Giulia Regoli
pubblicato 2 settimane fa in Recensioni

Annientate, sradicate e sole: “Apolide” di Shumona Sinha

Annientate, sradicate e sole: “Apolide” di Shumona Sinha

Pensò che le ci sarebbe voluto lo stesso animo degli altri, la stessa pelle, gli stessi capelli, la stessa statura, la stessa corporatura, che avrebbe dovuto indossare abiti che nascondessero il corpo, abiti neri, grigi, incolori, inodori, prototipi multipli per diventare un clone in mezzo ai cloni, fondersi nella folla, fondere il suo corpo nei mucchi di corpi, perdere i contorni, cancellare la carne, essere ammucchiata, impilata, deprivata, annichilita.

Esha, Marie e Mina sono le tre donne protagoniste di Apolide (Edizioni Clichy, 2021, traduzione di Tommaso Gurrieri), l’ultimo romanzo dell’autrice Shumona Sinha: tre voci che – pagina dopo pagina, fino alla fine – tremano, scalpitano, testimoniano un mondo che si divide tra l’India e la Francia, ma che in fondo porta ovunque la stessa tracotanza e la stessa violenza nei confronti di donne il cui unico peccato è quello di chiedere anche solo un assaggio della libertà che sognano.

Seppur in maniera differente, il libro racconta come ogni luogo diventa la scena di un terribile delitto quando vi si incede senza le cautele imposte da chi vede il corpo femminile come merce – e di come queste stesse cautele non diano nessuna garanzia di sopravvivenza, di salvezza o di futuro.

Esha si è trasferita da Calcutta a Parigi, sognando quella metropoli multiculturale in cui poter avere un proprio spazio: si è scontrata, invece, con una città composta da sguardi soffocanti e diritti negati, costringendosi ogni giorno a sgomitare per ricavarsi anche solo un misero angolo da cui poter osservare tutto ciò a cui non sentirà mai di appartenere. Dopo essersi aggrappata per molto tempo alla speranza di poter esistere in un altro posto, in un’altra vita, inizia a veder crollare ogni pietra che aveva pazientemente impilato intorno a sé per costruirsi una protezione che le garantisse di esistere ai propri termini: «Le sembrava di aver amato quella città di un amore cieco, sinistro ed egoista, di aver rifiutato la realtà in un’infantile genuflessione», tutto ciò per costringersi a chiudere gli occhi ogni giorno davanti alla violenza che inevitabilmente si accaniva sulla sua pelle di donna, di straniera, di emigrata.

Mina è nata e cresciuta in una famiglia di contadini in India, quel paese che ama a tal punto da militare nelle fila di un movimento insurrezionista nella speranza di toccare con mano un futuro migliore – quello stesso paese che la tradirà in modo becero, appropriandosi di tutto ciò che le appartiene. Quella di Mina è una storia di promesse non mantenute, di sogni crollati in partenza, di continue paure, e allo stesso tempo di grande resistenza che però nulla può contro la tortura sistemica e pervasiva nei confronti delle donne. «La paura la consumava, scavava un abisso dentro di lei. Aveva la sensazione di trasformarsi in un tronco d’albero secco, eroso, poroso, pronto a crollare», perché è questa la condanna riservata loro: non possedere davvero il proprio corpo, essere corrose dalle occhiate e dai contatti non richiesti, essere svuotate e sentirsi mero involucro pronto a essere accartocciato dalla prima mano che crede fermamente di poterlo avere quando e dove vuole.

Marie è l’anello di congiunzione di queste storie: è nata in India ma cresciuta in Francia da genitori adottivi, e proprio tra queste due nazioni si divide, desiderosa di tornare a Calcutta per scoprire il suo passato e per portare aiuto in tutti i modi che può a chi ha le sue stesse origini. Questa sua voglia di cambiare il mondo è coinvolgente – entusiasmante a tratti – ma si scontra inevitabilmente con la realtà delle cose: la perdita, il lutto, la rassegnazione. In tutti i luoghi in cui ha vissuto, il corpo delle donne viene sfruttato a proprio piacimento, ed è questa la questione più dolorosa con cui dover fare i conti – specie perché la tocca da così vicino.

Shumona Sinha intreccia queste voci, narra le loro storie in parallelo, come se una fosse la naturale continuazione dell’altra: nonostante le migliaia di chilometri che le separano, Esha, Mina e Marie subiscono, soffrono e reagiscono agli stessi soprusi, negli stessi modi.

Era piuttosto sorpresa che Marie andasse a cercare il suo campo di battaglia così lontano, mentre c’erano così tanti campi minati lì, a Parigi, in Francia. Bastava lasciare il proprio quartiere, il proprio perimetro di sicurezza, bastava prendere il treno, attraversare la linea rossa della periferia, varcare il muro invisibile per arrivare in zone sconosciute, su terre straniere dove altre leggi, altri codici sociali e morali s’imponevano. […] Non c’era più frontiera tra lo spazio intimo e lo spazio pubblico, la pelle era strappata, la gente poteva sputare, offendere, urlare, scontrarsi dappertutto e in ogni momento.

Non esiste una linea netta di divisione tra Occidente e Oriente quando si parla di corpi e discriminazioni: essere donne diventa in ogni luogo un fattore di pericolo, un motivo per nascondersi e cercare continuamente di proteggersi in ogni modo possibile.

«Ogni società si era attribuita con un tacito accordo internazionale una parte del corpo femminile per simboleggiare il peccato», scrive Sinha, ricordandoci che spesso la semplice condizione di esistenza può facilmente essere considerata qualcosa da circoscrivere, violare, punire.

Il linguaggio adottato dall’autrice è quasi lirico, a tratti poetico: si procede più per accostamento di pensieri e immagini che per narrazione, e probabilmente per questo dalle pagine del romanzo la violenza scaturisce in tutta la sua vivida forza, sedimentandosi irrimediabilmente nella mente di chi la vede. La bellezza e la melodia delle parole stridono con l’orrore dei fatti raccontati – un attrito che infastidisce a tal punto da diventare davvero difficile da cancellare.

Esha aveva la sensazione di essere fatta di vetro, di plastica, d’acqua, di essere trasparente e svuotata da qualsiasi organo e di avere soltanto un paio di gigantesche labbra, come un fiore rosso intrappolato in un flacone di profumo.

Sinha comunica con grande potenza l’alienazione che le donne possono provare dal proprio corpo, e come le cause di questa condizione vadano ricercate in un sistema che esclude, mercifica e toglie.

In Francia, in India, nel mondo, le donne patiscono e muoiono nel tentativo disperato di cercare la propria rinascita – tutto ciò per mano di chi le considera proprietà, oggetti di scambio. Descrivendo anche le dinamiche sociali che sono proprie a ogni cultura o particolare tipo di società, il sottotesto che percorre ogni riga del romanzo è uno solo: «Il corpo della donna, lì o altrove, velato o svelato, suscitava sempre così tanta veemenza».