Giovanni Aversente
pubblicato 2 settimane fa in Everyday tips

Andrea Scanzi e il viaggio

un “riparo dalla tempesta”

Andrea Scanzi e il viaggio

Si viaggia di solito per incontrare qualcuno, visitare in punta di piedi un luogo, ritrovare se stessi. Si viaggia per stare bene, aggiornarsi sulla bellezza del mondo per stupirsi di quanto sia piccolo lo spazio nel quale esistiamo ogni giorno. Spesso si parte per dimenticare, magari per incidere su ricordi passati avventure inedite. Si viaggia, quindi, anche per rinnovarsi, per purificare l’anima indurita di quotidiana pesantezza.
Andrea Scanzi, nel suo libro “Con i piedi ben piantati sulle nuvole” (Rizzoli), sembra fare proprio questo quando racconta, con la sua scrittura, le esperienze provate durante i suoi viaggi.

Un titolo che riprende la citazione di Ennio Flaiano che fa da apripista ad una «carrellata di avamposti di resistenza e utopia», in un’Italia che, «nonostante tutto, nel suo piccolo resiste» (p. 12). E allora si scoprono luoghi sconosciuti, personaggi con vite e lavori fantasiosi, e anche eroi moderni che non hanno smesso di sognare qualcosa. Quei sognatori, «in via d’estinzione», che cercano qualcuno con cui condividere il loro sogno, «qualcuno che lo capisca», non smettendo mai di crearsi «il loro fortino di meraviglia quotidiana» (p. 58).
Tra le pagine si scopre questo e tanto altro, soprattutto luoghi tanto sconosciuti quanto belli, che chi legge può solo immaginarne la magnificenza attraverso le parole di chi scrive e quella magnificenza l’ha gustata. Di una bellezza a volte trascurata, che ti lascia un terrore incolmabile, «che ti prende quando hai piena contezza di come il tuo presente non stia avendo cura del suo e nostro passato» (p. 80). A volte, però, il passato sa essere anche brutale, come quello che proietta il centro storico di Civitella in val di Chiana, che urla la memoria dell’eccidio esecrabile dei nazisti, testimoniato nelle pagine del libro. Ma, d’altronde, il viaggio «è anche questo: ricordare ciò che non vorresti, scontrarti con la brutalità della storia, alternare al riso il pianto» (p. 182).

E allora quanti sognatori, quanti posti, quanta smisurata grandezza si nascondono oltre le enormi città dalla vita spedita, che a confronto diventa piccola, miserabile, inutile. Eppure basterebbe fermarsi, montare sulla sella di una moto e lasciarsi trasportare dal viaggio. Come decide di fare Scanzi, per assicurarsi un “riparo dalla tempesta”, prendendo a prestito una nota canzone di Bob Dylan (Shelter from the storm), per fermare un attimo la ruota della quotidianità, e assaporare la vita.
Perché forse è vero che basta poco, «niente alcol, né droga: per sbronzarsi, a volte, ti basta un paesaggio» (p. 26), che ringiovanisca l’anima e rinnovi di leggerezza l’esistenza. Che ti faccia sentire “con i piedi ben piantati sulle nuvole”, nonostante l’imperversare della tempesta.

E quale che sia la tempesta di ognuno, c’è bisogno sempre di un sole che schiarisca, che asciughi la pioggia. Che ci ripari. Viaggiare sembra, quindi, l’opportunità di non perdere la relazione con la realtà e le emozioni: chi sa dire, infatti, cosa ci sia di più emozionante della realtà che ci circonda? La magnifica bellezza di posti incolpevolmente ignorati ce lo ricorda. I sognatori “vincitori” ce lo ricordano. Come le vite degli altri, le loro esperienze stravolte, che, spesso, non ci emozionano.

E, forse, il viaggio è prima di tutto questo: un’opportunità per non perdere il sapore delle emozioni. Forse, serve anche per ritrovare l’empatia assorbita dalla quotidiana pesantezza di giorni frenetici e distratti. Forse, davvero viaggiare ci ricorda «l’esigenza di non smarrire mai le antenne sul mondo», che «fanno sentire tutto il dolore, e dunque forse la bellezza, del mondo» (p. 31).

Viaggiare sembra essere, insomma, una calamita di emozioni rinnovate.

 

L’immagine in evidenza proviene da: https://allascopertadelpiemonte.com/cosa-vedere-nelle-langhe-guida-ai-territori-piu-belli-del-piemonte/