Culturificio
pubblicato 4 anni fa in Letteratura

Affinità-divergenze fra il “compagno” Giovanni Lindo Ferretti e noi

Dal Punkislam a Dio

Affinità-divergenze fra il “compagno” Giovanni Lindo Ferretti e noi

Chiunque si sia dedicato all’ascolto dei componimenti di questo progetto musicale “CCCP – Fedeli alla linea”, e chiunque sia stato sedotto, in qualche modo, dai versi un po’ malinconici e un po’ romantici del loro cantautore, avrà certamente provato un sentimento di stupore nell’osservare le posizioni contemporanee che Giovanni Lindo Ferretti ferretti-giovanni-lindo_cres555ha sposato e che, con devota e amorevole costanza, segue e motiva. Qual è il nesso che porta a cantare di Ortodossia, con espliciti riferimenti al Regime Sovietico, per poi abbracciare progetti che smentiscono totalmente le posizioni da lui più volte ostentate? Tuttavia, mi sembra alquanto riduttivo sintetizzare l’affascinante percorso, da lui intrapreso, all’oggetto politico. Per chi ha saputo cogliere la profondità dei suoi testi, per chi ha sentito grida di sofferenza, al posto di qualche urlo in pieno stile Punk, avrà certamente constatato che Giovanni Lindo Ferretti è qualcosa di più. Chi ha intuito la vera natura del suddetto cantautore, di certo non si sarà esaurito in mere critiche come invece qualche nostalgico ha fatto e continua a fare.
Per delineare il suo profilo psicologico, artistico e poetico, non si può di certo ignorare la sua terra natia, la base che darà vita a un gruppo di “musica melodica emiliana” e alla sua poetica ovvero Cerretto Alpi, situato geograficamente sugli appennini; “l’umile Italia appenninica” diceva Pasolini, un luogo dove forse il comunismo non c’è mai arrivato.
Trascorsa l’adolescenza in un periodo storico caratterizzato da due figure emblematiche come Paolo VI ed Enrico Berlinguer, Ferretti decide di svolgere l’attività di operatore psichiatrico; attività di cui non avrà un piacevole ricordo. Da questa sua professione, comunque, trarrà insegnamenti che lo porteranno a essere soprannominato il “Cantautore Punkettone” che lui oggi, in maniera ironica e divertita, ricorda. Sia il cantante che l’operatore psichiatrico sono a contatto con realtà anomale, fuori dal quotidiano; una realtà che mostra quanto sia sottile la linea che delimita il confine tra pazzia e normalità che più volte i CCCP hanno varcato. A contatto con questa realtà, Ferretti prende coscienza di una verità di cui non aveva mai percepito l’esistenza: è malato. Stando a contatto con i pazienti del manicomio presso cui lavora, non nota grandi differenze tra lui e loro. La domanda sorge in maniera spontanea: chi è malato? Sono malato io? Sono malati loro? O Forse è questa società che non sento mia a essere tremendamente malata d’una malattia che in qualche modo ci contagia; un’età di mezzo di cui spesso ha cantato le contraddizioni e l’impossibilità d’essere autentici. Sorge in lui il desiderio di curarsi, d’essere curato. Sente il necessario bisogno d’una terapia, anche una soltanto, che lo guarisca e che gli permetta di cogliere una bellezza che c’è ma nascosta dalla falsità di una razza umana “che adora gli orologi e non conosce il tempo”.
La sua volontà di evadere da questa realtà, il desiderio di curarsi lo porteranno a Berlino. Siamo nel 1982, in piena guerra fredda, ma in quegli anni Berlino è tutto meno che fredda. Qui conosce Massimo Zamboni, futuro chitarrista del progetto musicale che decideranno di costituire.
Da questo incontro, Ferretti arriva alla scopre l’esistenza di una terapia: la musica. La musica può essere la forma d’espressione artistica d’un uomo che è costretto a sopprimere la voce della sua anima un po’ infantile e un po’ idealista, una voce avvilita che esige d’essere manifestata e cantata.
La sua esperienza in Germania, lo porterà a essere affascinato da una cultura di cui non aveva mai avuto un contatto diretto, una cultura che gli suscita il fascino del diverso. Berlino ha una scena musicale e artistica totalmente diversa dalla norma; una scena creativa, sbandata. Le frequentazioni che sosterrà nella Berlino Est lo porteranno ad approfondire argomenti come l’Islam e il comunismo sovietico, che verranno cantati sul palco con un carisma distinto e una timidezza nascosta. E quale forma d’espressione musicale migliore, se non il Punk, ovvero quella che permette maggiore libertà d’espressione? Prendiamo tutti questi elementi, poniamoli in un loro ordine, recintiamoli con una catena artistica di grande spiritualità: otteniamo i CCCP fedeli alla linea.
Ancora oggi ci si interroga su cosa volesse comunicare Ferretti con la sua malinconia urlata, intrinseca di sentimento e di emotività. Il disgusto verso l’umanità che rende tutto così chiaro e così limpido, nascondendo la falsità tipica dell’essere umano. Ferretti si ritaglia il ruolo di specchio della società: mette in evidenza i difetti che vengono nascosti; o forse sono palesi e siamo noi che ci rifiutiamo di vederli? Se i suoi giochi di parole appaiono confusi, significa che l’intento di proiezione sociale è riuscito: Rappresentare il mondo; un mondo confuso, un mondo in cui s’oscilla troppo facilmente dallo stare bene allo stare male, facendo perdere il potere e il senso delle parole; arrivando alla tesi che è una questione di “qualità” (o una formalità?). Non sono di certo comunque le tematiche politichesociali che colpiscono, quanto più la sfera affettiva che scandisce le note dei suoi brani, affrontando argomenti carichi d’una denuncia, a volte, fine a se stessa, ma sempre distinti da una passione intensa che ha caratterizzato, e caratterizza tutt’oggi, il “Paroliere Emiliano”. Sembra quasi che sia alla ricerca ossessionata d’un amore che possa rendere autentico questo “Grande Medioevo”, ma come si fa a trovare un sentimento così autentico e così puro in questa età di mezzo così sintetica e così costruita? La confusione domina, l’inquietudine comincia a prendere forma e il passo della canzone ‘Svegliami’ credo possa spiegare al meglio:

Io sono perso, sono confuso, tu fammi posto allarga le braccia. Dedicami la tua notte, la notte successiva e un’altra ancora. Dedicami i tuoi giorni, dedicami le notti oggi, domani e ancora. Stringimi forte, coprimi, avvolgimi. Di caldo fiato scaldami, saliva rinfrescami.

Quasi come se questo disordine viscerale possa cessare, o almeno trovare il senso, attraverso una validità che non si nasconda dietro una parola, a meno che non sia d’amore. Un sonno che non cessa e si vuole far terminare, a qualsiasi costo, che sia un marchio registrato o un prodotto di mercato, che sia un punto fermo o una realtà di base o la ricerca d’un centro di gravità permanente; non importa quale sarà il prezzo del risveglio: se servirà, sarò “come tu mi vuoi” alla condizione che tu mi ami (?).

Tuttavia gli anni passano. Nuovi dischi vengono registrati, lo stile musicale varia sensibilmente. Paolo VI non c’è più, Berlinguer è morto. La scena musicale cambia, il mondo cambia, le idee cambiano. I CCCP cambiano. Anche Giovanni Lindo Ferretti cambia. Forse sarebbe meglio dire che abbandona qualche idea confusa, rinuncia a essere fedele a una linea che non c’è. Nonostante ciò, la sua spiritualità, la sua eccentricità, non lo abbandoneranno mai e non lo fanno tuttora. Simili variazioni possono essere ricondotte al crollo del Muro di Berlino, ma associare il mutamento del “Cantautore Emiliano” a un fattore politicosociale, significherebbe sminuire l’uomo. Ferretti è alla costante ricerca d’una forma. Una volta ottenuta, questa viene abbandonata. Ciò spiegherebbe lo scioglimento dei CCCP – Fedeli alla linea, per poi cimentarsi in un nuovo progetto, ovvero “Consorzio Suonatori Indipendenti” (CSI) fino ad arrivare alla sua ultima realizzazione, “Per Grazia Ricevuta” (PGR). Se la carica antisociale non viene a mancare nei CSI, nei PGR si avrà uno stravolgimento totale, riconducibile alla sua fede verso Dio. Ferretti è eternamente grato e devoto a Dio. Lo è sempre stato. Verrebbe da chiedersi allora perché intitolare un album “Socialismo e Barbarie”. Ferretti s’è sempre trovato dinanzi a un muro, che potrebbe anche essere quel muro che divideva il mondo in due realtà così diverse. Il non sentire propria la realtà che lo circonda, lo porta a guardare lontano; a cercare di vedere cosa ci sia oltre questo muro. Un muro difficile da scalare, dove ciò che c’è oltre arriva confuso e distorto, e tutto sommato può destare fascino. Una volta crollato, nota di come quella realtà opposta non fosse così tanto migliore di quella con cui era a contatto, volendo cercare una bellezza che il suo mondo gli poteva offrire, tra queste la sua fede e l’amore per Dio. “Uno stupido Punkettone con una acconciatura inguardabile” ha più volte detto di se, “Ma non rimpiango ciò che sono stato, sarò sempre legato a quel mondo e quelle poche persone che ne hanno fatto parte” tiene sempre a sottolineare. Non è perciò facile delineare il percorso artisticopsicologico di Giovanni Lindo Ferretti, come non è semplice cogliere le sfaccettature delle sue canzoni; velare ciò che nascondono quegli strilli e quel Punk così veloce, così mesto. Confuso, triste, sciocco, perso, arrabbiato, deciso, nostalgico, romantico; Tutti aggettivi che possono essere associati a lui e alla sua esperienza musicale. E anche a quell’età di mezzo di cui ha sempre cantato, che ci sembra così diversa, e che, guardandola da lontano, ci sembra suscitare un po’ di curiosità e un po’ di interesse: la stessa curiosità e lo stesso interesse che Giovanni Lindo Ferretti sa trasmettere, specialmente a chi ha voluto sempre andare oltre a quel muro.

 

Articolo di Giovanni Campagnoli