Pigrizia – Paolo Ciampi
l'altra faccia dell'alacrità
Lo scrittore Paolo Ciampi ci parla di “pigrizia”. Una parola che, con un ossimoro incisivo, l’autore accosta all’operosità dei suoi personaggi.
Lo so, è una parola tutt’altro che nobile, di sicuro non rientra tra le virtù di cui vantarsi, tutt’altro. Eppure temo sia proprio questa la parola che più di tutte si insinua nelle mie pagine, così come nelle mie giornate.
«È pigro l’uomo che può far di meglio», asseriva Ralph Waldo Emerson e non posso dargli torto. Questione di punti di vista, però. Certe parole vanno strizzate come si fa con i limoni. Bisogna ricavarne il succo e lasciarsene sorprendere. E che dire se spremendo pigrizia si ricava lentezza?
Ecco, questa è già un primo elemento di riscatto. C’è bisogno di lentezza in questa vita dove tutto va veloce. È premessa indispensabile per ragionare su un altro tempo.
Non che la lentezza la pratichi davvero, sono tra le persone di cui si dice che predicano bene e razzolano male. Però ne parlo molto e comunque sia diversi dei personaggi che ho raccontato nei miei libri rientrano nella categoria che mi piace definire dei «pigri indaffarati».
Tale era il George Perkins Marsh de L’ambasciatore delle foreste. Ambasciatore lo era sul serio, il primo a rappresentare gli Stati Uniti in Italia per nomina del presidente Lincoln, solo che era un uomo allergico agli impegni mondani e all’etichetta della diplomazia. Aveva una certa tendenza a sparire, magari per lunghe passeggiate nei boschi. Coltivava progetti di poco fondamento, studiava cose apparentemente di nessun costrutto, come le saghe islandesi e gli imperatori dell’antica Roma. Indolente, ma anche curioso. Fu lui, prima ancora che la parola ecologia venisse inventata, a scoprire qualcosa che oggi diamo o dovremmo dare per acquisito: l’uomo stava cambiando il clima del pianeta e le cose sarebbero andate sempre peggio a forza di disboscare.
Però anche Carlo Lorenzini, per tutti Collodi: un altro «pigro indaffarato» che ho provato a raccontare ne Il babbo di Pinocchio. Quasi il portabandiera di un tipo di persone che sanno combinare il massimo dell’indolenza per ciò che non intendono fare con il massimo dell’impegno per ciò che davvero desiderano fare. Scriveva per i giornali, però lo stipendio se lo guadagnava con il lavoro in prefettura Un giorno gli fecero lo scherzo di nominarlo cavaliere, pensate voi, per meriti di ufficio. Proprio lui, che si faceva beccare appisolato, le gambe allungate sulla scrivania, il cappello a coprirgli il naso. Brigò per ottenere la pensione anticipata e la ottenne. «Contento di non lavorare più?» gli domandarono. «Chiedetelo a chi ha sgobbato per tanti anni»rispose, «per me non cambia nulla».
Anche il Pinocchio l’aveva presa come una «bambinata», con poca voglia di proseguire. Però, ecco, fu un pigro indaffarato che non si stancò mai di scrivere. A patto di scrivere ciò che davvero sentiva di voler scrivere.
A personaggi come questi ho dedicato un intero libro, Radure: dove il titolo discende da quella sorta di «selva oscura» che per me è il tempo, quando lasciamo che cresca incolto intorno a noi, fino a farsi intrico di rami e pruni. Immaginavo colpi di cesoia, in quel libro, per cominciare a liberarci, per ridarci un po’ di spazio, di luce.
In quel libro raccontavo anche di un altro personaggio che mi ha sempre affascinato. Luke Howard: un nome da personaggio da fumetti, oppure da fantascienza, tipo Guerre Stellari. In realtà un farmacista nella Londra a cavallo tra Settecento e Ottocento. Era nato e cresciuto in una famiglia quacchera, dove ogni forma di indolenza, fosse anche la contemplazione del bello, era guardata con sospetto. Ma per lui la felicità era alzare la testa e inseguire ciò che c’è di più mutevole, incostante, impalpabile. Le nuvole, appunto. Le protettrici degli sfaccendati per Aristofane.
Me lo sono sempre immaginato su uno dei prati di Hyde Park o di qualche altro parco di Londra, le dita intrecciate sotto la nuca, un filo d’erba tra le labbra, lo sguardo rapito. La gente che gli passa accanto, perplessa per tanta eccentricità, forse invidiosa. Però ecco, oggi Luke Howard è considerato il padre della nefologia, ovvero della branca della meteorologia che si occupa dello studio delle nuvole. Quando vi capita di ascoltare le previsioni del tempo, certe parole che si usano ancora sono proprio le sue: il cirro, il cumulo, lo strato. Per dire cosa combinano, i pigri.
Su Luke Howard un giorno mi piacerebbe scrivere un libro, solo che per farlo dovrei spostarmi in Inghilterra e investire parecchio tempo in ricerche di archivio. Troppo, anche per la mia pigrizia che accetta di essere indaffarata.
Nel frattempo mi sono impegnato a scrivere di luoghi che mi piacciono e che possono regalarci lentezza, oltre che una possibiltà di coltivare sia la propria solitudine che l’altrui compagna. I bar – meglio se i bar di una volta, quelli dove si leggeva i giornali e si giocava a carte – ne La terapia del bar; le panchine – che sono anche un ottimo punto di osservazione del mondo, standone ai margini – in La libertà delle panchine.
E un diverso tempo mi pare ci sia anche nel mio ultimo Pastorale, che racconta della poesia dei pastori: poesia che per esistere non ha bisogno di studi particolari, ma piuttosti di lunghe attese e di notti di cielo stellato, quindi di un altro tempo.
Ma soprattutto la vita, che è altra cosa da scrivere. Qui devo fare di più, cioé di meno. Rinunciando per quanto possibile a ogni vanità, a ogni attaccamento: perché poi di questo si tratta.
Mi tengo stretti alcuni versi di Pessoa, da Una sola moltitudine:
Cogli i fiori ma lasciali
cadere appena li hai guardati.
Siediti al sole. Abdica
e sii re di te stesso.
Così come un haiku dall’antico Giappone, non ricordo di quale poeta:
Seduto pacificamente senza far nulla
viene la primavera
e l’erba cresce da sola.
Spero che queste parole mi siano maestre di pigrizia.
Da Radure. Dimettersi, guadagnare tempo, ricominciare, Jimenez edizioni, 2025
Pigro indaffarato.
Mi piace questa espressione. Sembra una contraddizione in termini, un ossimoro nella vita vissuta. Invece richiama la via per rimettere diverse cose al loro posto. E non escludo che sia un’arte: il pigro indaffarato non può prescindere dalla giusta ispirazione e dalla giusta esperienza.
Né il forzato delle agende, né lo scioperato permanente. Né Stachanov l’operaio, né Bartleby lo scrivano. Il pigro indaffarato, per come lo intendo io, è bravo a scansare ciò che non gli piace e a raddoppiare le energie su ciò che gli piace.
È pigro in ciò che gli domandano di fare e magari dovrebbe proprio fare; indaffarato, a volte esageratamente indaffarato, in ciò che decide di fare di testa sua: per passione, per curiosità, per scommessa, o anche solo per cambiare.
Un’arte. E come tale presuppone certamente i sacrifici di ogni artista. Quante cose fatte prima, solo perché si dovevano fare. Se non altro sono servite a comprendere cosa valeva la pena.
Il pigro indaffarato non lancia proclami, non parte lancia in resta, diffida del tutto o niente, del così o così, dell’ora o mai più. Sa esercitare l’arte della perplessità, non fa resistenza ma resilienza, come una canna di bambù al vento.
Provando e riprovando ha adottato strategie basiche di sopravvivenza: il sorriso di circostanza, lo sguardo puntato fuori dalla finestra, il passo di lato, l’ipocrita cenno di intesa, l’affrettato cambio di discorso. A volte anche la bugia minimale, quella per cui non dovrebbe crescere il naso.
Il pigro indaffarato non crede ai cambiamenti radicali, casomai li sogna, però è come se li sognasse un altro, un cane che non è bene disturbare.
Il pigro indaffarato non adopera la sega elettrica per disboscare, sa che si taglierebbe la vena femorale, morirebbe dissanguato. E in ogni caso non ci sarebbe gusto.
Volete mettere con un colpo di cesoia qui e uno là?
Giornalista e scrittore fiorentino, Paolo Ciampi ha all’attivo più di 40 libri in cui si occupa in particolare di viaggi, luoghi, biografie, con vari riconoscimenti nazionali, quali lo Spadolini per le biografie e il Maldini per la letteratura di viaggio. Per due volte è stato proposto per lo Strega, con i libri L’ambasciatore delle foreste e Il maragià di Firenze. Tra le ultime sue uscite La libertà delle panchine (Ediciclo), Il babbo di Pinocchio (Arkadia) e Pastorale (Kellermann), sulla poesia dei pastori, dei transumanti, degli analfabeti. Presiede I Libri di Mompracem, casa editrice che è anche un ente del terzo settore per la promozione del libro e della lettura. Nel febbraio 2024 ha aperto Itaca: una residenza per artisti e scrittori che ospita un intenso programma di presentazioni, conferenze, mostre.
Di parola in parola è una rubrica a cura di Emanuela Monti. Dalla nota introduttiva è possibile scaricare l’archivio della rubrica, uscita fino al 2019 in forma cartacea nella rivista «Qui Libri».