Maria Concetta Fontana
pubblicato 2 settimane fa in Cinema

When They See Us

colpevoli fino a prova contraria

When They See Us

Una notte del 1989 alcuni ragazzi creano disordini a Central Park, in alcuni casi rendendosi protagonisti anche di episodi gratuiti di violenza nei confronti dei passanti, tra cui spicca il brutale stupro subito da una donna bianca. Si tratta di una jogger ventottenne, la quale dopo l’aggressione viene lasciata agonizzante, risvegliandosi dopo dodici giorni di coma e con danni permanenti. Le indagini seguenti mettono in correlazione gli avvenimenti di quella sera e portano all’arresto dei sospettati, così da dare subito ai cittadini i colpevoli di cui hanno bisogno e allo stesso tempo confermare la pericolosità dei giovani di colore per la sicurezza delle persone perbene, e soprattutto delle ragazze. Tra coloro che chiedono giustizia e la reintroduzione della pena di morte per i criminali c’è anche l’attuale presidente Trump, che non si scuserà mai per le affermazioni fatte in quei giorni, nonostante i cinque condannati alla fine siano stati tutti dichiarati innocenti. L’episodio, infatti, viene ricordato anche come il caso del più grande risarcimento nella storia giudiziaria americana: circa un milione di dollari a ciascuno per ogni anno trascorso ingiustamente in carcere.

La storia dei ragazzi di Central Park è stata raccontata in un documentario del 2012, e adesso ritrova nuova risonanza grazie a When They See Us, una miniserie di Netflix prodotta dalla celebre conduttrice Oprah Winfrey e diretta da Ava DuVernay. La regista, anche lei produttrice, unisce in quest’opera due argomenti che le stanno a cuore e che aveva già trattato nei suoi lavori precedenti: le discriminazioni razziali, narrate nel film candidato agli Oscar Selma – La strada per la libertà, con cui è diventata anche la prima director afroamericana a ricevere una nomination ai Golden Globe, e la situazione del sistema carcerario americano, di cui ha parlato nel documentario dal titolo XIII emendamento.

Il punto di vista adottato è quello dei cinque adolescenti arrestati: Raymond Santana, Kevin Richardson, Antron McCray, Yusef Salaam e Korey Wise. Dopo un’estenuante notte passata con gli agenti di polizia, tra varie contraddizioni, ognuno di loro si dichiara testimone dello stupro. Quei racconti però verranno considerati come dimostrazione non soltanto della loro presenza ma anche della partecipazione al reato.

Nessuna prova, né impronte digitali né tracce di DNA, esclusivamente quelle presunte confessioni, estorte ai minorenni interrogati in assenza dei rispettivi genitori, costituiscono l’unico elemento su cui si basa l’accusa nei loro confronti. Intimiditi dalla polizia, che mette loro in bocca le parole che vuole sentirsi dire, picchiati e spinti a incolparsi a vicenda nella speranza di porre fine a quella tortura psicologica, i giovani, quattro di colore e un ispanico, sono condannati al numero maggiore di anni previsti per criminali che non abbiano ancora raggiunto la maggiore età. Ma la sorte peggiore tocca a Korey Wise che all’epoca dei fatti ha già compiuto sedici anni e di conseguenza per la legge deve scontare la sua pena in un carcere per adulti, mentre gli altri vengono portati in un istituto di correzione. Dopo tredici anni trascorsi in prigione, non sono le indagini in nome della giustizia, bensì la confessione del vero e solo colpevole dello stupro a liberare l’ultimo dei cosiddetti Central Park Five,vittime di una condanna sbagliata dettata in larga parte dal pregiudizio razziale.

Ciò che suscita rabbia in questa vicenda non è soltanto l’atteggiamento riservato a quelli che erano poco più che bambini, i quali si ritrovarono coinvolti negli avvenimenti di quella tragica sera, ma anche il disinteresse nei confronti della verità e di conseguenza nella ricerca di chi aveva commesso simili atrocità nei confronti di una donna. I membri dell’accusa, infatti, si proclamarono integerrimi difensori degli interessi della vittima, ma in realtà tutto il dolore della ragazza venne utilizzato come spettacolo per accanirsi contro coloro che volevano fossero i colpevoli.

L’implicazione in una vicenda del genere ovviamente sconvolse anche le famiglie dei giovanissimi arrestati, a volte disgregandole. E anche quando finirono di scontare la propria pena, il marchio di stupratori e in generale di criminali non li abbandonò nemmeno fuori dalle mura del carcere, con conseguenti difficoltà a reinserirsi nella società e a trovare lavoro.

14, 15 e 16 sono gli anni che avevano quando furono condannati a scontare la pena che li avrebbe privati della loro adolescenza, e che nel caso del più grande del gruppo significò trascorrere in carcere un periodo di tempo corrispondente a poco meno dell’età che aveva quando venne arrestato. Non solo, il ragazzo fu vittima della violenza da parte dei carcerati più grandi, una situazione che lo portò a passare moltissimo tempo in isolamento pur di evitare le botte, e a chiedere il trasferimento in altre strutture, rendendo però così difficile per sua madre la possibilità di fargli visita. Lì tra le mura soffocanti di un cella e quasi da solo, Korey diventa uomo, cercando di mantenersi in vita grazie al ricordo della sorella e della fidanzatina che aveva lasciato fuori. Particolarmente emozionante è la scena in cui immagina di invitare la ragazza a un appuntamento durante il quale i due si scambiano il loro primo bacio, quello che non avevano fatto in tempo a darsi nella realtà. L’intera ultima puntata, che con i suoi 88 minuti ha la durata di un film, è dedicata alla sua storia, che è quella più dolorosa e allo stesso tempo la più toccante. Ciò grazie anche alla magistrale prova attoriale di Jharelle Jerome (già visto nel film vincitore agli Oscar 2017, Moonlight), che è l’unico tra i cinque protagonisti a vestire i panni del suo personaggio sia da adolescente che da adulto.

Piccolo neo alla sua interpretazione è che in alcuni punti risulta eccessiva, dal momento che adotta espressioni facciali e movimenti molto marcati, un modo teatrale di esprimere i propri sentimenti che fanno parte di Korey, ma che a volte, a mio parere, vanno un po’ oltre la giusta misura. Lo stesso vale per certe scene della serie che appaiono troppo esplicite, in particolare quando in alcuni dialoghi si passa da una normale conversazione a un litigio in cui all’improvviso vengono lanciate accuse contro i personaggi. Si tratta di episodi certamente funzionali a mostrare la discriminazione di cui sono vittime, ma un’invettiva più sottile e meno urlata sarebbe stata ancora più efficace.

Ciò non scalfisce comunque la qualità di un prodotto che si caratterizza per un ottimo lavoro sotto vari punti di vista, sia estetico che narrativo. Una storia potente narrata con immagini altrettanto forti e intense, che attraverso la vicinanza ai giovani protagonisti trasmette un senso di angoscia e oppressione allo spettatore, come se stesse vivendo quelle emozioni sulla propria pelle. Tant’è che alla fine, quando la verità viene finalmente accertata e anche Korey esce dal carcere, non si può che provare una sensazione di liberazione, commuovendosi e finalmente riprendendo a respirare dopo quattro dense puntate guardate con il fiato sospeso.

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