Tonia Samela
pubblicato 1 mese fa in Letteratura

Cometa: scritto sull’eterno presente

Cometa: scritto sull’eterno presente

Cometa, di Gregorio Magini, edito quest’anno da NEO, è un libro costruito attorno a due persone. Queste due persone si considerano amici. Questi due protagonisti prendono le redini della narrazione, alternandosi vicendevolmente e non offrendo mai due punti di vista diversi sullo stesso fatto, semplicemente perché, vicendevolmente, si attraversano alle volte, continuando a vivere esistenze separate. Moltissime sono le cose che, al di là delle contingenze, li accomunano: infanzia tremenda nei fatti e innocua nel modo in cui viene vissuta per entrambi, uno spiccato “pensiero operatorio” che logicamente ne deriva. Il “pensiero operatorio” è il modo di pensare e di vivere delle persone che, per sentirsi vive, piuttosto che sentire, agiscono, fanno cose. In questo libro non c’è spazio per la riflessione se non serve a definire fatti, avvenimenti, persone. I protagonisti di questo romanzo non pensano, agiscono, oppure quando pensano, pensano a come fare qualcosa.
Così come gli episodi francamente turbanti come lutti, sessualizzazioni precoci e perdite di figure idealizzate scorrono in modo all’apparenza innocuo lungo la fanciullezza e l’adolescenza di entrambi, così corre il pensiero e il modo di definirsi e essere dei due personaggi. Il lettore ha l’impressione di vivere un eterno presente, non c’è spazio per la riflessione, per la riconsiderazione degli eventi, non c’è controllo.
La scrittura vivida di Magini ti dà l’impressione di essere davanti a uno schermo, collegato in diretta con una telecamera installata sulla testa dei due personaggi, tenuti assolutamente allo scuro di tutto. Il lettore ha l’impressione di stare sempre da fuori e mai dentro, esattamente così come si vedono e vivono Raffaele e Fabio.
Fossero essi stessi gli autori di questo romanzo, probabilmente il primo avrebbe odiato, letto d’impulso e in fondo temuto una recensione, il secondo probabilmente ne sarebbe rimasto ferito; tutto questo, ovviamente, a prescindere dal contenuto della stessa.
Inoltre, gli studiati e inconsapevoli picchi autodistruttivi e di autosabotaggio di entrambi evitano al lettore inutili e superflue simpatie per l’uno o per l’altro, tuttavia la scrittura asciutta e soverchiante di Magini non permette pause. Il risultato è la totale immersione.
Senza dubbio, questo è un libro che si abbandona o si divora, esattamente in linea con la condotta dei due protagonisti, i quali, pur non permettendo direttamente immedesimazioni di sorta (in questo libro non esistono eroi, né antieroi, non esistono criteri universali di giusto o sbagliato) sono in grado di catturarti nella loro vita vorticosa, pur lasciando sempre una distanza abissale tra ciò che effettivamente sta accadendo nel romanzo e ciò che loro stanno contemporaneamente provando come personaggi. Anche i tentativi di Raffaele di entrare ( e, a questo punto, farci entrare ) nella sua testa sono in realtà tentativi di creazione artistica o, al più, esperimenti esperienziali, piuttosto che vera e genuina autoanalisi fine a sé stessa.

Sin dalle prime pagine di questo romanzo si ha l’impressione di essere catapultati e sballottati da una qualche parte, che non è mai né una meta definitiva, né tantomeno una parte del percorso, ed è proprio grazie a questa sospensione che al lettore è permesso di provare empatia, rabbia, disgusto o tenerezza nei confronti dei protagonisti o delle persone che attorno a loro orbitano, poiché non si è impegnati a seguire i ragionamenti, né tantomeno le evoluzioni spirituali di nessuno. Questa, ovviamente, è una gran libertà concessa al lettore.
Durante la lettura è risuonata nella mia mente più di una canzone del primo album dei Cani (Il Sorprendente Album D’Esordio de I Cani, ndr), forse banalmente a causa dei nomi delle vie e della città in cui è ambientato il romanzo, forse ancora perché anche in quell’album i protagonisti dei testi di Contessa sembrano essere giovani adulti dal passato inconsapevolmente ingombrante, impegnati a vivere in un eterno tempo presente o probabilmente perché questo modo di vivere e di raccontare le cose è un modo comune e ben sperimentato da questa nostra generazione, per cui in fondo, chi parla, ad oggi, parla, vive e racconta così. In fondo lo dice anche uno dei due personaggi nel suo diario: “ciò che è importante per me (….) è importante per tutti, perché siamo tutti uguali“.