Edoardo Angrilli
pubblicato 2 mesi fa in Recensioni

“Antimonio” di Flavia Cidonio

Nepente, che lenisca i dolori.

“Antimonio” di Flavia Cidonio

Quando mi è capitato per la prima volta tra le mani il volumetto di Flavia Cidonio ho aspettato a lungo prima di aprirlo, di sfogliarlo; era il titolo ad avermi colpito: Antimonio (Gattomerlino). Me lo ruminavo in bocca come una radice amara, cercando di capire dove mi avrebbe condotto un ingresso così angusto. Che c’entrasse Sciascia? O l’autrice – mi chiedevo – avrebbe lambiccato soluzioni poetiche tra formule chimiche e pesi specifici? Certo, ero scettico, se non vagamente infastidito.

Sb, numero atomico 51.

Un antidoto contro i veleni

Precisa Cidonio. Ma mente, perché l’antimonio non è un antidoto, è lui stesso un veleno, un cugino bastardo dell’arsenico. Allora, se dalle prime parole, dal titolo stesso, Antimonio mente, è nella bugia, nell’assenza di certezza semantica che dovremo andare a ricercare il significato di questa raccolta, in cui ogni parola si fa vox media, in cui ogni figura si rifrange in un doppio negativo.

Lo si vede fin dai versi introduttivi , che cercano di conciliare un dettato poetico contraddittorio e spesso spiazzante:

Al risveglio
ho sempre cura
di mettere gentilmente in fuga
i fantasmi notturni.
Me li tengo puliti, do loro un nome
a volte persino una casa in cui fare ritorno.
Al solito,
mi mostro fin troppo accogliente
con il tormento
occasionale.

Eccoci dunque entrare nell’universo onirico di Cidonio, popolato da figure dai confini sbiaditi, da presenze che si rivelano nella loro assenza, nel loro muto dialogo con l’autrice. Quello che mette su carta la giovane poetessa emergente è infatti il linguaggio del sogno, del non-detto che reclama, di notte, un’attenzione ossessiva, al limite della monomania.

L’impressione che si ha nella lettura delle ottantadue poesie che compongono la raccolta è, infatti, quella di mettere piede nella struttura psichica dei sogni dell’autrice, che trovano il loro fulcro, tra sinestesie e simboli freudiani, attorno alla figura mai nominata di una persona scomparsa. È l’irrisolto che prende parola, che cerca una soluzione nell’insistenza del pensiero amoroso tradito.

Eppure, non è l’evocazione del passato ad attualizzare la relazione finita, bensì è nelle eco del presente, nelle tracce che essa ancora dissemina che l’autrice indaga il suo ricordo.

Questa solitudine
che mi preme addosso
che chiama uno spazio per sé
senza restituire un fiato
sa delle tue parole
tutte quelle
che non hai pronunciato
per trovarti
qui – accanto a me
su questa sedia vuota.

Se dunque Cidonio cerca un sollievo per l’’incapacità di accettare il passato nel verbo poetico, sbagliato sarebbe comunque credere che la poesia si faccia nepente dei suoi mali, che sia capace di esorcizzare i suoi incubi; al contrario, le liriche diventano una sorta di feticcio, presenza fisica che dà corpo all’assenza, che rende tangibile la perversione di questa ossessività:

credo di aver realizzato le unghie
o i denti
di una piccola creatura
che forse non vedrà mai un’alba
dolce e compatta,
ma sarà lo stesso
pronta ad afferrare
tutto ciò che gli si para di fronte.
Con parole che gli appartengono,
in cui darsi forma.

Un figlio di carta e parole che, a ben guardare, altro non è che una delle numerose figure doppie che insediano la raccolta, veri e propri Doppelgänger. Le moltiplicazioni sono numerose: lo si nota non soltanto dall’insistita presenza dello specchio, ma anche dalla parcellizzazione fisica prodotta dall’osservazione del proprio corpo.

Infatti, con gusto pressoché barocco, Cidonio si smembra in un medaglione poetico, non soltanto per cercare di riappropiarsi del proprio corpo cancellando le tracce impresse dalle dita dell’amata, ma anche, paradossalmente, per non lasciarla andare, per ritrovarla nelle cicatrici e nel ricordo. Queste membra che si fanno altre da sé, psicotiche, che non si riconoscono nello sguardo che le osserva, dunque, si confondono con l’immagine della persona scomparsa in un gioco di sovrapposizioni imperfette, di scarti minimi, gli stessi che intercorrono tra una lirica e l’altra nell’utilizzo di un lessico ridotto all’osso, insistente.

Lo specchio
che hai fra le mani
restituisce l’immagine
che vorrei, […]

Tuttavia, se è la dimensione confidenziale a dominare il tono della raccolta, il merito di Cidonio è quello di essere conscia della componente voyeuristica di un simile nucleo tematico – come dimostra il titolo della lirica dodicesima, Atti pubblici in luogo osceno – e di essere stata capace, evitando ogni riferimento preciso e biografico, di rendere il privato universale, sovrapponibile a l’esperienza del lettore. Ecco dunque spiegati i riferimenti a un affascinante desiderio di andare al di là, di superare la linea che separa il lecito dall’illecito, fino all’imperatorio monito: “signori viaggiatori, si prega di non oltrepassare la linea gialla”.

Se dunque il fil rouge che impartisce una struttura alla raccolta è da ricercarsi nella circolarità del sogno, l’autrice si premura sagacemente di trovare una soluzione alle proprie nevrosi, constatando l’arrivo dell’alba dopo una notte di incubi. Eppure, ancora una volta – e non potrebbe essere diversamente –, Cidonio mente, a se stessa e al proprio lettore.

[…] il momento in cui cominci
a sbiadire
per curiosa ironia
della sorte
è lo stesso
in cui mi sei più presente.

Mente perché – ammonisce la poetessa – laddove la fine del dolore sembra palesarsi, proprio lì più ci accompagna; perché non c’è una soluzione o un antidoto ai proprio mali, se non soltanto nell’accettazione dei propri fantasmi e nella volontà, nella premura «di metterli gentilmente in fuga»; per usare la parole di un prosatore italiano del secolo scorso troppo spesso trascurato, Carmelo Samonà, «c’è veramente una conclusione nel romanzo? A me pare che il problema sia un altro. […] Naturalmente egli fallisce, ma questa volontà è come un fatto che trascende perfino la sua sconfitta» (intervista di Gregory Lucente, 13 marzo 1984).