Culturificio
pubblicato 7 giorni fa in Di parola in parola

Tenebre – Giuseppe Quaranta

ovvero il buio della melanconia

Tenebre – Giuseppe Quaranta

Lo scrittore Giuseppe Quaranta ci parla di “tenebre” parola che ben rappresenta la condizione emotiva dei protagonisti del suo libro di esordio.


Non ho mai pensato che l’opposto di tenebre fosse assenza di luce. È stato ancora più facile capirlo quando l’11 agosto 1999, pochi mesi prima che finisse il secondo millennio, sono riuscito a vedere una delle ultime eclissi solari. Quella del ’99 non è stata come quella del 1961, l’ultima totale, ma a me è bastata per evocare uno scenario che solo i poeti e gli scrittori e il mio mestiere di psichiatra erano riusciti a suggerirmi. Non sono salito, come fece Stifter, su una torre di avvistamento, né mi sono arrampicato su un tetto o affacciato da un abbaino. Ero semplicemente in strada, senza altri strumenti ottici e con un paio di occhiali da sole, per consentire alla vista di approssimarsi al fenomeno, quando quel passaggio distinto dalla luce alle tenebre si è verificato senza intermediari. E non immaginavo come sia spettrale una notte che arriva senza passare per il tramonto. L’oscurità, per dirla con Milton, ha iniziato a farsi visibile (darkness visible) e un corteo di lenta corruzione, deformando i colori o trasferendoli dalle loro abituali zone, ha annerito la superficie della Terra, increspato l’aria di una brezza più insalubre, rallentato o abbassato il transito delle colombe in volo e impaurito gli altri animali. Ricordo ancora nel silenzio un uggiolato di cani. In pieno meriggio, un sole a spicchi concentrava ai bordi, sempre più evanescenti, i colori infuocati del crepuscolo. A queste sensazioni visive, si è associata una di carattere morale, paragonabile a uno stato di ottundimento, un disagio, una fitta di angoscia. Una sensazione anche di difficile respirabilità, di prossimo soffocamento, di lieve sospensione dei sensi: mi sono tastato il polso, per registrare la frequenza dei battiti, e ho cercato di controllare il respiro, diventato più affannoso. Non so (non posso calcolare) quanto si siano prolungati nella vertigine quegli attimi. Con il loro carattere di condizione temporale indefinita, quelle tenebre particolari mi sono sembrate la situazione più vicina a quella forma di grave melanconia che viene inflitta talora ai malati, e che ho cercato di ricreare artificialmente ne La sindrome di Ræbenson. Non è un caso che Lars Von Trier abbia immaginato, come suo corrispettivo, l’orbita buia e lentissima di un pianeta. Quel terrore possiamo vagamente intuirlo quando, non trovandoci in case moderne provviste di luci di emergenza, va via per alcuni minuti la corrente e le tenebre hanno il sopravvento. I surrogati della luce naturale, tenuti accesi a qualunque ora, impediscono la nostra confidenza con il buio e non permettono alla vista, come dice Emily Dickinson, di adattarsi alla mezzanotte (or something in the sight / Adjusts itself to Midnight). No, non è solo una questione di pura luce, ma di annebbiamento morale. I ræbensoniani, protagonisti del mio libro di esordio, convinti di essere condannati all’immortalità, sprofondano in una tenebra emotiva, in quell’oscurità trasparente che è anche il titolo del memoir dolente di William Styron in cui racconta la propria depressione. È un’oscurità simile a un pianeta enorme, che ha deformato e rallentato il tempo vicino: non solo l’aria è mefitica e irrespirabile, ma terrorizza con la sua possibile durata infinita. Sembrano allora non esserci vie di scampo, se non gesti estremi. In questo clima di tenebroso tedium vitae, gli uomini di un poema di Byron – anch’esso intitolato «Tenebre» (Darkness) – con un falò fanno scempio di capanne palazzi e dimore, al solo scopo di guardarsi in faccia ancora un’ultima volta. Come la piccola fiammiferaia di Andersen che, alla ricerca di un po’ di calore, consuma il suo mazzetto di zolfanelli nella notte invernale, quegli uomini sfidano eroicamente le tenebre visibili con bagliori fugaci. Esiste migliore metafora della vita?


Da La sindrome di Ræbenson (2023, Edizioni di Atlantide)

Il giorno dopo incontrai uno dei proprietari della fattoria. (…) Mi raccontò che fino a dieci anni prima padre Janz era stato ancora molto attivo nella sua comunità, non aveva mai smesso di lavorare nei campi (…). Il tracollo era arrivato quando era scomparsa la sua vecchissima madre, che abitava con lui in canonica e che pochi avevano visto. Scomparsa nel senso che qualcuno l’aveva forse rapita. Non si era più riusciti a trovarla, e il prete non sembrava molto sorpreso dal fatto. Molti iniziarono a giurare che Padre Janz dimenticava cose molto banali. Era come se lui non vivesse alcune ore. La cosa sorprese tutti perché, al di là della perdita di questi fatti circostanziati, aveva una memoria di ferro. Poi smise all’improvviso di uscire, non s’interessò più alle questioni religiose e cominciò a vivere come assorto in una specie di delirium che gli aveva consumato i sensi, santificandolo agli occhi dei contadini. “Un matto che abbiamo in paese dice che Padre Piero è la faccia di Dio nelle tenebre”, disse. “Cosa vuol dire secondo lei?”.

(…) “Lasciatelo lottare contro i suoi fantasmi”, esclamai, “non ha altre necessità ora che incidere quelle tenebre. Far comparire un po’ di luce”».

“Dottore, io non mi metto mai a sindacare quello che fanno gli altri. Ognuno fa quello che vuole”.

Prima di lasciarmi però, il fattore ebbe un’altra curiosità da domandarmi, quasi mi avesse scambiato per un detective privato.

“Che fine pensa abbia fatto sua madre? È l’unico mistero di cui non saprei che pensare. Non mi fanno impressione gli sproloqui deliranti di un vecchio prete, ma la scomparsa di una donna così misurata, quello mi turba. Che se la sia portata via il vento è improbabile, dottore, in questa regione il tempo è mite e gli animi molto tranquilli”.


Giuseppe Quaranta (1982) è nato a Grottaglie e residente a Pisa, dove esercita la professione di psichiatra. Con il suo libro d’esordio La sindrome di Ræbenson (2023, Edizioni di Atlantide) è stato finalista al Premio Italo Calvino 2023 e al premio POP 2024.


Di parola in parola è una rubrica a cura di Emanuela Monti. Dalla nota introduttiva è possibile scaricare l’archivio della rubrica, uscita fino al 2019 in forma cartacea nella rivista «Qui Libri».