Claudio Musso
pubblicato 2 settimane fa in Recensioni

“Appuntamento a Kronstadt” di Edgar Reichmann

hai mai posato lo sguardo dietro lo specchio?

“Appuntamento a Kronstadt” di Edgar Reichmann

C’è un uomo in fuga che, complice l’ospitalità di un amico d’infanzia, si rifugia in un maniero in Galizia, nel posto più lontano dell’Occidente europeo, felice di essersi lasciato alle spalle il confine francese. C’è un professore universitario di letteratura comparata a Parigi che si impone un anno sabbatico e, nell’attesa di una cattedra altrove, decide di rivedere i propri ‘corsi monografici’ esistenziali. C’è un apolide che, nato nel cuore della Transilvania, ha abbandonato la propria terra, le cui forze repressive tuttavia non si sono dimenticate di lui, e poi è stato abbandonato a sua volta dalla moglie.

In questo intrico di frantumi dove «ieri è oblio, domani è silenzio» campeggia Armin, il protagonista di Appuntamento a Kronstadt (Le rendez-vous de Kronstadt, 1984), romanzo dai trasparenti risvolti autobiografici di Edgar Reichmann, scomparso lo scorso anno, il meno noto, almeno in Italia, degli scrittori romeni esuli in Francia.

Ora che Armin è solo, «felice prigioniero dell’istante», ma in compagnia di quella solitudine che stringe come una morsa le tempie quando si manifesta, è giunto il momento di affrontare (forse per sempre?) la ‘Selva di Teutoburgo’ che è stata la sua intera esistenza.

E decide di raccontarla dentro e fuori dalla propria mente, con il passaggio costante dalla prima alla terza persona, dentro e fuori da quei fitti alberi e dalle loro ombre, con una narrazione elegante e prudente, premuroso nei dettagli e così immerso in abbandoni onirici da rendere difficile capire se quello che leggiamo è realtà o il suo opposto.

In quella selva troveremo perlustrazioni e smarrimenti, avvistamenti e agguati, nuove vie da percorrere e nascondigli, passi meditati di chi scopre e passi frettolosi di chi è in pericolo, respiri a pieni polmoni e mancanza d’aria, il guardarsi dentro e alle spalle, il sentore del ricordo e il sospetto dell’insidia. In quella selva incontreremo anche le tante Cassandre o Erinni che hanno popolato l’universo mentale della voce narrante.

La verità che Stern cerca è ancora frammentaria, e la catena di shock e avvenimenti che ha vissuto, città perdute, mondo disfatti, esili, abbandoni, occulta una realtà ancora più colorata e selvaggia. Ne ha una consapevolezza vaga. È per questo che torna con ostinazione al passato. È la lotta dell’angelo. Affinché la sua pena non resti vana, cerca, debolmente, di rifiutare la morte – un’altra sconfitta per lui – e si ostina a decifrare le vecchie pergamene della sua memoria a brandelli. Armin Stern tenta d’incorporare il flusso tumultuoso dei suoi ricordi in un insieme che vorrebbe strutturato.

Il protagonista durante tutta la narrazione si confronta, quasi con ossessione, con la città di Kronstadt, l’attuale Braşov in Romania, la propria patria natìa, oramai abbandonata: a proposito della lotta con l’angelo, se Giacobbe, come si legge nella Bibbia, ingaggia uno sconcertante corpo a corpo con una potenza misteriosa per uscirne realizzato e con una nuova identità, Armin deve invece ancorarsi alla sua vecchia identità di rumeno ed ebreo, di figlio di una terra trilingue, per trovare un appiglio in un mondo che fa finta di essere felice mentre è avvizzito e sta per cadere. Ne consegue che, ovunque si trovi nel suo girovagare, che siano Israele, Svizzera, Africa, Francia o Galizia le tappe del suo continuo cambio di luoghi di sosta e mai di approdo, appena il suo sguardo «si posa dietro lo specchio» ecco che Reichmann, tramite il suo personaggio, dà appuntamento al lettore a Kronstadt anche quando «ancora una volta il tempo deraglia, ancora una volta gli spazi mescolano i loro profumi».

Perché questo attaccamento alla città? Non è solo la distanza fisica di chi da tempo, suo malgrado, ha dovuto abbandonarla, con la conseguente nostalgia, ma è la consapevolezza di non averla vissuta appieno, di vederla sempre davanti in un flusso tumultuoso di ricordi che lo investono a ondate mentre è altrove. C’è quindi il bisogno di abbandonarsi al ricordo del passato per evitare di vivere un presente inquieto.

Va ricordato che Armin e Reichmann non fanno parte della prima emigrazione romena nella terra di elezione francese ma di una fase successiva risalente agli anni Sessanta, meno eclatante e dal profilo più basso. Costoro sono intellettuali non apertamente dissidenti con il regime filosovietico di Ceaușescu. Ciò non toglie che la loro voce nelle trasmissioni radio da Parigi, ascoltate anche in Romania, e gli scritti in qualche rivista internazionale di esiliati li rendano comunque politicamente sospetti tanto da finire nella lista della potente e bene ramificata polizia segreta romena, la Securitate.

A parte quella di essere nato, non mi riconosco nessuna colpa. Ho sempre vissuto ai confini di una realtà mutevole modellata dai miei fantasmi e dalle mie ossessioni. Della politica, me ne infischiavo completamente. Il denaro che bastava per tirare avanti entrava con regolarità. Di tanto in tanto guadagni insperati mi permettevano alcuni ragionevoli lussi, lo sci con i bambini, libri d’arte, qualche viaggio entusiasmante. Allora perché questo odio? Perché “loro” vogliono uccidermi? Mi consolavo dicendomi che forse si trattava solo dello scherzo di uno studente. Gli avvenimenti mi hanno dato torto.

Trasferitosi a Parigi dopo alterne vicende, benché ritrovi la magia di Kronstadt nelle dolci colline di Saint Cloud fino al lontano parco Monsouris, nelle ville nascoste e ricche di Neuilly fino alle alture del Sacro Cuore e di Belleville, in Armin rimane sempre viva la convinzione di fondo di non essere di nessun luogo, in un’amara mancanza di appartenenza, e di sentirsi «un parassita che non trova più nulla da parassitare».

Ed è proprio da Ariel, l’amico di infanzia, il suo doppio in negativo, che nel frattempo si è rifatto una vita vendendo liquori e chissà cos’altro in Galizia, che Armin fugge appena sente stringersi intorno a sé il cappio con quell’«odore tenace di polvere e cenere, di mattone pestato e di legna carbonizzata» che proviene dall’involuzione politica della sua Romania, appena arrivano telefonate e lettere anonime di minaccia e di accusa di ingratitudine (del resto Arminio non era stato colui che tradì Roma a Teutoburgo?) fino ad un pacco bomba, mentre gli risuona nella mente quella frase di «loro» che si era imposto di dimenticare:

La Rivoluzione ha il braccio lungo. Ovunque tu sia, questo braccio saprà trovarti.

In questo romanzo, il primo di Reichmann pubblicato in Italia da Edizioni Atlantide nella limpida traduzione dal francese di Maria Sole Iommi, evadiamo dalla letteratura romena di pura testimonianza per entrare in quella dei bilanci sorretta da un lirismo avvolgente e da una strategia narrativa onirica e fruttuosa da autobiografia immaginaria. 

È in fondo la storia di un uomo che ama i luoghi lontani dagli itinerari seguiti dalle grandi transumanze, dove il tempo si ferma prigioniero di una geografia approssimativa e gli spazi distrutti e ricostituiti assecondano il ritmo degli avvenimenti irrisori ma immutabili. Il suo è il canto dell’angoscia di chi senza patria, senza famiglia, senza cattedra, senza più un accesso al mondo, vede il proprio futuro diramarsi nei labirinti dell’incertezza.

Nel suo multiplo esilio e nella «deleteria trivialità della Storia» la parola ‘scoprire’ si apre per Armin nella sua terrificante diversità di significati: perché le sue scoperte sono molte…