Culturificio
pubblicato 5 anni fa in Interviste

L’intervista a Willie Peyote

L’intervista a Willie Peyote

Che piacca o meno, il rap è un movimento culturale che, a partire dagli Stati Uniti, si è diffuso e continua a dilagare sempre con più forza nella società odierna, sotto molteplici sfaccettature.

Willie Peyote, rapper torinese polistrumentista, atipico, cinico, disincantato, a tratti misantropo.
È un musicista della nuova generazione eppure si distacca da essa.
Ci ha concesso gentilmente una chiacchierata, attravero la quale abbiamo avuto l’occasione di conoscere il suo punto di vista a proposito di alcune questioni riguardo il suo mestiere, la sua vita e la sua città. Ecco a voi il risultato.

Sei stato in grado di comunicare senza fingerti un gangster e senza cadere nel banale, trasmettendo le tue idee e ottenendo, allo stesso tempo, dei risultati più che piacevoli. Sembra che tu abbia ridotto al minimo, anzi, forse annullato, il “compromesso” tra volontà personale e pubblico.
Secondo te, un artista deve scendere a compromessi per ottenere visibilità, successo?

Secondo me in fondo tutti dobbiamo accettare compromessi costantemente in ogni aspetto della vita e ovviamente anche nella musica, il punto è cercare il “giusto” compromesso, una via di mezzo che non rappresenti un farsi violenza per essere qualcosa che non si è.
Io nel mio piccolo ho cambiato negli anni il modo di fare musica, di scrivere, di usare la voce anche pensando al gusto dell’ascoltatore ma non sarei mai in grado di farmi le sopracciglia, mille tatuaggi e parlare solo con frasi Memes anche volendo.
È più forte di me. Oltretutto preferisco da sempre chi prende posizione, chi si schiera anche nella musica che fa rispetto a chi parla a vanvera.

Oggi, quanto contano le apparenze nel mondo dell’arte?

Moltissimo. La gente vuole il personaggio, poi che faccia musica è un di più.
Calciatore, attore o rapper è uguale. A dirla tutta credo che le apparenze siano sempre contate, soprattutto nel mondo dell’arte, ma oggi viviamo in un epoca in cui la musica non la ascolti, la guardi, e questo non può che rappresentare un ulteriore peggioramento.

Dove si pone il confine tra vita,sentimenti reali e finzione artistica all’interno dei tuoi progetti?

Si sposta di volta in volta.
Sono molto più disposto a mettere la mia vita privata nei testi piuttosto che sui social e quindi talvolta il confine tra finzione artistica e vita reale non esiste.
Si fondono. Non sempre eh, però di base nella musica che faccio cerco di metterci la verità, il famoso “keep it real” di lontana memoria.
Da torinese immigrata a Roma, la chiusura dei Murazzi ancora mi turba un po’.
Credi che questa chiusura abbia determinato un cambiamento nella cultura underground torinese? Alcuni sostengono che sia morta, tu credi esista ancora?

Non credo che la chiusura dei Muri abbia in qualche modo determinato un cambiamento diretto nella cultura cittadina, ma senza dubbio rappresenta un clamoroso passo indietro e un peggioramento significativo.
Trovo sia in atto una sorta di repressione a Torino, non han chiuso solo i murazzi ma anche altri locali, l’atmosfera anche nei quartieri più caratteristici della “movida” sembra cambiata, i residenti fanno infinite campagne contro i rumori notturni e stronzate del genere. Insomma se Fassino mi stava sul cazzo prima, figurati ora.

Che cosa diresti ai giovani che veramente vorrebbero impegnarsi in questo mestiere?

Di farlo solo se davvero ne hanno la necessità, se proprio è un istinto innato, se risponde ad un bisogno fisiologico. Altrimenti no, grazie. Nel senso che sta storia del tutti rapper/tutti dj sta sfuggendo di mano e molti si cimentano con l’arte o presunta tale come farebbero i calciatori. Questo vale non solo per i giovani, anche per molti veterani eh.

Perché gli italiano hanno guardato, guardano e, molto probabilmente, guarderanno Sanremo?

Perché è un po’ come il pranzo di Natale coi parenti che in fondo ti stan sul cazzo, fa parte della tradizione. Io lo guardo tutti gli anni se riesco, non mi ci infogno e quasi sempre non apprezzo nessuno dei pezzi presentati ma trovo che abbia comunque un suo fascino. Un po’ trash, un po’ finto, un po’ incartapecorito, un po’ anacronistico ma pur sempre affascinante a suo modo. Ogni anno mostra la condizione della musica italiana, quest’anno ad esempio c’erano ben due pseudorapper in gara, no? Specchio dei tempi.

Vi lasciamo il video del pezzo Oscar Carogna, estratto dal nuovo album Non è il mio genere il genere umano. Godetevelo, buon ascolto.