15)

Riobaldo domanda, incalzante, continui chiarimenti alla persona che si trova di fronte, e, dal momento che «Dio sarebbe davvero visibile se tutto si fermasse, una buona volta» (p.258), buona parte dei turbamenti del narratore sembrerebbero derivare dall’impossibilità di distinguere con nettezza il bene e il male e addirittura dal sospetto che questi, intesi come principi totalmente indipendenti e contrapposti, possano non esistere del tutto. Da questa inquietudine deriverebbe la continua richiesta di conferme al suo interlocutore, soprattutto a proposito dell’esistenza del Diavolo, con il quale Riobaldo è persuaso di aver stipulato un patto.

Ma la realtà è una questione relativa, Riobaldo dovrà accettare che bene e male rischiano
spesso di confondersi, dimostrando come, negli avventimenti reali della vita i confini
possano dimostrarsi meno netti del previsto.

«Che questo è stato sempre quello che mi ha irritato, vossignoria sa: che ho bisogno che il buono sia buono e il cattivo cattivo, che da un lato ci sia il nero e dall’altro il bianco, che il brutto rimanga ben separato dal bello e l’allegria lontana dalla tristezza! Voglio tutti i pascoli ben delimitati… e come posso volerlo in questo mondo? La vita è ingrata nel suo tenero; ma traduce la speranza anche in mezzo al fiele della disperazione. Questo mondo è molto mescolato..» (p. 185)

La presenza dell’ambiente è pervasiva; infatti, il Sertão emerge dalla narrazione come un’entità mistica che disorienta e sembra andare oltre l’idea di un luogo incantato e al tempo stesso dannato, popolato da personaggi mitici e leggendari. L’ambiente assume i connotati di una nebbiosa astrazione ed è caratterizzato in funzione della dimensione assoluta dell’agire, il labirinto di sentieri intricati mette in soggezione e il suolo viene ripetutamente ribattuto attraverso la voce cadenzata del monologo.

L’inquietudine di Riobaldo sembra essere quindi generata dall’impossibilità di formulare un pensiero o vivere un’esistenza dal carattere inequivocabile, dal momento che la sua esperienza di vita si è dimostrata essere caratterizzata dall’assoluta indeterminatezza perché nel Sertão, come spesso ripeterà, «tutto è e non è» (p. 13). È tuttavia nell’esordio della narrazione che troviamo la chiave di lettura necessaria a comprendere l’opera di Guimarães Rosa, contenuta, ancora una volta, come sempre, in un’affermazione di Riobaldo: «il sertão è in ogni parte» (p. 10). Ogni luogo è dunque il Sertão, se con Sertão intendiamo l’impossibilità di comprendere univocamente i segnali quotidiani che sembra coinvolgere chiunque abbia esperienza della realtà, infatti «in questo, che racconto a vossignoria, si vede il sertão del mondo» (p. 283) come spiega il
narratore.

Altro elemento portante della narrazione è il rapporto con Diadorim. Dal possesso comune del segreto, custodito gelosamente, emerge la concessione della conoscenza di una realtà preclusa agli altri che travalica simbolicamente l’operazione semplicistica delle classificazioni. L’identità di Diadorim è un dato che sembra superare i vincoli dell’attribuzione nell’ambito di una classificazione, e la relazione rivela il potere delle azioni individuali e collettive nella definizione delle proprietà individuali di un soggetto.

Lo straordinario finale dell’opera suggerisce la concessione della sola conoscenza dell’ambiguità insita nella natura umana. Il principio espresso attraverso la narrazione è dunque quello edificante dell’infondatezza delle semplificazioni categoriche e dualistiche. L’illusione di opposizioni nette e binarie è un prodotto culturale della società, la manifestazione della relatività rivela un insieme complesso e mutabile.