Tonia Samela
pubblicato 9 mesi fa in Everyday tips

Come fanno gli psicologi a studiare come agiscono e si sentono le persone?

Articolo serio – e pure un po' lungo - sul fatto che la ricerca non è fatta solo di vetrini e microscopi elettronici, imbuti e filtri di Büchner.

Come fanno gli psicologi a studiare come agiscono e si sentono le persone?

Prima di Galileo Galilei, gli esseri umani erano soliti studiare la natura col metodo artistotelico, il quale prevedeva due possibili movimenti della ragione per giungere alla conoscenza:

– il metodo induttivo (che procede dal particolare all’universale, dal singolo fenomeno per arrivare alla regola generale),
– il metodo deduttivo (che procede dall’universale al particolare, dalla regola alle osservazioni singolari) (Cambiano et al., 1993; Calogero, 1968).

Galileo Galilei attorno al 1600 rende noto ufficialmente un nuovo modo di pensare la conoscenza. Secondo lo scienziato pisano infatti il libro della natura, ovvero il fenomeno naturale, può essere decifrato attraverso le leggi della matematica. Nasce così ufficialmente la valutazione quantitativa applicata alle scienze. In più, per dimostrare il funzionamento del fenomeno e per poterne predire la nuova apparizione, occorre dimostrare le proprie ipotesi non più sotto il punto di vista della sua validità logica formale, bensì (anche) dal punto di vista della sua sostenibilità empirica. Grazie a questo procedere, nasce il metodo scientifico che, sempre secondo Galilei, deve essere “sensata esperienza”, ovvero sperimentazione pratica guidata da ipotesi sperimentali di partenza (Drake, 1978; Galilei, 1638).

Dai tempi di Galileo in poi, la ricerca scientifica ha fatto passi da gigante e ha cambiato spesso paradigma, pur rimanendo bene o male la sensata esperienza il punto di partenza di ogni indagine.
Per “paradigma” si intende una prospettiva teorica che è condivisa e riconosciuta dalla comunità scientifica, è fondata su acquisizioni precedenti e indirizza la ricerca riguardo alla scelta dei fatti rilevanti da studiare, alla formulazione delle ipotesi e ai metodi e tecniche di ricerca necessari. Senza un paradigma infatti una scienza non ha orientamenti né criteri di scelta, perché tutti i criteri, i problemi e le tecniche tenderebbero ad essere ugualmente rilevanti. Il paradigma è perciò una guida e fornisce agli scienziati un modello e le indicazioni per costruire una ricerca. Grazie al paradigma lo scienziato acquisisce contemporaneamente teorie, metodi e criteri. Il paradigma potrebbe essere considerato allora come qualcosa di più ampio di una teoria, è una visione del mondo, una finestra mentale, una griglia di lettura che precede l’elaborazione teorica (Kuhn, 1972).

Quando si pensa alla ricerca scientifica e al metodo quantitativo in generale ci si rende conto subito di come risulti essere semplice pensare di rimando alle scienze naturali: il collegamento tra la matematica e la fisica, la chimica, la biologia sembra essere infatti più lampante rispetto al collegamento tra matematica e le scienze sociali come la psicologia, la sociologia, la pedagogia. Tuttavia, ormai da moltissimi anni, anche queste scienze si servono della matematica e in particolare della statistica, per verificare la sostenibilità delle teorie e in generale delle affermazioni che vengono poste per descrivere le persone e i loro comportamenti. Chiaramente, la ricerca qualitativa sopravvive all’interno delle scienze sociali e serve ai professionisti della salute per definire problemi di ampio respiro in ambiti non ancora indagati, oppure per approcciarsi alla realtà del singolo individuo con tutte le sue sfaccettature davvero difficilmente indagabili tramite il singolo metodo quantitativo.

Tuttavia, la maggior parte delle pubblicazioni scientifiche e delle scoperte vengono vagliate tramite metodi quantitativi. A cosa serve adottare questa procedura piuttosto che un’altra? Procediamo con ordine:
Nel caso della ricerca quantitativa, la ricerca è strutturata in fasi logicamente sequenziali, secondo un’impostazione sostanzialmente deduttiva (ho in mente una idea, voglio vedere se è davvero così che funziona la realtà), la quale si muove nel contesto del sostegno, tramite i dati empirici, della teoria precedentemente formulata sulla base della letteratura già esistente (ovvero tutti i lavori degli scienziati che hanno studiato prima di me quel fenomeno che anche io voglio studiare secondo una prospettiva diversa) (Schacter et al., 2010)

Anche il fenomeno che il ricercatore vuole studiare deve essere operazionalizzato, ovvero deve essere reso misurabile secondo dei criteri; con questo intendo dire che se voglio misurare “la gioia”, dovrò necessariamente spiegare cosa si intende per gioia e, per “spiegare”, intendo proprio fare una lista delle cose che le persone fanno e sentono quando sono gioiose, in base a quello che ha già detto la letteratura scientifica rispetto alla gioia e in base a ciò che io come ricercatore formato so che sia collegato alla gioia.
Successivamente, nella ricerca quantitativa, il disegno della ricerca (ovvero le decisioni operative che sovrintendono all’organizzazione pratica della ricerca) è costruito a tavolino prima dell’inizio della rilevazione ed è rigidamente strutturato e chiuso. Ciò vuol dire che prima di iniziare la ricerca, i ricercatori sanno già quali strumenti utilizzare per svolgerla – solitamente si tratta di questionari carta e matita, in cui il soggetto reclutato per la ricerca risponde a delle domande scegliendo tra una serie di risposte preimpostate -.

Come hanno fatto i ricercatori a capire quali questionari siano i più adatti? Lo strumento di misura viene scelto, oppure composto ad hoc mettendo insieme singoli test validati, consultando i dati in letteratura più autorevoli e si scelgono i test che si sono dimostrati essere dei buoni strumenti per misurare quel costrutto (il fenomeno, nel nostro caso, la gioia) per quella precisa categoria di persone per cui è destinato lo studio (nessuno misurerebbe dell’acqua in litri, sulla bilancia, usando uno scolapasta, del resto, no? Ragionevolmente sarebbe meglio misurarla utilizzando una brocca numerata oppure una bottiglia di cui conosciamo la capienza esatta).

Una volta raccolti numerosissimi dati, per numerosissimi soggetti, il tutto viene analizzato da programmi statistici in grado di combinare questi dati in numerosissimi modi diversi. Grazie alle elaborazioni statistiche si può comprendere ad esempio se e come due fenomeni varino insieme (la gioia e la contrazione “in su” dei muscoli della bocca e delle guance), quale fenomeno causa l’altro (ricevere una buona notizia e reazione di gioia), da quanti microelementi è composto un fenomeno complesso che noi vediamo come un unicum e quanti altri microelementi che sembrerebbero far parte del nostro fenomeno, magari non hanno in realtà nulla in comune con questa (la gioia è composta ad esempio da particolari espressioni facciali, un rilassamento della muscolatura volontaria, un picco seguito da un rallentamento della frequenza cardiaca, rilascio di dopamina nel cervello, alternarsi di convinzioni e pensieri positivi su sé stessi e sul mondo) e un mucchio di altre cose.

Ma qual è il senso di tutte queste procedure e di tutti questi soggetti coinvolti? Di tutta questa marea di questionari a cui rispondere?
La risposta risiede nel fatto che se ci mettessimo ad osservare del Cesio, risulterebbe agli occhi di chiunque come un metallo alcalino di colore argenteo-dorato, tenero e duttile, che fonde poco al di sopra della temperatura ambiente, a prescindere dagli occhi di chi lo sta osservando e a prescindere dal momento in cui lo stiamo osservando.
Se qualcuno si mettesse a osservarvi mentre fate la doccia convinti di essere soli, oppure mentre attendete qualcuno al tavolo di un bar, sicuramente il vostro atteggiamento sarà differente. Idem se ad osservarvi ci sia una vostra amica oppure un perfetto sconosciuto. Questa è una delle ragioni per cui si utilizzano i questionari, questi questionari vengono somministrati a moltissime persone e per cui viene chiesto alle persone di essere più onesti possibile, premettendo che non esistono risposte giuste o sbagliate, bensì risposte più o meno aderenti all’esperienza di ognuno. Ecco – più o meno – come fanno gli scienziati a capire come funziona l’essere umano e, più o meno, come funziona una ricerca che non ha nulla a che fare con un laboratorio stereotipicamente inteso.

 

 

 

 

 

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