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pubblicato 11 ore fa in Interviste \ Storia

Storia, arte e ideologia: Disputed Histories Library

intervista a Vahida Ramujkić

Storia, arte e ideologia: Disputed Histories Library

Quando ci si relaziona alla storia, non è mai facile stabilire un confine chiaro tra un evento e le sue possibili interpretazioni, soprattutto perché, per quanto strano possa sembrare, neanche l’oggettività è un criterio inequivocabile. A Belgrado, in una delle sale del museo della Jugoslavia, a pochi passi dalla tomba di Tito, il visitatore si imbatte in una piccola libreria che contiene una raccolta di testi scolastici. Si tratta di alcuni tra i manuali accuratamente predisposti dal governo jugoslavo e da quelli dei paesi sorti dopo la disgregazione del 1991 per insegnare la storia, la geografia e la cultura della tradizione alle nuove generazioni. La libreria e il suo contenuto sono espressione della Disputed Histories Library, un progetto di più ampio respiro a cura di Vahida Ramujkić che, a partire dal 2006, ha raccolto ben trecento titoli.

Lo scopo principale dell’iniziativa è di sensibilizzare sulla strumentalizzazione politica e ideologica delle narrazioni storiche ufficiali e di riflettere sulla parzialità di un sistema educativo che ingenuamente si potrebbe considerare di per sé neutro.  Per i paesi dell’ex Jugoslavia, e a ben vedere per tutte le realtà più o meno etnicamente composite, è problematico parlare di storia al singolare e sarebbe sempre più opportuno interrogarsi sulle diverse storie che coesistono. I nazionalismi di quest’area sono spesso una dimostrazione di come queste storie possono essere rilette alla luce di ideologie censorie di un certo revisionismo.

È proprio per questi motivi che il lavoro di Vahida Ramujkić ha un significato ancora più profondo e suscita un interesse tanto vivo. Grazie alla sua disponibilità abbiamo potuto approfondire meglio parte di questi temi facendole alcune domande.


Come nasce la Disputed Histories Library? Cosa ti ha portato a riflettere sul rapporto tra narrazioni storiche e manuali scolastici?

Nell’estate del 2006 ho partecipato alla Lost Highway con un gruppo di colleghi. Per un mese abbiamo viaggiato con una carovana di auto e altri veicoli lungo un’autostrada mai completata che in origine avrebbe dovuto collegare le capitali delle ex repubbliche jugoslave. Per me, che allora vivevo all’estero da tanti anni, è stata un’occasione unica per rivisitare parti del mio paese che erano diventate quasi del tutto inaccessibili dopo le guerre degli anni ’90, quando tutti i rapporti tra i paesi dell’ex Jugoslavia erano stati effettivamente interrotti.

Devo ammettere che negli anni ’80, quando ero alle elementari, la storia non era affatto una delle mie materie preferite. Avevamo un insegnante molto severo che puniva prontamente l’ignoranza con voti bassi. A quel tempo, la storia appariva come qualcosa di indiscutibile e immutabile. Eppure, durante questo viaggio, mi sono profondamente interessata al modo in cui queste nuove “realtà” – che continuano a mantenere i nuovi Stati in una condizione di conflitto latente – venivano spiegate ai bambini delle elementari. Come mai la storia, che quando ero a scuola io veniva presentata come assoluta e incontestabile, era diventata così aperta all’interpretazione?

La nostra percezione della “verità” si era frantumata come uno specchio rotto in innumerevoli frammenti, ognuno dei quali rifletteva un’immagine diversa e raccontava una storia diversa. In ogni luogo che visitavamo, ho iniziato a comprare manuali scolastici di storia– ovunque riuscissi a trovarne, in libreria così come nei mercatini delle pulci – e li mettevo nel bagagliaio dell’auto, quando poi facevamo una pausa, gli altri partecipanti potevano sfogliarli. Questa collezione improvvisata e mobile è stata il punto di partenza di quella che in seguito sarebbe diventata la Disputed Histories Library.

L’arte non esiste al di fuori della storia e del presente in cui nasce: qual è la funzione dei workshop che hai ideato per coinvolgere le persone in una riflessione attiva e laboratoriale sul modo in cui la storia viene raccontata?

L’arte non esiste al di fuori della storia o del presente in cui nasce. I workshop che ho ideato si collocano all’incrocio di queste due dimensioni: rispondono a cornici ideologiche più ampie che modellano le narrazioni storiche, ma operano anche su un piano più ridotto con azioni concrete, pratiche.

Le narrazioni storiche ufficiali – in particolare quelle veicolate dai programmi scolastici – sono meccanismi centrali dello Stato-nazione moderno. Svolgono un ruolo chiave nella normalizzazione dei rapporti di potere dominanti, oscurando al contempo le forze materiali, sociali ed economiche che plasmano gli eventi storici. In questo senso, le narrazioni storiche ufficiali sono il prodotto delle ideologie dominanti e fungono da strumenti chiave per mantenere i rapporti di potere esistenti, nascondendo i sistemi di sfruttamento alla base. Questi stessi processi hanno anche profondamente plasmato il sistema artistico, che è spesso confinato in circuiti istituzionali isolati e distaccato dagli interessi e dalle lotte sociali di più ampio respiro.

I workshop Disputed Histories sono stati concepiti come un modo per intervenire su questi meccanismi attraverso metodi e pratiche artistiche. I partecipanti lavorano direttamente con i manuali di storia come materiale primario, utilizzando tecniche semplici come copia, ritaglio, collage, assemblaggio, riorganizzazione, commento e interpretazione. Questo lavoro manuale e collettivo consente ai partecipanti, indipendentemente dal loro background accademico, non solo di comprendere meglio come vengono costruite e strumentalizzate le narrazioni storiche, ma anche di articolare insieme nuove narrazioni con il dialogo e la pratica.

I workshop culminano nella produzione collettiva di opuscoli o fanzine, che fungono sia da risultati che da strumenti di divulgazione. In questo modo, l’arte non agisce come rappresentazione ma come metodo: una pratica condivisa e incarnata che permette ai partecipanti di riflettere su come viene narrata la storia e di riconoscere la propria capacità di intervenire nella sua produzione.

Quanto pensi che la produzione e la diffusione di una storia ufficiale influenzino la mentalità delle persone e la coscienza collettiva?

Le versioni ufficiali della storia non sono mai neutre. Svolgono un ruolo fondamentale nel plasmare il modo in cui le persone percepiscono il potere, la responsabilità e il proprio ruolo nella società. Fin da quando si è piccoli, la storia insegnata a scuola non si limita a raccontare ciò che è accaduto, ma anche chi ha agito, chi ha avuto importanza e chi è stato ridotto a vittima passiva o collettività astratta.

Come scrive l’antropologo e attivista David Graeber: «Per liberarci, la prima cosa che dobbiamo cominciare a fare è vederci nuovamente come soggetti attivi nella storia, come persone che possono fare la differenza sul corso degli eventi mondiali. Questo è esattamente ciò che la militarizzazione della storia sta cercando di portarci via». (D. Graeber, Debito. I primi 5000 anni, il Saggiatore, 2012)

Quando la storia viene ridotta a guerre, leader e vittorie o traumi nazionali, le persone sono portate a identificarsi con gli eserciti e gli Stati piuttosto che con i movimenti sociali, le lotte quotidiane o l’azione collettiva. Le cause strutturali – relazioni di classe, interessi economici e sistemi di sfruttamento – vengono messe da parte.

In questo modo, la storia ufficiale produce obbedienza anziché comprensione. I resoconti che non si adattano alla narrativa dominante vengono omessi o messi a tacere, trasformando la storia in uno strumento di repressione e amnesia collettiva. Presentando il passato come qualcosa guidato da forze al di là della portata della gente comune, si limita l’immaginazione del presente e si restringe la portata dei cambiamenti possibili.

Perché ritieni che la manipolazione della storia sia un argomento tanto importante e discusso per i paesi dell’ex Jugoslavia?

La manipolazione della storia è una questione cruciale e ampiamente dibattuta nei paesi dell’ex Jugoslavia perché la storia è stata sistematicamente utilizzata come arma politica nei processi di costruzione dello Stato, trasformazione economica e riallineamento ideologico a partire dagli anni ’90. La dissoluzione della Jugoslavia ha smantellato non solo un sistema politico condiviso, ma anche un quadro storico comune, creando l’urgenza di nuove narrazioni legittimanti, prodotte in gran parte nel contesto della guerra.

In questo vuoto, il revisionismo storico è diventato un progetto chiave per lo Stato. I programmi scolastici sono stati riscritti, i monumenti pubblici rimossi o eretti, e sono stati pubblicati numerosi nuovi manuali, ciascuno dei quali offriva una versione del passato adattata alle esigenze nazionali. Queste narrazioni hanno attivamente ristrutturato la memoria collettiva per giustificare la divisione etnica, le rivendicazioni territoriali e la violenza politica. Le esperienze storiche condivise sono state frammentate, mentre il conflitto è stato presentato come naturale, inevitabile e storicamente predeterminato.

Fondamentalmente, questo revisionismo è andato di pari passo con la sistematica delegittimazione del passato socialista. Per normalizzare la rapida privatizzazione, lo smantellamento dello stato sociale e il ripristino del capitalismo sotto il vessillo dei “valori democratici” e del libero mercato, il socialismo doveva essere ridefinito come un fallimento storico assoluto. Questo slittamento narrativo ha aperto la strada alla riabilitazione delle élite nazionaliste prebelliche, delle autorità ecclesiastiche e monarchiche e delle fazioni politiche che avevano collaborato con gli occupanti fascisti durante la Seconda guerra mondiale.

Dall’inizio degli anni 2000 in poi, queste revisioni simboliche sono state rafforzate attraverso misure legali ed economiche concrete, come le leggi sulla restituzione e la riabilitazione. Così facendo, le ideologie di estrema destra non solo sono state simbolicamente normalizzate, ma anche materialmente ancorate al presente attraverso la restituzione delle proprietà, il riconoscimento pubblico e la legittimità istituzionale. Posizioni che un tempo erano state politicamente screditate sono state a poco a poco reintrodotte nel mainstream con il pretesto di “correggere le ingiustizie storiche”.

Poiché le narrazioni storiche plasmano direttamente l’identità nazionale, la legittimità politica e l’accesso alle risorse materiali, i dibattiti sulla storia nell’ex Jugoslavia rimangono un terreno aspramente conteso. Tuttavia, paradossalmente, con il passare del tempo lo spazio per un dibattito pubblico aperto e critico si è ridotto, rendendo l’interpretazione storica più precaria e più controllata.

Ti viene in mente un evento particolarmente esemplificativo per comprendere meglio il processo di mistificazione a cui talvolta è sottoposta la storia dei paesi jugoslavi? Pensiamo al Kosovo, per esempio, oppure alla guerra civile croata alla vigilia dell’indipendenza, o, ancora, all’assedio di Sarajevo…

Gli esempi sono tanti, ma ora ne farò un paio a titolo illustrativo. Uno particolarmente significativo è emerso durante un workshop che ho fatto con studenti del Kosovo e della Serbia, incentrato sull’analisi di come le “storie condivise” sono presentate nei manuali di diversi periodi storici. Il primo argomento proposto per la discussione era la battaglia del Kosovo, considerata un punto di riferimento storico comune. Ne è seguita un’intensa conversazione durata quasi quaranta minuti, prima di renderci conto che i partecipanti stavano parlando di due eventi completamente diversi, separati da più di cinque secoli.

È emerso che gli studenti serbi si riferivano alla battaglia del Kosovo del 1389, che nei manuali serbi rappresenta un mito nazionale fondante che segna la caduta dello Stato serbo medievale e l’inizio del dominio ottomano. Gli studenti del Kosovo, invece, stavano discutendo della guerra del 1999, un evento centrale per la formazione dello Stato kosovaro e per la sua dichiarazione di indipendenza. È stato sorprendente vedere con quanta facilità si sia creata la confusione, che ha dato vita a una lunga discussione senza che nessuno si accorgesse del malinteso di fondo, possibile perché entrambi gli eventi rappresentavano esattamente i pilastri fondamentali delle rispettive narrazioni nazionalistiche, ma occupavano posizioni e significati radicalmente diversi all’interno di tali narrazioni.

Un altro esempio riguarda le migrazioni di popoli seguite dal Congresso di Berlino del 1878 e la ridefinizione dei confini nella regione: gli albanesi migrarono dai territori serbi, mentre i serbi si trasferirono dalle province del Kosovo. Tuttavia, i manuali nazionali tendono a porre l’accento solo sulle migrazioni della propria etnia, presentandole come una sofferenza unilaterale e omettendo o minimizzando lo spostamento degli altri. Il risultato è una memoria storica selettiva in cui la violenza, la perdita e la mobilità appaiono unilaterali, mentre il “quadro più ampio” – l’intervento delle potenze occidentali e i loro interessi nella regione – resta sullo sfondo.

A causa della “nuova normalità” e dei contatti fortemente ridotti tra Stati confinanti, specialmente nel caso molto complesso della Serbia e del Kosovo, quell’incontro per i giovani era un’occasione molto rara per conoscere ciò che è scritto nei manuali scolastici dei paesi vicini. Questa semplice intuizione ha aperto prospettive molto più ampie e ha fornito loro gli strumenti per comprendere la situazione attuale.

Il revisionismo storico viene attuato anche attraverso il materiale visivo, non solo tramite l’interpretazione testuale. Le immagini nei manuali scolastici hanno una forte pretesa di veridicità in quanto costituiscono un’evidenza tangibile della parte narrativa, specialmente per gli alunni che a quell’età non hanno ancora sviluppato capacità di alfabetizzazione visiva o di confronto critico.

A tal proposito, un esempio significativo si trova in un libro di storia croato che tratta della liberazione di Zagabria nel 1945. L’evento è presentato attraverso il confronto di due immagini volte a mostrare “come funzionava la propaganda comunista”. La prima immagine mostra la liberazione così come descritta nelle rappresentazioni partigiane: una piazza del centro piena di soldati e civili che festeggiano insieme. La seconda immagine, presentata “come è stato realmente”, mostra solo un piccolo gruppo di partigiani che attraversano una piazza quasi vuota, con le finestre degli edifici circostanti chiuse. Ciò che non viene spiegato è che la seconda fotografia è stata scattata in un altro momento, dopo che le unità principali avevano già attraversato la piazza. Per gli studenti non allenati all’analisi critica delle immagini, questo tipo di giustapposizione visiva può essere molto persuasivo. Anziché incoraggiare domande sul contesto, sui tempi e sul quadro generale, fornisce una lezione morale semplificata: un’immagine è propaganda, l’altra verità. In questo modo, il revisionismo opera in modo sottile, attraverso una retorica visiva che sembra oggettiva mentre rimodella attivamente la percezione storica.

Che consigli daresti a un giovane che studia la storia per non lasciarsi influenzare eccessivamente dalle interpretazioni altrui? E cosa suggeriresti a un docente per mettere sempre gli studenti nelle condizioni di sviluppare un loro senso critico?

Per gli studenti: chiedetevi perché esiste una particolare interpretazione e a chi giova. Guardate oltre gli eventi e osservate le forze sociali, politiche ed economiche che li determinano. Mettete in discussione i miti familiari e le storie nazionali e riflettete su come la storia influenzi la vostra vita. Nulla è bianco o nero, imparare a districarsi tra le contraddizioni è fondamentale.

Per gli insegnanti: non imponete risposte. Fornite fonti, contesto e fatti e incoraggiate gli studenti a porre domande, a fare confronti e a trarre le proprie conclusioni. Insegnate loro che la storia è un campo controverso e che il pensiero critico è più importante del consenso.


How did the Disputed Histories Library come into being? What led you to reflect on the relationship between historical narratives and school textbooks?

In the summer of 2006, I joined the Lost Highway expedition together with a group of colleagues. Over the course of one month, we travelled in a caravan of cars and other vehicles along a never-completed highway that was originally meant to connect the capitals of the former Yugoslav republics. For me, having lived abroad for several years at that point, this was a unique opportunity to revisit parts of my former country that had become almost entirely inaccessible to one another after the wars of the 1990s, when all relations between them were effectively severed.

I should admit that during the 1980s, when I was in primary school, history was by no means one of my favourite subjects. We had a very strict teacher who readily punished ignorance with poor grades. At that time, history appeared as something unquestionable and fixed. Yet during this journey, I became deeply interested in how these new “realities”—which continue to keep the newly formed states in a state of latent conflict—were being explained to children in elementary education. How had history, which during my schooling had been presented as absolute and indisputable, become so open to interpretation?

Our perception of “truth” had shattered like a broken mirror into countless fragments, each reflecting a different image and telling a different story. In every place we visited, I began acquiring history textbooks—wherever I could find them, in official bookshops as well as at flea markets—and storing them in the trunk of the car. During travel breaks, other participants of the expedition could consult them. This improvised, mobile collection became the starting point of what would later develop into the Disputed Histories Library.

Art does not exist outside of history or the present in which it is produced: what is the role of the workshops you have designed in engaging people in an active, hands-on reflection on the ways history is narrated?

Art does not exist outside of history or the present in which it is produced. The workshops I designed operate at the intersection of these two dimensions: they respond to broader ideological frameworks that shape historical narratives, while also working at a micro level through concrete, hands-on practices.

Official historical narratives—particularly those transmitted through school curricula—are central mechanisms of the modern nation-state. They play a key role in normalising dominant relations of power while obscuring the material, social, and economic forces that shape historical events. In this sense, official historical narratives are products of dominant ideologies and function as key tools for maintaining existing power relations, concealing underlying systems of exploitation. These same processes have also profoundly shaped the art system, which is often confined to insulated institutional circuits and detached from broader social interests and struggles.

The Disputed Histories workshops were conceived as a way to intervene in these mechanisms through artistic methods and practices. Participants work directly with history textbooks as primary material, using simple techniques such as copying, cutting, collage, assemblage, re-organising, commenting, and interpretation. These manual and collective processes allow participants—regardless of academic background—not only to gain insight into how historical narratives are constructed and instrumentalised, but also to collectively articulate new narratives through dialogue and practice.

The workshops culminate in collectively produced booklets or zines, which function both as outcomes and as tools for dissemination. In this way, art operates not as representation but as a method: a shared, embodied practice that enables participants to reflect on how history is narrated and to recognise their own capacity to intervene in its production.

In what way do you think that the production and dissemination of an official version of history shape people’s mindsets and collective consciousness?

Official versions of history are never neutral. They play a key role in shaping how people understand power, responsibility, and their own position in society. From an early age, school history teaches not only what happened, but who acted, who mattered, and who is reduced to a passive victim or an abstract collective.

As anthropologist and activist David Graeber writes: “To begin to free ourselves, the first thing we need to do is to see ourselves again as historical actors, as people who can make a difference in the course of world events. This is exactly what the militarization of history is trying to take away.”

When history is reduced to wars, leaders, and national victories or traumas, people are encouraged to identify with armies and states rather than with social movements, everyday struggles, or collective agency. Structural causes—class relations, economic interests, and systems of exploitation—are pushed out of view.

In this way, official history produces obedience rather than understanding. Accounts that do not fit the dominant narrative are omitted or silenced, turning history into a tool of repression and collective amnesia. By presenting the past as something driven by forces beyond ordinary people, it limits the imagination of the present and narrows the sense of what kinds of change are possible.

Why do you believe that the manipulation of history is such a crucial and widely debated issue in the countries of the former Yugoslavia?

The manipulation of history is such a crucial and widely debated issue in the countries of the former Yugoslavia because history has been systematically used as a political weapon in processes of state-building, economic transformation, and ideological realignment since the 1990s. The breakup of Yugoslavia dismantled not only a shared political system but also a shared historical framework, creating an urgent demand for new legitimising narratives—largely produced in the context of war.

In this vacuum, historical revisionism became a central state project. School curricula were rewritten, public monuments removed or erected, and a proliferation of new textbooks emerged, each offering a nationally tailored version of the past. These narratives actively restructured collective memory to justify ethnic division, territorial claims, and political violence. Shared historical experiences were fragmented, while conflict was presented as natural, inevitable, and historically predetermined.

Crucially, this revisionism went hand in hand with the systematic delegitimisation of the socialist past. In order to normalise rapid privatisation, the dismantling of social institutions, and the restoration of capitalism under the banner of “democratic values” and the free market, socialism had to be recast as an absolute historical failure. This narrative shift opened the door to the rehabilitation of pre-war nationalist elites, ecclesiastical and monarchic authorities, and political factions that had collaborated with fascist occupiers during the Second World War.

From the early 2000s onward, these symbolic revisions were reinforced through concrete legal and economic measures, such as laws on restitution and rehabilitation. In this way, far-right ideologies were not only symbolically normalised but materially anchored in the present through the return of property, public recognition, and institutional legitimacy. Positions that had once been politically discredited were gradually reintroduced into the mainstream under the guise of “correcting historical injustice.”

Because historical narratives directly shape national identity, political legitimacy, and access to material resources, debates about history in the former Yugoslavia remain a highly contested terrain. Yet paradoxically, as time has passed, the space for open and critical public debate has narrowed, making historical interpretation both more volatile and more tightly controlled.

Can you think of a particularly telling event that helps us better understand the process of mystification to which the history of the Yugoslav countries is sometimes subjected? One might think, for instance, of Kosovo, the Croatian War of Independence on the eve of secession, or the siege of Sarajevo…

There is many examples, but now I will give couple of examples for the illustration. A particularly telling one emerged during a workshop I conducted with students from Kosovo and Serbia, focused on examining how “shared histories” are presented in textbooks from different historical periods. The first topic proposed for discussion was the Kosovo battle, assumed to be a common historical reference point. What followed was an intense conversation that lasted nearly forty minutes before we realised that participants were speaking about two entirely different events, separated by more than five centuries.

It came out that students from Serbia were referring to the Battle of Kosovo in 1389, which in Serbian textbooks functions as a foundational national myth, marking the fall of the medieval Serbian state and the beginning of Ottoman rule. Students from Kosovo, meanwhile, were discussing the war of 1999—an event central to the formation of the Kosovar state and its declaration of independence. It was striking how easily the confusion was made, providing so long discussion without noticing the basic misunderstanding, it was possible as both events exactly served as foundational pillars of their respective nation-state narratives, yet they occupied radically different positions and meanings within those narratives.

Another example relates to the migrations of population followed by the Congress of Berlin in 1878 and the redrawing of borders in the region: Albanians migrated from parts of Serbian territories, while Serbs moved from Kosovo provinces. Yet national textbooks tend to emphasise only the migrations of their own ethnic population, presenting them as unilateral suffering while omitting or minimising the displacement of others. The result is a selective historical memory in which violence, loss, and mobility appear one-sided while the “bigger picture” — intervention of western powers and their interests in the region remain in the background.

Due to “new normality” and severely reduced contacts between neighbouring states, specially in this very complicated case of Serbia and Kosovo, those were very rare opportunities for young people to get to know what writes in neighbouring text books. This simple insight, opened much wider perspectives and gave them tools to understand current situation.

Historical revisionism is also carried out through visual material, not only through textual interpretation. Images in school textbooks carry a strong claim to truthfulness as they stand as material proof of the narrative part, specially for pupils who at that age havent developed visual literacy or critical comparison skills.

A telling example for this can be found in a Croatian history textbook dealing with the liberation of Zagreb in 1945. The event is presented through a comparison of two images aimed to expose “how communist propaganda worked.” The first image shows the liberation as depicted in partisan representations: a central square filled with soldiers and civilians celebrating together. The second image, presented as “how it actually was,” shows only a small group of partisans passing through an almost empty square, with closed windows on surrounding buildings. What remained unexplained is that the second photograph was taken at a different moment—after the main units had already passed through the square.

For pupils untrained in critical image analysis, this kind of visual juxtaposition can be highly persuasive. Rather than encouraging questions about context, timing, and framing, it produces a simplified moral lesson: one image is propaganda, the other truth. In this way, revisionism operates subtly, through visual rhetoric that appears objective while actively reshaping historical perception.

What advice would you give to a young person studying history in order not to be overly influenced by others’ interpretations? And what would you suggest to teachers to ensure that students are always encouraged to develop their own critical thinking?

For students: Ask why a particular interpretation exists and whose interests it serves. Look beyond events to the social, political, and economic forces behind them. Question family myths and national stories, and think about how history shapes your own life. Nothing is black and white, learning to navigate contradictions is key.

For teachers: Don’t impose answers. Provide sources, context, and facts, and encourage students to question, compare, and draw their own conclusions. Teach them that history is a contested field, and that critical thinking is more important than agreement.