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pubblicato 3 mesi fa in Cinema \ Girard gruppo studi

Analisi di “Dogman” di Garrone

il gioco della sedia

Analisi di “Dogman” di Garrone

Avete presente il gioco della sedia? Certo, è piuttosto noto: delle sedie vengono disposte in modo da formare un cerchio, i partecipanti – il cui numero è uguale al numero delle sedie più uno – ci girano attorno, ballando e saltellando, finché all’improvviso viene interrotta la musica e chi non riesce ad occupare una sedia viene eliminato dal gioco. Ecco, questo gioco è una buona metafora per capire le società umane. In che senso? L’ultimo film di Matteo Garrone, Dogman, ci aiuta a capire meglio questo accostamento.

Dogman è ambientato in un degradato e periferico quartiere di Roma, dove Marcello, uomo tranquillo e ben voluto dai suoi concittadini, conduce la sua piccola attività di tolettatura per cani. L’altro personaggio chiave è Simone, un robusto giovanotto irascibile, con la passione per la cocaina e per il furto. Nonostante i due, almeno a prima vista, sembrino non condividere nulla, intrattengono in realtà una relazione che, con il passare dei minuti, li porta ad essere sempre più vicini. Marcello infatti arrotonda vendendo piccole dosi di cocaina e il suo miglior cliente pare essere proprio Simone. Non solo, Simone arriva addirittura a coinvolgere Marcello in qualche suo furto. Al di là della reciproca convenienza del rapporto, tra i due pare instaurarsi un sentimento di amicizia.

Similmente a quanto accade nel gioco della sedia, nel quartiere in cui si svolgono i fatti c’è un lasso di tempo in cui le cose procedono tranquillamente: è come se si ballasse tutti in cerchio, al ritmo di musica, ridendo e scherzando. Balla Marcello, balla Simone, balla il barista, balla il compratore d’oro e balla il proprietario della sala giochi. È vero, ci sono pure degli impicci, ma tutto sommato si balla. Qualcosa tuttavia comincia a preannunciare che la musica, da un momento all’altro, potrebbe fermarsi. I rapporti sociali si fanno un poco più tesi. Si intuisce che il corso normale degli eventi potrebbe essere interrotto, e si intuisce anche che non sarà bello. La musica si sta per fermare e qualcuno sarà escluso. Fuor di metafora, la comunità selezionerà, consapevolmente o meno, un capro espiatorio, un soggetto contro il quale essa si potrà ricompattare, trovando un nemico comune, un canale di sfogo in cui versare tutto il veleno che inquina le relazioni interpersonali, ristabilendo così l’armonia sociale. Qualcuno insomma rimarrà senza sedia. Dopodiché la musica riprenderà e si continuerà a ballare, ridendo, scherzando e battendo le mani, come se niente fosse successo. In Dogman la comunità è ben rappresentata dal gruppo di commercianti. C’è il barista, il tipo del Compro Oro, il proprietario della sala giochi, e c’è Marcello. A fronte dell’escalation di comportamenti violenti di Simone, queste persone – i cittadini “normali”, quelli “per bene” – decidono di trovarsi al bar, alla luce del sole, in pieno giorno, ed esasperati dalla prepotenza del giovane, ormai totalmente fuori controllo, mettono sul tavolo una possibile soluzione finale: farlo fuori.

A questo punto la lettrice, o il lettore, potrebbe iniziare a guardare con sospetto la mia interpretazione. Si potrebbe pensare che la narrazione che descrive al meglio il film sia più o meno la seguente: c’è una comunità tranquilla, formata da persone che vivono bene assieme; a un certo punto si palesa un elemento violento, fuori controllo; i cittadini, spaventati, uniscono le forze per difendersi da questo individuo e, forse anche a malincuore, selezionano l’unica soluzione possibile, ossia ammazzarlo.

No. Questo sarebbe un grave errore di interpretazione. Non è questa la situazione che ci presenta Garrone. Anzi, non è mai questa la situazione. Non c’è la comunità buona e pacifica e, distaccato da essa, l’elemento cattivo e di disturbo. Matteo Garrone semina degli indizi sottili per invitarci a escludere questa interpretazione manichea. La comunità infatti, a un certo livello, ossia finché la musica risuona e finché si balla tutti assieme, trae concreti vantaggi dai comportamenti di Simone. Il ragazzotto inizialmente, più che come una mina vagante, è rappresentato come un ingranaggio di un meccanismo che, tutto sommato, funziona discretamente. Vi chiederete: ma che diamine di vantaggi può portare Simone alla sua comunità?! Per rispondere prendiamo l’esempio di Marcello, che, grazie a Simone, riesce guadagnare qualche soldo in più con cui organizzare, con l’amata figlia, le sue vacanze. Ma non c’è solo Marcello. Simone gioca d’azzardo. In poche ore può arrivare a lasciare centinaia di euro nelle slot machine. Un ottimo cliente dunque per il gestore della sala dei giochi d’azzardo. Non è finita. Si prenda il rispettabile ed elegante compratore d’oro. Quando arrivano nel suo negozio i gioielli (rubati da Simone) non fa troppe domande, non pare particolarmente interessato alla provenienza delle collane e dei braccialetti. Semplicemente fa il suo mestiere: compra, rivende e guadagna. Tanti piccoli ingranaggi che si sostengono a vicenda. Calza a pennello la formula coniata dal geniale Bernard de Mandeville, filosofo olandese vissuto tra il ‘600 e il ‘700: vizi privati, pubblici benefici. Ciò che, a un certo livello, pare un male, a un altro livello, può risultare un vantaggio.

Ma, come dicevo, gli ingranaggi del quartiere romano iniziano a incepparsi. Qualcosa inizia a non funzionare bene. La musica si sta per fermare. Per riprendere il corso normale degli eventi è necessario lubrificare questi ingranaggi sociali e – mi perdonerete la truculenza un poco barocca – per farlo, niente funziona meglio del sangue.

Due persone su una moto in corsa sparano a Simone. Il film potrebbe concludersi qui, con l’espulsione/uccisione di Simone. a qualcosa va storto. Simone, grazie all’aiuto di Marcello, sopravvive al proiettile. Dopo essersi rimesso in sesto, sempre con la complicità di Marcello (a cui viene promessa una parte del bottino), Simone, ormai privo di freni, organizza il colpo grosso: una rapina nel negozio del compratore d’oro, la cui attività è adiacente a quella di Marcello. Simone riesce nella notte a mettere a segno il colpo e svaligia il negozio. Quando Marcello rientra nel suo negozio il mattino seguente, trova un gruppetto di carabinieri e di curiosi davanti al luogo del crimine. È chiaro dalla ricostruzione dei carabinieri che il rapinatore è passato dal negozio di Marcello, il quale pertanto viene portato in questura per essere interrogato. Chi interroga Marcello, e assieme a lui probabilmente molti in paese, si è fatto un’idea chiara su cosa è successo: il colpevole è Simone che, dopo aver costretto con la forza Marcello a dargli le chiavi del suo negozio di tolettatura, ha fatto un buco nella parete, passando nel negozio del compratore d’oro e agendo indisturbato. Marcello è posto a un bivio: denunciare Simone, portando a termine il processo di esclusione tanto agognato dai suoi compaesani, oppure beccarsi la colpa e farsi un anno di carcere.

La situazione è complicata e piuttosto tesa. La musica nel quartiere si è fermata. La gente ha smesso di ballare. Ma l’esclusione definitiva per ora non c’è stata: Simone è ancora in circolazione. I migliori candidati per l’esclusione, a questo punto, sono due: Simone e, colpo di scena, Marcello. Proprio così: due personaggi lontani e vicini allo stesso tempo. Violento e irrispettoso il primo, sensibile e innocuo il secondo. Temuto e odiato Simone, ben voluto e apprezzato Marcello. In una scena Marcello lo dice chiaramente: “Qui nel quartiere mi vogliono tutti bene”. Marcello è effettivamente ben voluto da tutti; del resto come si può volergli male? René Girard scrive che ci sono due vie principali che portano all’esclusione da una comunità: la via verso il basso e quella verso l’alto. Sì, verso l’alto. Così si spiegano molti rituali antichi in cui i re, prima dell’effettiva intronizzazione, venivano sottoposti a ogni genere di brutalità. Così si spiegano anche innocue festività odierne, come quella illustrata da Damiano Bondi in questo articolo. Così si spiega la parabola di un leader politico come ad esempio Benito Mussolini. Simone odiato, Marcello amato, entrambi così lontani dal centro della comunità che, paradossalmente, si trovano vicini, troppo vicini.

Forse è proprio a causa di questa vicinanza, di questa immedesimazione, che Marcello sorprendentemente non denuncia Simone e si fa un anno di carcere. Al suo ritorno Marcello capisce subito chi è che ha perso il posto a sedere, chi è diventato il nuovo pària: è lui stesso. I suoi vecchi compagni e amici lo insultano, lo minacciano, lo escludono. Simone, che con l’incasso della rapina si è comprato una moto nuova, lo disconosce, lo ignora, lo tiene a distanza, come se non avesse promesso metà dell’incasso, come se con uno sfigato come Marcello non avesse nulla da spartire. Marcello è fuori dal cerchio (o forse ne è al centro). Tutti ballano tranne lui. Solo dai cani – nel film spettatori passivi assieme alle donne (escluse dal regista a favore di una narrazione solamente al maschile) – Marcello può ricevere una qualche forma di solidarietà e protezione. Escluso da tutti, Marcello può stare ormai solo tra gli esclusi delle società umane: gli animali non umani. Il gracile canaro escogita allora un piano per uscire da questa brutta situazione. Nel piano è chiara una cosa: lui, Marcello, deve tornare tra gli altri, e qualcun altro dovrà prendersi il suo posto attuale. Una sostituzione dunque, la quale possa riportare la situazione allo stato precedente: Marcello ben voluto e inserito nella comunità, Simone escluso e odiato. Marcello avvicina quindi la sua nemesi, il suo amico Simone e gli propone un piano per rubare un grosso quantitativo di cocaina. Lui ha ingannato me, io inganno lui. Che vendetta sia. Il piano è semplice: Marcello contatta i venditori di droga e li fa venire nel suo negozio, Simone si nasconde in una gabbia per cani, quando poi i venditori sono di spalle Simone esce all’improvviso dal nascondiglio, li tramortisce, e i due si prendono droga e soldi.

Simone, a dire il vero un po’ recalcitrante, finisce per accettare e si nasconde nella gabbia. Marcello approfitta della sua ingenuità e lo chiude dentro. Marcello ha ora in pugno Simone. La stazza fisica dominante di quest’ultimo non conta più: è in trappola. Simone capisce il tranello e inizia a scalciare e urlare, ma Marcello non si fa impietosire. Marcello dice chiaramente cosa vuole: Simone gli deve chiedere scusa; scusa per averlo tradito, per averlo lasciato solo, per tutto quello che di brutto gli è capitato. Ora, questa richiesta di scuse non va interpretata moralisticamente. Non è che Marcello vuole le scuse perché è giusto così, perché ha subito un torto. Marcello vuole le scuse per (ri)stabilire una differenza – o, dovremmo dire, la differenza – tra lui e Simone. ‘Scusa’ vorrebbe dire ‘sono io il colpevole, io l’escluso; dovevo rimanerci io senza sedia, non tu’. Marcello è questo che vuole, è questo ciò di cui ha bisogno. Ma la violenza non si fa mettere in scacco con questi trucchetti. La violenza, arrivati a un certo punto, si ferma solo con il sangue. A furia di calci Simone rompe la porta della gabbia. Marcello è nel panico, ma in un’escalation sempre più brutale di violenza, riesce a uccidere Simone.

Le scene finali sono davvero significative. Marcello trasporta il corpo di Simone nelle vicine campagne e vi appicca il fuoco. Dopodiché si reca al campo di calcetto, dove i suoi vecchi amici stanno giocando. Marcello, delirante, urla verso di loro per farsi riconoscere. Urla a loro di venire a vedere cosa ha fatto. Vuole far capire loro che Marcello è tornato a essere il solito Marcello, perché il suo posto di escluso è stato preso da chi doveva essere escluso fin dal principio. La sostituzione è avvenuta! I suoi vecchi amici però paiono non sentire, paiono non capire. Allora Marcello si decide a rendere manifesto il tutto e va a prendere il cadavere di Simone. Lo mostrerà ai suoi amici e dirà: “Guardate! Lui è lui e io sono io! Lui è lì, ed è morto, e io sono qui, sono il vostro amico Marcello!”. Ma, quando Marcello torna con il corpo, i suoi amici sono scomparsi. È ancora solo. Marcello trascina faticosamente il cadavere in spalla ancora per un po’, fino a quando, sfinito, si ferma.

Il film inizia con i ringhi feroci di un cane in catene. Lo spettatore subito ha la percezione di una violenza che, nonostante le catene, fa paura. Ci si chiede: “e se le catene cedessero all’improvviso?”. Il film mostra proprio l’allentarsi progressivo di quelle catene. La violenza pian piano dilaga. Come se ne esce vivi? Con un gioco, tanto semplice quanto efficace: il gioco della sedia. Forse non è un caso se la scena finale, con Marcello seduto accanto al cadavere di Simone, viene girata in un parco giochi. Un piccolo parco giochi, vecchio, consumato, arrugginito; ma in cui è ancora possibile giocare il gioco più vecchio del mondo.


 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Delle cose nascoste , un blog che dalle idee di René Girard cerca di dare una nuova chiave di lettura sia della società che dei suoi prodotti culturali. Abbiamo voluto pubblicare questo scritto, il primo di un ciclo, perché crediamo che il pensiero di questo studioso, un intellettuale sorprendente che ha dato un contributo originale nei campi di studio più disparati (si spazia dalla letteratura all’antropologia, dalla sociologia alla storia delle religioni) sia di fondamentale importanza per coltivare una visione critica sul mondo, soprattutto sulla nostra contemporaneità.

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