Culturificio
pubblicato 3 mesi fa in Letteratura

Boris Ryzhy:

il poeta di una generazione perduta

Boris Ryzhy:

Riadattando alcuni versi di Vladimir V. Majakovskij, grande esponente del fiore della lirica russa del primo ‘900, potremmo dire che:

Ad Ekaterinburg
non è difficile morire,
vivere
è di gran lunga più difficile

È proprio ad Ekaterinburg (1), cupa cittadina industriale della Russia, che il poeta Boris B. Ryzhy vivrà, e troppo prematuramente morirà, consegnando il suo corpo -di ventiseienne già troppo provato- ad un cappio, e la sua anima inquieta ai “celesti boschi”(2).
Se ne andrà in questo modo e così presto, una delle voci più forti, sincere e disperate di quei figli della Russia degli anni ‘70/’80, cresciuti con l’orgoglio di chi è unico antagonista del capitalismo statunitense, imperante in Occidente e non solo, e non attende che la fine -idealizzata in questi anni sempre più da entrambe le super potenze, come favorevole e favolosa- di una Guerra (,) Fredda di fatto ma bollente negli animi, per accogliere il concretizzarsi di sogni e speranze, maturati in una vita e strutturati da una ferrea educazione ciecamente fedele agli ideali Sovietici. E quelle speranze saranno le stesse, avvolte in lenzuola di candido sogno di affermazione nei confronti del rivalis, che verranno alimentate (e tragicamente gonfiate) dal complesso di riforme della Perestrojka (перестройка) (3). Ma la Storia, quella con la “S” maiuscola, quella che trovi stipata tra le pagine ingiallite di malconci e polverosi libri, quella storia, appunto, la conosciamo tutti e tutti sappiamo che, di fatto, non è stata favorevole a chi sognava le luci del proscenio per la Madre Russia. E se molto sappiamo su questa Storia, molto meno conosciamo invece delle conseguenze locali di chi questa parte della Storia l’ha subita, generando una piccola storia ai più spesso sconosciuta.

Ed è proprio grazie ai versi di B. Ryzhy che possiamo immergerci in uno scenario storico-poetico angusto, che altrimenti sarebbe rimasto addormentato e tristemente noto solo a chi ne fu direttamente interessato, colpito, stravolto. E’ forse questo il più grande merito da conferire alla lirica del poeta di Sverdlovsk (4) (Ekaterinburg dal 1991): aver disegnato, con l’inchiostro dei versi, una finestra che permette al mondo intero di affacciarsi su un micro-mondo dominato da una suprema delusione, che è quella della sconfitta delle proprie convinzioni sociali, la disfatta del proprio sistema di valori, il tramonto di apparentemente inviolabili ideologie ereditate e la crisi di una Cultura intera lacerata da anni di tensioni.
Tutto questo Ryzhy lo racconta con la delicatezza semantica del poeta. Non un regista e non un attore (inteso come misero “re-citante” e non come superba “macchina attoriale” tipicamente beniana), né, ancora, probabilmente un pittore, avrebbero potuto dirigere, re-citare o dipingere quello che il poeta di Ekaterinburg ha vissuto, filtrato e proposto, facendosi da tramite al suo modo di vedere e percepire il circostante che non è che la sua pïetosa (5) sensibilità tradotta in versi.

Ryzhy fanciullo cresce a scuola e per strada con quei bambini che poi vedrà pian piano perdersi, già uomini o solo ragazzini, nella malavita: dilagante scorciatoia ad un futuro troppo scomodo e incerto.
Ma nonostante un abisso di ombre separi la vita del poeta da quella dei suoi compagni delinquenti, ladri e sicari (e non si sa se vi siano più ombre e dolori nel vivere la poesia o nel rapinare ed uccidere) egli sarà da questi sempre stimato e riconosciuto come un poeta: animo elevato ed eletto, lontano dal marciume delle loro vite perdute.

Tu fratellino, per natura, sei un poeta.
Tutto questo è accaduto a te
per il tuo racconto non c’è prezzo. (6)

Ma questo destino sembra – anche e addirittura a questi uomini, che non hanno sicuramente scelto una via intrisa di poesia, – un enorme peso.

Questa docile e destabilizzante sensibilità che assumerà sempre più le fattezze di una condanna a morte, comincia ad inseguire, follemente innamorata, quel timido ragazzino di quattordici anni che porta in viso, come un monito di gioia e sofferenza, due occhi azzurri come i ghiacciai degli Urali sotto il sole di maggio, ed una cicatrice profonda lungo tutta la guancia sinistra. Ma quella sensibilità porterà con sé anche il sapore del sangue rappreso, che sta nel laccio sempre più stretto di un destino segnato.

Eppure l’emotività, per quanto accentuata possa dimorare in un animo, non basta di per sé a farsi da peso insopportabile. Questa miccia che si insinua cheta in una polveriera gigante, ha bisogno di una scintilla di fuoco vitale. E’ infatti la vita, con le sue vicissitudini imprevedibili, a decidere quanto caricare e fino a quanto sovraccaricare debolezze e fragilità. E di certo Ryzhy vedrà la sua vita farsi di giorno in giorno sempre più gravosa sulle sue spalle, quando i giornali, quasi ogni mattino, riportano la notizia di qualche giovane teppista freddato il giorno prima per un motivo o per un altro, tra regolamenti di conti, rapine andate male e dimostrazioni di forza da parte di questa o quell’altro gruppo organizzato. Così ad ogni notizia corrisponde un conoscente in meno, spesso un amico, il bambino con il quale si giocava, una volta, al parco dopo la scuola, il compagno di classe, o quel ragazzo con cui ci si era accapigliati nelle sere di qualche autunno passato: per le guance di Olija (7), per il profumo delle labbra di Ira (7) o ancora, per il blu più intenso del fondale del Mar di Kara che Luisa (8) portava con incanto negli occhi.
Tutto questo accade quasi ogni giorno, da un certo momento in poi: quello in cui l’età dei giochi finisce e ci si smarrisce nel mondo degli adulti. E da quel momento stesso ci sarà un lezzo di morte e di graduale smarrimento che perseguiterà il poeta giorno dopo giorno, nella triste consapevolezza che quello che andava via era un altro amico – non il primo e non ancora l’ultimo- mentre quella che si appresta inesorabile è la rabbia e la frustrazione per un’altra vita spezzata, ed è soprattutto la sofferenza sincera per l’amore smodato nei confronti di ognuno di questi, dal conoscente all’amico più caro, dal compagno di banco mai più rivisto, al miglior amico d’infanzia che ora combatte contro la vita ogni giorno, tra droga ed omicidi

Ho vissuto qui
esercitando delle libertà alla morte
all’autunno e alle lacrime.
Vi ho amato tutti
e sul serio (9)

Dopo l’ennesima passeggiata per il cimitero locale di Shirokorechenskoe (10), tra le sempre più numerose e sfarzose lapidi di giovani affiliati alla mafia – e da questa uccisi – tra questi, che prima di morire da mafiosi e malviventi furono sempre amici cari e amati conoscenti, saranno proprio quelle appena riportate, le ultime parole e l’estremo saluto alla vita, che Boris Ryzhy dedicherà al suo mondo in miniatura ormai troppo sporco e desolato per lasciare un’altra via di fuga a due occhi così limpidi. Con questi versi deciderà di congedarsi prima del suicidio, commesso il 7 maggio 2001.
E sono proprio questi versi – dettati in extremis dal cuore fumante ed inerte dopo l’incendio fugace che la sua vita generò – a racchiudere l’inspiegabile intenso amore che questo poeta provò per tutti quelli che ebbe anche solo conosciuto e per quelli le cui vite ebbe occasione, in un modo o nell’altro, di sfiorare.
Canterà tutti e di tutti ricorderà ogni cosa, anche le più insignificanti o sfuggenti sfumature.

“Boris Ryzhy” (11) segue i passi e ripercorre i versi del poeta, mostrando i volti dei protagonisti di alcune delle sue poesie più famose. Quello che più di tutto sorprende è che molti di questi non sanno nemmeno di essere entrati in una delle armonie letterarie Ryhzyane, ed anzi di esserne addirittura i protagonisti. Molti non ricordano subito di averlo conosciuto, molti fingono di ricordare, tutti però restano interdetti – e questo prova l’incomprensione a cui una tale sensibilità condanna – quando vengono lette le magnifiche poesie a loro dedicate da un o semi-sconosciuto, quella che forse tutti chiamerebbero: una persona qualunque.

Sembra quasi anche più che assurdo che si possa amare con una tale intensità da dedicare migliaia di versi a centinaia di persone diverse. Ma è proprio questa logica irreale a sposarsi con la potenza dei sentimenti, ed è questa inspiegabile empatia metafisica (semi-iperuranica idea di empatia assoluta) provata nei confronti di chiunque lo avesse circondato o incontrato, a rendere Boris Ryzhy un poeta unico, un vero e proprio -evento umano- irripetibile: alla stregua della magnifica meteora di Čeljabinsk (cittadina a pochi chilometri da Ekaterinburg e, secondo alcuni, luogo che diede i natali al poeta) caduta nel 2013 e manifestatasi come una fugace scia di luce che lascia dietro di sé un sentiero di fuoco vivo, appena prima di spegnersi e svanire nell’azzurro del mattino invernale della Russia.
Per comprendere e non fraintendere l’incredibilità del sottostante sentimento all’interno del per niente complesso stile poetico, non resta che abbandonarsi tra i versi e gli slanci d’amore implorante e implorato che essi portano dietro. Come chi li scrisse portò dietro le sue spalle innumerevoli fardelli tradotti in varie forme: la delusione, lo smarrimento, la malinconia, la reazione violenta alla vita e l’appropinquarsi svelto della morte di un’intera generazione di russi, con i quali volle però – per vocazione – condividere le sorti anche quando avrebbe potuto fuggirle, aggrappandosi a quella sua fama di poeta che stava sempre più crescendo almeno in patria.
Ma un vero poeta, un animo assorto in poesia come era quello di Ryzhy, non se ne fa niente della gloria, delle interviste, dei titoli sui giornali e degli attestati di stima della critica. Un animo come quello che fu di Ryzhy (o a cui Ryzhy appartenne), sarà sempre troppo occupato a lottare per non finire schiacciato sotto il peso della sua stessa enormità.

Il 7 maggio 2001 Boris Ryzhy, esausto e vittima di crisi depressive, si impicca nella sua camera da letto ad Ekaterinburg.
Lascia sua moglie Irina Knyazeva, con la quale si era sposato appena diciassettenne, e suo figlio Artjom Ryzhy nato nel 1994.
Si era laureato nel ‘97 alla facoltà di Geofisica e Geoecologia dell’Accademia mineraria degli Urali, mentre nel ‘99 fu insignito del premio Letterario Anti-Booker (allora gestito dalla rivista Rossyskaya Gazeta) uno dei più grandi riconoscimenti per un poeta russo.

Dettami versi d’amore
Sii d’animo un po’ disonesto.
Il mio cuore cattivo e freddo
Fa’ esplodere con un sorprendente verso.
Raccontami semplici parole
Fa’ che mi parta, girando la testa.
Nel parco umido le teste bianche,
Sorridendo, scuotono i ragazzi della mala.
Si meravigliano: quanti anni hai?
Tu fratellino, per natura, sei un poeta.
Tutto questo è accaduto a te
Per il tuo racconto non c’è prezzo.
Sorrido, facendo fuori un bicchiere
Alla fortuna, e lo nascondo in tasca,
Stringo le mani ruvide,
Nuoto via nella nebbia, ondeggiando.
Metto tutti i puntini sulle i,
A me – per le bugie, ardere nel fuoco,
Ma è già pronto il posto nel Paradiso
Per voi – per fede alla mia vocazione. (12)

E così, parafrasando ancora gli stessi versi presi in considerazione in apertura: ad Ekaterinburg non è difficile morire, vivere è di gran lunga più difficile, e non conta che tu sia un delinquente o un poeta, perché per questa sentenza non v’è differenza alcuna. Ryzhy ha dimostrato tutto questo al suo – personalissimo- ed al nostro mondo, nella grazia di un migliaio di poesie e nel tragico fulgore di una vita troppo breve.

I suoi versi continueranno ad echeggiare per le strade della Russia, ad essa scompiglieranno i capelli come fa il feroce Buran (буран) (13), e come frutti prematuramente caduti, giaceranno dignitosi accanto a quelli più maturi di Esénin, Blok, Pasternak e Majakovskij, e con essi vivranno eternamente nella mai ingrata memoria della Cultura Poetica russa.
Così vivrà Boris Borisovich Ryzhy: il poeta che non ha amato una sola donna o qualcuna, non solo la sua patria o un’ideologia, non sé stesso e non solo la poesia,
Boris B. Ryzhy: il poeta che ha amato tutti, e sul serio.

– Quelli che seguono sono i versi estratti da tre poesie di tre grandi poeti russi accomunati da un destino analogo. Sono rispettivamente di Sergej Esénin, Vladimir Majakovskij e Boris Ryzhy.
Esénin ispirò di certo, in questo caso, Majakovskij, che appunto scrisse un componimento in memoriam riadattando gli ultimi versi della sua poesia d’addio “Arrivederci, amico mio, arrivederci”, indirizzata all’amico e probabile amante Anatolj Marienhof.
Mentre l’ultimo estratto vede i versi di Boris Ryzhy, questi sono sicuramente molto simili a quelli di Majakovskij, ma probabilmente ispirati più ad Esénin. Questo si evince dal testo completo della poesia del poeta di Ekaterinburg, che fa riferimento ad una nave smaltata e ad un oblò, nonché alle lenzuola che avvolsero chi è forse già morto. E questa descrizione farebbe pensare più alla morte di Esénin (impiccatosi, e poi fotografato adagiato sul suo letto, nella marittima città di San Pietroburgo)

Morire non è nuovo sotto il sole,
ma più nuovo non è nemmeno vivere (14) 

In questa vita
non è difficile morire
vivere 
è di gran lunga più difficile (15)

Vivere è difficile e scomodo,
però è comodo morire (16)

Note al testo:

(1): capitale della malavita post-sovietica a causa della più alta concentrazione di attività mafiose in Russia, perlopiù riconducibili alla “Organizacija”

(2): Afsheid in Rusland, opera, inedita in Italia, di Boris B. Ryzhy

(3): Perestrojka: termine russo («ristrutturazione») adottato nella politica interna sovietica e poi accolto dal giornalismo internazionale per indicare l’insieme di riforme politico-economiche (ricambio nei vertici di partito, adozione di nuovi sistemi di rappresentanza ed elettorali, moderato liberismo economico, riconoscimento delle opposizioni interne ecc.) che hanno caratterizzato l’azione di M.S. Gorbačëv a cominciare dal marzo 1985, quando divenne segretario del Partito comunista sovietico. A p. è solitamente associato il termine glasnost´ – che letteralmente significa «possibilità di far sentire la propria voce» e più in generale «pubblicità» (ma è comunemente tradotto con «trasparenza») – con il quale si vuole indicare la pubblicità delle notizie politiche, economiche, culturali tramite i mezzi d’informazione, e la libertà d’espressione, di critica e di denuncia concesse dalle autorità ai cittadini.[Enciclopedia Treccani]

(4): Sverdlovsk (Свердловск) in onore del leader bolscevico Jakov Sverdlov

(5): come pietās: pìeta, profondo amore e ferma devozione

(6): Boris B. Ryzhy (1974-2001)

(7): Boris B. Ryzhy (1974-2001)

(8): Boris B. Ryzhy (1974-2001)

(9): Boris B. Ryzhy (1974-2001)

(10): cimitero di Ekaterinburg, teatro delle sfarzose -tombe laser- dei boss mafiosi. Qui vengono seppelliti gli abitanti di Ekaterinburg, e le tombe dei boss e dei giovani mafiosi riportano spesso le loro sagome (o li ritraggono alla guida di potenti veicoli) scolpite con il laser in grandi blocchi di pietra, marmo o granito

(11): “Borys Ryzhy” (2009) regia di Aliona van der Horst, ha vinto il premio come “Miglior documentario” all’International Film Festival di Edimburgo nel 2009

(12): Boris Ryzhy [La nuovissima Poesia russa, 2005 Einaudi a cura di M. Martini, trad. di V. Ferraro e M. Martini]

(13): vento gelido, spesso accompagnato da bufere di neve, caratteristico di alcune zone della Russia ad ovest degli Urali

(14): S. Esénin (1895-1925), [Arrivederci, amico mio, arrivederci] 27 dicembre 1925

(15): V. V. Majakovskij (1893-1930), [A Sergej Esénin] 1926

(16): B. B. Ryzhy (1974-2001) *sine titolo*

 

Articolo a cura di Francesco Marino