Federica Ceccarelli
pubblicato 2 settimane fa in Recensioni

“Gli occhi della Terra” di Shi Yifeng

“Gli occhi della Terra” di Shi Yifeng

Pechino era immensa e l’unico posto che conosceva davvero era il campus, perciò, non sapendo dove sbattere la testa, non aveva potuto far altro che tornare lì. Quasi tutti gli studenti odiano l’università mentre la frequentano ma, dopo la laurea, appena le cose non vanno come vorrebbero, diventa il loro porto sicuro. Si prendo­no in giro da soli, convincendosi che basta ritornare a fare la vita di un tempo per ritrovare le speranze. Questa era la conclusione a cui ero arrivato girando il mio documentario sugli ‘eterni studenti’. Alla fine, c’è sempre una via d’uscita.

Shi Yifeng è una delle voci più interessanti della narrativa cinese contemporanea. Classe 1979, laureato alla BeiDa (abbreviazione per Beijing Daxue, Università di Pechino), ha già vinto molti premi e viene spesso paragonato al grande scrittore Wang Shuo. La casa editrice romana Orientalia ha pubblicato Gli occhi della Terra, volume che include due racconti lunghi, tradotti da Martina Codeluppi.

Il volume prende il titolo dal primo testo, una storia che vede l’intreccio delle vite di tre uomini a partire dagli anni dell’Università, narrata dal punto di vista di uno di loro, intelligente ma non geniale, buono ma non impeccabile, professionalmente affermato ma non particolarmente in vista. A differenza di Li Muguang, figlio di un alto funzionario governativo e rampollo di famiglia benestante, che partirà per studiare in America e si affermerà come imprenditore di successo nel commercio di giocattoli. L’ascesa professionale di Li porterà il narratore a presentargli An Xiaonan, ex studente brillante fuori dal comune, proveniente da una famiglia modesta dello Hebei (la regione del nord-est attorno Pechino) e rimasto a vivere in povertà a causa della sua incapacità di scendere a compromessi con l’immoralità del mondo. Assunto da Li come videosorvegliante del suo magazzino di giocattoli, An Xiaonan scoprirà gli scheletri nell’armadio del dirompente successo commerciale di Li, ma la sua ossessione per la rettitudine non gli consentirà di tapparsi il naso e sconvolgerà il destino di tutti e tre i personaggi.

Il secondo racconto, Chen Jinfang non è più a questo mondo, segue la vita di una ragazza (Chen Jinfang) che si emancipa dalla propria origine umile nella Cina del boom economico. L’io narrante è quello di un suo ex compagno di classe, che la rincontra dopo molti anni e rimane sorpreso della sua drammatica trasformazione da bambina povera ed emarginata a donna navigata, scaltra e affascinante. Ripercorrendo la vita di lei, si scopre quale prezzo Chen abbia dovuto pagare per la propria ascesa sociale.

Come la metamorfosi animale: tutti sanno che la farfalla viene dal bruco, ma chi è che, vedendo una farfalla variopinta, prova disgusto per il bruco che è stata? Nel mio subconscio la Chen Jinfang del passato e quella del presente erano ormai diventate due persone che non avevano nulla a che vedere l’una con l’altra.

Entrambi i testi sono ambientati in quella fase della storia cinese recente in cui la tecnologia stava prendendo terreno a grandi passi e l’ebbrezza per la crescita economica ricopriva tutti gli aspetti della società. Dagli anni Novanta a oggi, la Cina è passata da “fabbrica del mondo” a seconda superpotenza globale, e ancora centro della più grande campagna anticorruzione di sempre e stato più videosorvegliato sulla faccia della terra. Le storture generate da uno sviluppo così repentino e incredibilmente rapido sono diventate una sorta di topos della letteratura cinese, e Shi Yifeng ne presenta la sua interpretazione. Per farlo, sceglie di raccontare la Cina dal punto di vista di due personaggi narranti che osservano la realtà attorno a loro senza diventarne i veri e propri protagonisti (che sono invece gli altri personaggi menzionati: Li Muguang, An Xiaonan e Chen Jinfang) e che si interrogano su quanto accade ma faticano a trovare la bussola.

Shi si inserisce nella migliore tradizione del realismo cinese, che declina in uno stile pulito ed essenziale secondo un’impostazione a tratti cinematografica. Abbandonare la lettura sembra quasi impossibile; dopo l’apertura pressoché insignificante – un uomo che rievoca l’incontro con due amici all’università – si finisce incollati a una narrazione ricca di colpi di scena. Enigmi, truffe e corruzione prendono il sopravvento sui personaggi e ne condizionano la vita. Li Muguang è l’esempio perfetto dell’élite cinese che, sfruttando un benessere di famiglia, costruisce un proprio impero e si ritrova poi a dover fare i conti con i mezzi utilizzati per raggiungerlo. In questo scenario desolante di arrivismo e assenza di scrupoli, i rapporti umani sono aridi e superficiali, le amicizie solo di facciata, e le relazioni risultano dominate dagli interessi.

A fare da sfondo ai due racconti c’è l’immensa Pechino, raccontata nelle sue molteplici sfaccettature: è la Pechino di BeiDa, università di punta in cui si forma l’élite culturale cinese e casa degli intellettuali che danno prestigio alla nazione, ma è anche la grande città popolata da lavoratori migranti. Come i genitori di Chen, arrivati dallo Hunan e impiegati come raccoglitori di immondizie. O come la madre di An, addetta al lavaggio di intestini in un impianto di lavorazioni e condannata a perdere la vista a causa delle esalazioni. I racconti di Shi percorrono la capitale in lungo e in largo, nominandone i quartieri e tracciandone una mappa concettuale che ne evoca le impressionanti dimensioni e l’affascinante ambiguità.

Nel primo testo, un ruolo centrale è riservato alle silenziose guardiane di Pechino. Se avete avuto modo di visitarla di recente, ci avrete sicuramente fatto caso. Se ci andrete in futuro, sarà una delle cose che vi colpiranno. Nella Cina contemporanea, non ci sono più valori profondi che guidino la vita delle persone, sembra avvertire Shi. Il concetto di “morale”, su cui tanto si ossessionavano gli intellettuali mandarini, è completamente decaduto per lasciare spazio a un individualismo sfrenato. Tutto ciò che è rimasto è il controllo impersonale, infallibile e ineludibile delle telecamere, oggi installate in qualsiasi angolo della città, praticamente senza eccezioni.

Alzai lo sguardo e notai una telecamera con vista a trecentosessanta gradi sospesa sopra la mia testa, immobile. Mi fermai a fissarla, fu come guardare negli occhi la volta celeste.