Jenny Bertoldo
pubblicato 3 mesi fa in Letteratura

Ariel

galoppata nell’intensità di Sylvia Plath

Ariel

Leggere Sylvia Plath è un’esperienza indelebile, affascinante, a volte disturbante, a volte catartica,  è avventurarsi in un mondo simbolico, dove la parola si carica di un significato denso, eterno, ancestrale, sensuale e angosciante.

La raccolta Ariel viene pubblicata nel 1965, due anni dopo la morte di Sylvia. Al suo interno troviamo l’omonima poesia, il cui titolo si ispira al nome del cavallo della poetessa. Una cavalcata, un gesto abituale e quotidiano della Plath nel periodo in cui viveva nel Devon, diviene un giorno uno spiraglio di vorticose emozioni, di terrore, di infinita drammaticità. In Ariel procediamo per immagini e suggestioni, Sylvia ci mostra l’affannarsi nel suo animo di sensazioni disordinate e di sconfinata intensità.

Stasi nel buio. Poi

L’insostanziale azzurro

Versarsi di vette e distanze.

 Il primo verso ci sprofonda nell’intimo di Sylvia, che aspetta… aspetta che accada qualcosa, mentre tutto sembra immobile nel buio, nell’attesa del sorgere del sole (la poetessa cavalcava nelle prime ore del mattino, momento in cui tutto sembra stabile, perpetuo, imperturbabile, e dove invece si svolge questo inatteso evento). Già dal primo verso quel “Poi” lascia intendere quanto l’azione sia immediata, inaspettata: Ariel s’imbizzarrisce e trascina in una galoppata senza meta ne sosta Sylvia, che attorno a sé percepisce il cielo indefinito, infinito, “l’insostanziale azzurro”, immagine quasi esistenziale. E infine al terzo verso in questo azzurro si stagliano le “vette”, chiare, solide, ma persistono le “distanze”, irraggiungibili, insormontabili.


Leonessa di Dio,
Come in una ci evolviamo,
Perno di calcagni e ginocchi! – La ruga


S’incide e si cancella, sorella
Al bruno arco
Del collo che non posso serrare,

Per la Plath la cavalcata diventa possibilità di trascendenza, di avvicinamento a Dio (in ebraico Ariel significa proprio “leone di Dio”): nella folle corsa l’animale (che Sylvia chiama religiosamente “sorella”)e la poetessa eliminano ogni “ruga”, ogni confine tra i due corpi, le due anime entrano in contatto, condividendo per un attimo le stesse sensazioni,  diventando un’unica sostanza in una disperata corsa all’infinito, e Sylvia non può che tentare di sostenersi a quel “bruno arco del collo” che ha deciso di trascinarla nella vertigine.


Bacche
Occhiodimoro oscuri
Lanciano ami –


Boccate di un nero dolce sangue,
Ombre.
Qualcos’altro

Mi tira su nell’aria –
Cosce, capelli;
Dai miei calcagni si squama.


Bianca
Godiva, mi spoglio –
Morte mani, morte stringenze.

Qui la parola di Sylvia si fa piena metafora: le bacche, tentazioni terrene, piaceri che si offrono e seducono, “lanciano ami”, tentano di interrompere la sua galoppata, la sua esperienza trascendentale, ma la poetessa sembra liquidarle come “ombre”. C’è infatti “qualcos’altro” di molto più potente ed importante, qualcosa  che la spinge verso l’alto: se da un punto di vista oggettivo questo qualcosa è probabilmente Ariel, metaforicamente è la galoppata sfrenata stessa a condurre la Plath in alto, verso la trascendenza. È l’evento improvviso cui lei si abbandona con tutta se stessa, è qualcosa che nasce dalla sensazione dei capelli, delle cosce, dei calcagni sfiorati dal vento, per poi uscire dal corpo, “squamarsi”, farsi sostanza intangibile, idea, spirito. Trascesa, liberata, la poetessa può spogliarsi, sfuggire dallo stringere della morte, dalla sua presa, ma anche dalla finitezza del proprio corpo (corpo che appunto si squama per divenire pura essenza).

La metafora scelta dalla Plath con Lady Godiva non è casuale: la nobildonna inglese cavalcò nuda in segno di protesta alla decisione del marito di aumentare le tasse. Un atto di ribellione dunque, cui forse anche Sylvia, immersa in una relazione (con il poeta Ted Hughes) che era scambio intellettuale, amore, ma anche enorme dolore per i continui tradimenti, ardiva. Quello della liberazione e ribellione attraverso il corpo è un tema che sarà fortemente esplicitato in Lady Lazarus.


E adesso io
Spumeggio al grano, scintillìo di mari.
Il pianto del bambino

Nel muro si liquefà.
E io
Sono la freccia,

La rugiada che vola
Suicida, in una con la spinta
Dentro il rosso

Occhio, il cratere del mattino.

L’esperienza della folle galoppata dunque libera la poetessa, che nei versi cerca un ulteriore dissolvimento dal circostante, dal ruolo da lei atteso: anche il pianto del bambino, che la vuole riportare nel suo corpo, nel suo compito di donna, che le ricorda la sua missione materna, si disgrega e si annulla. Questo pianto è anche un richiamo al passato, dal cui ricordo, trasformata, si è ormai emancipata: di lei non rimane che una comunione con la natura, come ci dice il verso “spumeggio al grano, scintillìo di mari”, in cui ormai la figura di Ariel e Sylvia si fa intrinseca al paesaggio.

Ancora più forte la poetessa  ribadisce questo abbandono del mondo terreno nelle ultime strofe: la freccia, la rugiada,  si dirigono verso il sole (in una dimensione senza spazio, senza tempo, senza io, senza corpo, senza dolore), lo desiderano, coscienti che non vi sarà un ritorno, ma senza possibilità di opporsi a questo richiamo d’infinito potente e seducente.

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