Culturificio
pubblicato 4 mesi fa in Bacchette corsare

Yu Hua e “La Cina in dieci parole”

anatomia del pianeta Cina

Yu Hua e “La Cina in dieci parole”

Comincerò il mio viaggio narrativo da ciò che abbiamo sotto gli occhi e perciò conosciamo bene, la vita di tutti i giorni. Che sarà pure banale e scontata, ma contiene ogni cosa: è ricca, grandiosa, commovente. La politica, la storia, l’economia, la cultura, la memoria, i sentimenti, i desideri e i segreti riecheggiano nella vita quotidiana, che è come una foresta sconfinata, e non a caso in Cina abbiamo un detto: se il bosco è grande ci sono uccelli di tutte le razze.

Di Cina si potrebbe parlare per ore, ammonticchiando analisi di varia natura, argomentazioni talvolta faziose e digressioni più o meno rilevanti sulla sua cultura millenaria. Perché per capire la Cina di oggi è fondamentale comprenderne la storia, il sistema di pensiero e di valori. Per ogni discorso ci sono innumerevoli collegamenti, spiegazioni e interpretazioni. Insomma, il rischio di perdersi è dietro l’angolo.

Sotto la guida di un grande scrittore, farci un’idea risulterà meno difficile. Yu Hua (Hangzhou, 1960) è uno tra gli autori cinesi più acclamati, in patria e all’estero. Originario della provincia di Zhejiang e figlio di un dottore e un’infermiera, da bambino trascorse molto tempo nell’ospedale dove lavoravano i genitori. Seguendo i desideri del padre, intraprese gli studi di medicina e iniziò a lavorare come dentista. Le sue inclinazioni si rivelarono però diverse; dai ventitré anni, Yu Hua si dedicò infatti con passione alla scrittura e iniziò a lavorare al Centro Culturale del proprio distretto.

I suoi primi racconti si inserivano alla perfezione nell’avanguardia degli anni Ottanta, accusata dalla critica tradizionale di cinismo e nichilismo. La prosa degli avanguardisti era costellata di violenza, elementi grotteschi e dimensioni oniriche, in deliberata contrapposizione alla narrativa socialista che non indagava la realtà in modo profondo. Nel caso di Yu Hua, la descrizione della quotidianità cinese era condotta con occhio clinico, per mettere in risalto la natura purulenta e infetta della società. Einaudi, che nel 1997 ha pubblicato una traduzione della raccolta Torture, ha definito Yu Hua «lo scrittore più estremo della Cina d’oggi».

Dopo questa prima fase, la sua prosa ha conosciuto un periodo di neorealismo. I romanzi più celebri hanno raccontato la realtà cinese del Novecento con straordinario acume, e sono per lo più facilmente reperibili in italiano. Vivere! (1991) è diventato un meraviglioso lungometraggio di circa tre ore, firmato dal regista cinese più famoso, Zhang Yimou. Nel 2005 Yu Hua ha pubblicato Brothers, il suo capolavoro: un romanzo fiume in due parti (Brothers e Arricchirsi è glorioso), in cui i cambiamenti storici dalla Rivoluzione Culturale agli anni Duemila fanno da cornice alla storia di due fratelli.

Dagli anni del maoismo e le bandiere rosse, i cinesi si sono trovati catapultati in una dimensione di consumismo sfrenato, in cui la massima gloria è rappresentata dalla ricchezza. Il capitalismo sta riempiendo la Cina di luci e grattacieli, ma sta anche abbandonando i cinesi alla loro solitudine. Questo è il panorama desolante che Yu Hua ci restituisce dopo quasi settecento pagine traboccanti di amara ironia, personaggi grotteschi e situazioni paradossali. Brothers è un magnifico romanzo postmoderno, di non facilissima lettura; un affresco geniale della Cina di oggi.

La Cina in dieci parole (2010; Feltrinelli, 2012, traduzione di Silvia Pozzi) è un prolungamento in forma saggistica di Brothers. Gli spazi vuoti creati dalla narrazione vengono sviluppati e motivati in un compendio di parole chiave che, a differenza del corrispettivo romanzesco, non è stato pubblicato in Cina.

Come nelle opere precedenti, l’autore prende ispirazione dalle vite di persone comuni e dalle esperienze quotidiane. Partendo dall’ordinario, muove una lucida e appassionata critica politica alla società cinese contemporanea, malata e disfunzionale a causa della perdita di equilibrio. Ne ripercorre le vicende recenti, per spiegare come la straordinaria velocità dei cambiamenti storici abbia portato a uno scompenso tra nuovo e vecchio, tradizione e innovazione, e a una bizzarra perdita di consapevolezza da parte della popolazione. Simbolicamente uno dei primi avvenimenti rievocati da Yu Hua è quello delle proteste di Tian’anmen, di cui i giovani cinesi di oggi non sanno quasi nulla:

Non avevano armi, eppure nutrivano una fiducia cieca che con il loro corpo avrebbero bloccato il passaggio a militari e carri armati. La coesione sprigionava calore, come se ogni essere umano fosse una torcia ardente.

È stato un momento fondamentale per me. Prima di allora ero sempre stato convinto che la luce viaggiasse più veloce del suono che, a sua volta, arrivava più lontano del calore. Ma quella notte, a ventinove anni, ho capito che mi sbagliavo. Quando il popolo è unito, la sua voce arriva più lontano della sua luce e il suo calore va persino oltre. È lì che ho compreso il vero significato della parola “popolo”.

La comprensione dei termini scelti è, anche in questo caso, sempre legata alla storia nazionale, culturale e individuale. Le parole scelte da Yu Hua sono: popolo, leader, lettura, scrivere, Lu Xun, disparità, rivoluzione, morti di fame, taroccato, intortare. Il testo è costellato di esempi e aneddoti quotidiani cui chiunque potrebbe assistere in un luogo qualsiasi della RPC odierna. Soprattutto per i lettori stranieri, l’autore rievoca anche episodi della propria infanzia e adolescenza che contribuiscono a far capire quanto repentino e travolgente sia stato il passaggio dalle difficoltà del passato a quelle attuali. Per questo La Cina in dieci parole rappresenta un testo fondamentale per avvicinarsi a questo immenso paese, tanto rilevante per le dinamiche internazionali quanto complesso e sfaccettato al proprio interno.

Stiamo parlando di una terra vastissima che ha vissuto uno sviluppo improvviso ma disomogeneo; nelle metropoli l’uso del contante è ormai dimenticato e basta avere con sé un cellulare per cavarsela in qualsiasi situazione, ma nei villaggi del Nordest i bambini non hanno mai visto una scarpa da ginnastica. Gettare la carta igienica negli scarichi è una pessima idea (provare per credere), ma la digitalizzazione è così avanzata che perfino i mendicanti usano un QR code per ricevere l’elemosina.

Yu Hua ci mostra che le contraddizioni e le insidie legate al miracolo economico sono sistematiche e onnipresenti. In una società estremamente competitiva e orientata al profitto, si può assistere alle assurdità più disparate. Molti genitori si indebitano per permettere ai figli di studiare all’università, eppure i laureati finiscono in buona parte a girarsi i pollici. I risciò e i carretti degli ambulanti sfrecciano per le strade delle grandi città, tra le vetrine dei marchi di lusso e le auto di ultima generazione. La tecnologia è perfettamente incorporata nella quotidianità delle persone, ma per portare a termine una qualunque procedura burocratica è necessario un timbro ufficiale; inutile dire che i timbri vengono rubati di continuo.

Molti contadini si sono arricchiti a velocità stratosferica, facendo leva solo sul pragmatismo e l’immediatezza che caratterizzano la mentalità cinese, e qualcuno ha finito per comprare una BMW di ultimo modello semplicemente pensando: «È senz’altro un’automobile di lusso se ci sono volute due vacche per fare un sedile!». Non tutti hanno fatto i soldi in modo innocente; alcuni hanno sfruttato la disperazione dei poveracci per spingerli a vendere il proprio sangue e mettere su un relativo giro di affari, fenomeno che lo stesso Yu Hua ha raccontato in Cronache di un venditore di sangue (1995).

Per l’autore, i gravi squilibri della Cina di oggi sono dovuti allo stravolgimento del sistema di valori maoisti, inaugurato dal celebre slogan di Deng Xiaoping «non importa se un gatto è bianco o nero, finché acchiappa i topi». Emerge un senso di nostalgia per la Cina del passato, certamente povera e piena di problemi, ma anche traboccante di coraggio e coesione. In un testo molto recente, Mao Zedong è arrabbiato (2018), Yu Hua ha proprio descritto come la RPC di oggi, ancora comunista sulla carta, pur di mantenere la prosperità finanziaria, stia rinnegando i propri valori e sacrificando ogni forma di ideologia. La dittatura della lotta di classe è stata sostituita da quella del miracolo economico; l’ardore rivoluzionario si è trasformato in brama di denaro.

Tra i contrasti stridenti già menzionati fioriscono episodi di personaggi positivi, storie di amicizia, testimonianze di solidarietà e piccole avventure quotidiane. L’essere umano è rappresentato, come la Cina, nell’orrore e nella bellezza, al riparo da ogni banalizzazione. Yu Hua, da bravo medico, percorre la società con occhio clinico, senza trascurare nulla, restituendo alle pagine tutto ciò che vede. Disponendo con cura i dieci tasselli, completa il gigantesco e coloratissimo mosaico della Cina.

Quando il dolore degli altri è diventato il mio dolore, sono stato finalmente in grado di capire cosa significasse vivere e cosa significasse scrivere. Credo che al mondo nulla quanto l’esperienza del dolore possa mettere gli esseri umani in comunicazione, perché si tratta di un contatto molto intimo. E così, in questo libro, raccontando le sofferenze della Cina, ho raccontato anche la mia sofferenza. Sono la stessa cosa.

di F. Ceccarelli