Lorenzo Paolini
pubblicato 2 mesi fa in Recensioni

“Che vergogna” di Paulina Flores

“Che vergogna” di Paulina Flores

Un esordio incantevole come quello di Paulina Flores con la raccolta di nove racconti intitolata Che vergogna (Marsilio Editori, 2019) è un avvenimento raro e pregevole. Flores, scrittrice cilena vincitrice del premio Bolaño, seduce e incanta con una prosa mozzafiato, con il suo sguardo secco e profondo sulla realtà, con un’energia letteraria che fa venir voglia di leggere e rileggere ogni racconto del suo primo libro.

Che vergogna è una raccolta di nove racconti tutti percorsi dal filo rosso della fragilità e della complessità umana, i due macroargomenti del libro, a partire dai quali l’autrice crea storie strane e semplici, dolciamare e dure, anche erotiche e brutali; si tratta insomma di un campionario di vicende umane vere e incredibili. I protagonisti delle storie di Flores hanno la peculiarità di essere profondamente segnati dalle ferite della condizione umana, e ciò li porta a essere personaggi a tutto tondo, pieni e incredibilmente realistici, così come sono vere e concrete tutte le vicende nelle quali gli stessi sono calati. L’effetto radioso che ne consegue è una sfavillante atmosfera di inesorabile realtà, grande e onnicomprensiva, cosicché ogni storia diventa un piccolo romanzo di formazione in miniatura e allo stesso tempo assurge a storia universale, dove il piacere di leggere in filigrana ogni racconto, e quindi il piacere di interpretarlo, è incantevole.

Che vergogna ha un perfetto meccanismo letterario. Ogni storia lancia una precisa sfida al lettore, perché Flores coraggiosamente osa, e osa descrivendo e raccontando precisamente ciò che accade dentro ognuno di noi quando ci vergogniamo davanti ai nostri figli, quando amiamo senza essere ricambiati, quando una relazione finisce, quando soffriamo, quando ci sentiamo soli e tristi, quando siamo in balia del destino.

Il primo racconto della raccolta si intitola Che vergogna e presenta temi e concetti che calano il lettore immediatamente nell’atmosfera dell’ opera, perché tra i suoi temi figurano il rapporto padre-figlia, le frustrazioni e repressioni emotive e soprattutto, grande tema della raccolta, lo scontro di due mondi, quello dei grandi e quello dei piccoli: come di uno stesso episodio i due mondi possano avere percezioni diametralmente opposte. Su questo fraintendimento, la lontananza tra adulti e bambini sembra farsi oscura e insondabile, e l’incomunicabilità tra i due mondi diventa spiazzante.

Simona rimase paralizzata, con gli occhi pieni di lacrime. Tremava tutta, il mondo le stava crollando addosso, e lei non sarebbe mai riuscita a sostenerlo da sola. Perché era sola. Si era sbagliata. Aveva commesso un errore terribile. Aveva fatto vergognare suo padre, e lui non l’avrebbe mai perdonata.

Il punto di vista è quello della bambina, Simona. Le conseguenze dell’errore sono filtrate dalla sua prospettiva e, quindi, presentate come irrimediabili. L’autrice crea così una solida realtà amara nella finzione letteraria, dove il lettore vorrebbe buttarsi a capofitto e intervenire per gridare a quella bambina di non preoccuparsi, che suo padre le vorrà ancora bene, che canteranno canzoni ancora insieme, per incoraggiarla e infonderle speranza, tanta è la cappa di sofferenza che ammorba la bambina, ma purtroppo non può. Il racconto si conclude poco dopo. annichilimento, consapevolezza e crescita si fondono nella bambina in un continuum psicologico. Flores conclude magistralmente il primo racconto.

Segue Teresa, un racconto breve e molto intenso, pervaso da un’atmosfera misteriosa ed erotica che lo rende uno dei racconti più criptici e affascinanti dell’intera raccolta. Una donna, un uomo e una bambina, la crescente carica erotica tra lui e lei, spiragli sul passato di lei, i silenzi prima del contatto tra i corpi, la bambina assente ma presente tra i due e che, silenziosamente, fa la sua parte nella storia…

[…] Desiderò che la portasse subito a letto ,e così fu, e per il tempo che si resse al suo corpo stringendosi a lui, avvertì una vertigine meravigliosa. Che bella poteva essere la vita. Non era più nervosa né spaventata, camminava sulla terraferma.

Talcahuano è a mio avviso uno dei racconti più belli della raccolta. Il protagonista è un bambino che vive con la mamma il papà e le due sorelle “…in una delle zone più povere di una delle città più brutte del paese: il quartiere di Santa Julia, a Talcahuano“. La storia è ricca e complessa perché segue le vicende dalla prospettiva del bambino (ancora una volta) e lo sguardo sulla realtà di Talcahuano è quindi lo sguardo di un ragazzino ancora innocente. Più che in ogni altro racconto della raccolta, in Talcahuano l’autrice crea ancora una volta una fortissima tensione tra il mondo dei bambini e quello degli adulti, quello dell’innocenza e quello della consapevolezza, consapevolezza che, nel caso di questo racconto si fonde con sofferenza e delusione. Il protagonista, con il gruppo di suoi amici a Talcahuano, progetta un colpo adrenalinico: rubare gli strumenti musicali della chiesa del posto. Per farlo, è necessaria una preparazione, nello specifico una preparazione ninja, per fuggire veloci nel caso venissero visti. Il gioco e la spensieratezza di quest’avventura si saldano a una realtà amara e sempre più incombente, quella degli adulti, quella di un mondo che non ha più spazio per avventure e i bighellonamenti da ninja avventurieri; una realtà dalla quale il protagonista della storia, dopo un’esperienza traumatica, cercherà di fuggire a ogni costo, provando a dimenticare tutto e tutti. Personaggio cardine di questa storia è il padre del protagonista, un padre afflitto e distrutto, la cui figura triste influenza il ritmo e la quotidianità familiare. Così, ribadendo l’importanza di elementi e simboli già presenti nel primo racconto ( la famiglia, il padre,  frustrazioni e incomunicabilità) Flores li approfondisce ulteriormente mostrando grande abilità nell’analizzare il cuore delle conseguenze di alcuni gesti e decisioni, lasciandoli spesso in sospeso, perché meritevoli di rimanere sfuggenti e imprecisi, essendo lo specchio della realtà che è per sua natura imprevedibile e ineluttabile.

Quando si vivono esperienze forti si ha la presunzione di capire tante cose. Io credetti di capire come funzionava la vita.

Quarto racconto è Dimenticare Freddy, forse il più triste e drammatico della raccolta. Una donna ricorda, e proprio perché ricorda soffre terribilmente riportando a galla il passato e l’infanzia, momento perduti, soffiati via per sempre dal vento del tempo. La struttura del racconto è molto interessante: annotazioni diaristiche della protagonista, poi approfondite e sviluppate da una narrazione in terza persona che procede ineluttabile verso il cuore di una verità triste, che ha a che fare con le difficoltà della vita di tutti i giorni, con le insicurezze e con i rapporti famigliari: un mix di concetti semplici e comuni, al limite dello stereotipo sulla sofferenza esistenziale, ma che nel racconto sono molto semplici e talmente dettagliati da risultare fotografia di una realtà che spesso e volentieri ci sentiamo addosso. Leggerla e riconoscerla ci fa sentire più leggeri: non siamo soli.

Non le importa del voto, ma non potrebbe sopportare la sconfitta, se qualcun altro trovasse la risposta prima di lei. Sa fare le moltiplicazioni e le divisioni dalla prima elementare, leggere e scrivere praticamente da quando ha inziato la scuola. Sua madre l’ha preparata per eccellere, per essere la bambina brillante che tutti credono che sia.

Zia Tata, Spirito Americano e Laika sono tre racconti  fulminei e intensi, scalfiscono la sensibilità del lettore lasciandolo a bocca aperta quando il finale rivela le conseguenze ultime dell’agire dei protagonisti. Raccontano di donne che si preoccupano della vita di tutti tranne che della propria, di giovani che lavorano nei fast food che ricordano il giorno in cui hanno perso l’innocenza, di un’adolescente che entra nel mondo duro e concreto della realtà quando un ragazzo vuole approfittarsi di lei. I momenti finali di epifania in cui i protagonisti diventano consapevoli di quello che è successo loro o del perché hanno deciso di indirizzare la loro vita in un senso piuttosto che in un altro sono perfettamente incorniciati dall’autrice che rivela una forza di analisi incredibile. Concisione e profondità affondano le loro lame nell’anima del lettore lasciandolo stordito e addolorato, come quando si smette di credere alle favole.

Ultime vacanze, penultimo racconto, riflette sulle conseguenze di uno shock emotivo del protagonista, un bambino di appena dieci anni, shock che segna il suo ingresso nel mondo della consapevolezza, abbandonato quello dell’infanzia. La vita scriteriata che conduceva con sua madre a cui si era abituato e che gli pareva normale assume una diversa prospettiva quando, durante le vacanze con la zia e le sue cugine, il bambino si rende conto di quanto diversa possa essere la vita, si appassiona alla lettura e inizia a desiderare cose che non aveva mai desiderato prima. Ma purtroppo le radici famigliari sono forti e inestirpabili e l’identità del bambino si trova seriamente compromessa quando, quasi senza rendersene conto, rinnega la madre. Il dolore e la paura di abbandonarla e di non sapere più chi sia, totalizzeranno le sue scelte future, e la sfida che l’autrice pone al lettore alla fine del racconto è una riflessione tanto grande da essere ingovernabile: Chi siamo? Siamo liberi di scegliere chi diventare?

Il  primo senso di colpa, per i bambini, può essere un’esperienza molto forte […] Per un secondo avevo rinnegato mia madre. E cosa ancor peggiore, mi resi conto che negli ultimi tempi mi ero completamente dimenticato di lei, con la speranza,forse, che fosse un’altra.

Ecco arrivati all’ultimo racconto della raccolta: Fortunata me, il racconto a mio avviso più bello. Si apre con una scena voyeuristica di rara bellezza per come viene resa da Flores: una scena carica di erotismo, solitudine e mistero; l’ambigua eccitazione provata dalla protagonista, Denise, una giovane donna, colpisce il lettore come se stesse assistendo egli stesso in prima persona alla scena. È una rappresentazione letteraria così vivida da sembrare cinema. Una seconda storia procede parallela a quella di Denise, quella dell’amicizia tra due bambine e del legame che si instaura tra le due famiglie. Non voglio aggiungere altro per tutelare la piega imprevedibile di entrambe le storie nelle quali si trovano situazioni, personaggi e conflitti che già troviamo nei racconti precedenti; in questo, tuttavia, hanno un piglio più originale e coraggioso. L’attenzione per i meccanismi umani che caratterizzano i personaggi diventa infatti impareggiabile.

Il fatto è che papà aveva la pelle sensibile e per lui era un sacrificio farsi la barba tutti i giorni […] Dopodiché non gli si poteva parlare; qualsiasi commento lo irritava come il rasoio sulla pelle. Ma al tempo stesso bisognava mettersi a sua disposizione, contemplare il suo malumore senza dare consigli. Se noi ci fossimo preoccupate del suo malessere, si sarebbe infastidito altrettanto.

Quest’ultimo racconto è senza dubbio il più complesso. Le due storie, apparentamente impossibili da unire, trovano un punto di contatto grazie a una mossa brillante dell’autrice. La loro sovrapposizione, così naturale e ben congegnata, dà la sensazione di aver letto un’intera storia che trova il suo compimento, e di aver conosciuto bene, molto bene, i personaggi.

Quando il libro finisce, la percezione è quella non di aver letto nove storie, ma un romanzo compatto e omogeneo, quasi fosse un romanzo corale nel quale tutti i protagonisti, bambini genitori donne, sono nudi e fragili di fronte alla vita che si abbatte su di loro. Raccolta tutta la loro piccolezza, riescono a superare ognuno a suo modo un trauma o accettare la solitudine o comprendere i meccanismi basilari della vita, e far proprio il fatto che, spesso, ci sentiamo nudi e deboli. Se in quei momenti potessimo guardarci allo specchio, non potremmo far altro che dire: che vergogna.

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