Gianmarco Canestrari
pubblicato 3 mesi fa in Letteratura

A morte il re!

viaggio nella Napoli all’indomani dell’Unità d’Italia

A morte il re!

«Il primo aspetto di Napoli è lieto, animato, vivace; la folla inonda le strade, si agita in quelle; il re si trova a caccia, la regina è di buon’umore; le cose non potrebbero andar meglio.» (Napoli, il 25 Febbrajo 1787) 1

«Non aggiungerò parola intorno alla posizione della città, alle sue magnificenze, le quali furono descritte e lodate le tante volte. Vedi Napoli, e poi muori! sogliono dire qui.» (Napoli, il 2 Marzo) 2

Era il lontano 1787 quando Goethe scriveva queste memorie del suo viaggio a Napoli. Tutt’ora una targa ricorda il soggiorno del grande scrittore a Palazzo Filangieri, come a commemorare la presenza di uno dei più grandi personaggi dell’epoca nella capitale del Mezzogiorno. Grande fu l’ammirazione che il drammaturgo provò per quel gioiello unico circondato da sole, mare e da quell’enorme volcano che nella sua mente ricordava, con quelle alte colonne di fumo, la porta dell’inferno.

«Il bello qui si trova accanto all’orribile; l’orribile accanto al bello; e tanto l’uno quanto l’altro, eccitano l’imaginazione, esercitano un fascino, e per certo che i Napoletani sarebbero popolo diverso, se non si trovassero cacciati a questo modo, fra Iddio e Satana.» (Napoli, martedì 20 marzo 1787) 3

Napoli era il punto di convergenza fra finito e infinito, fra inferno e paradiso, fra bellezza e senso di inadeguatezza di fronte alla potenza della natura. Di fronte a quello spettacolo immenso, non poteva non sentirsi infimo, piccolo, indegno di una così particolare visione. Chissà se questo ritratto è frutto di una particolare predilezione di Goethe verso la “perla del Meridione” … di certo non rispecchia in toto quello offertoci da Lucio Leone nel suo capolavoro “A noi la colpa” edito da Edizioni Spartaco (2019). Qui troviamo una Napoli che vive di intrighi, lotte, scontri, rapporti segreti, a tratti massonici, e di aperti conflitti ideologici. La cornice storica avvalora e dà senso al quadro dipinto: è stata da poco raggiunta l’unità non solo politica ma anche identitaria, culturale e religiosa del Paese, la quale ha scritto la parola fine all’esperienza monarchica. I due protagonisti, Errico Malatesta e Carlo Cafiero, anarchici fin nel midollo, dopo un’esperienza di carcere si ritrovano, vittime di un gioco sporco manovrato da un’oscura “mente”, al centro di un’inchiesta che li vede ingiustamente responsabili di un attentato al re in visita in città. Cosa sta accadendo? Chi c’è dietro questa sfida alle autorità? Chi vuole la morte degli anarchici? Intanto per i diversi angoli della città compaiono strani pentacoli inneggianti al movimento anarchico, seppur quest’ultimo non sia l’autore vero di tale iniziativa. Il Venerabile, nome in codice dell’oscuro protagonista avverso agli anarchici, ha inoltre progettato una rotta via mare per far arrivare il necessario in vista della sua efferata e subdola azione. Quello che sorprende di più di questa meravigliosa narrazione è, oltre allo stile fluido e alla portata di tutti, la “vocazione” storica che fa da cornice oltre che da fine-obiettivo della vicenda, tanto da rendere più “veri” ed “umani”, e quindi credibili, sia i personaggi che i fatti narrati. Al centro c’è quindi non solo la Napoli “scoperta”, vissuta, che tutti conosciamo, con le sue intricate realtà, ma anche e soprattutto la Napoli “sommersa”, sotterranea, ai più nascosta e che Leone riesce con grande maestria a descrivere e a presentare: si pensi alle interessanti notizie che si possono dedurre sui particolari “riti” o sulle consuetudini veicolate da gruppi “esoterici” e “massonici” che ordiscono contro l’ordine pubblico, e di cui sarà testimone un’altra protagonista della storia, Silvia Pisacane. Tra colpi di scena, vicissitudini e traversie Lucio Leone è riuscito a metter su una storia che tiene letteralmente incollati alle pagine, tanto da sentirsi compagni di viaggio dei protagonisti, vivendo “in prima persona” le peripezie che si avvicendano nel corso del racconto. Al di là di ciò rimane l’insuperato alone di mistero e fascino che solo una città come Napoli sa trasmettere, proprio come notava lo stesso Goethe: 

«Non si potrebbe fare colpa ai Napoletani, se nessuno di essi vuole allontanarsi dalla sua città, nè ai suoi poeti se parlano in modo iperbolico della felicità, che qui si gode, quand’anche sorgessero in vicinanza non uno, ma due Vesuvi. Nessuno qui può ricordare Roma; a fronte di questa stupenda posizione, la capitale del mondo fa la figura di un antico monastero, il quale sorga in una località infelice.» (Napoli, il 3 Marzo) 4


1 Johann Wolfgang von Goethe, Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87 (1787), “Napoli”, traduzione dal tedesco di Augusto Nomis di Cossilla, F. Manini, Milano 1875, p. 202.

2 Ivi, p. 208.

3 Ivi, p. 241

4Ivi, p. 208.

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