Edoardo Angrilli
pubblicato 4 settimane fa in Recensioni

“Coppie minime” di Giulia Martini

“Coppie minime” di Giulia Martini

La poesia è salva, almeno per un po’.

Finisco di leggere Coppie minime di Giulia Martini in fretta; prima inciampo in una sezione finale del libro, temo sia finito, ma sorrido rincuorato scoprendo che mancano ancora alcune pagine preziose. Sarà un cliché, ma Coppie minime è un libro che avrei voluto non finisse mai.

Certo, dovrò rileggerlo: perché è poesia onesta, che parla franco, ma soprattutto perché l’autrice sciorina una lingua di endecasillabi e citazioni dotte che moltiplicano ogni pagina di mille rimandi più o meno nascosti. Senza alcuna boria, infatti, Martini fa mostra tra le pagine del proprio libro del suo florilegio personale, e tra Montale, Fratelli di Samonà, dediche a Stefano Protonotaro, Amelia Rosselli, indovinelli e ugrofinnico, conduce il suo lettore attraverso un viaggio struggente e quanto mai universale.

La poesia nasce sempre da un’assenza e la giovane autrice, che lo sa per studi ed esperienza, declina il dolore della perdita di un amore in un canto lirico e struggente, a cui nulla toglie il preziosismo letterario, anzi: ne fa risaltare la coloritura unica e geniale. La voce poetica della Martini, infatti, non rivela una posa artificiosa ma al contrario palesa una tale dedizione alla letteratura da ritrovarla persino nel gesto di stendere il bucato.

Avresti potuto essere felice?

Te lo domandi spesso, mentre mandi

i capi bianchi nella lavatrice.

È impressionante la maturità stilistica di questa poetessa se si guarda al puro dato anagrafico: classe 1993. Nasce a Pistoia, vive a Firenze, dove si laurea in Letteratura italiana contemporanea con una tesi su Patrizia Cavalli (da cui prende ispirazione un certo tono ironico e una magnetica presenza scenica) e si veste rigorosamente di nero, perché “posso non vedere quello accade sulle nostre coste? Non basta un giro di lavatrice a cancellare un mondo di ingiustizie e io di capi bianchi da mandare nella lavatrice non ne ho”, si legge nelle sue interviste.

La Martini non lascia nessun verso al caso, scrive ogni parola con la cura monastica di un amanuense, con la devozione di una santa martire, e il titolo stesso della sua opera ne è simbolo e manifesto poetico. Infatti, con l’espressione “coppie minime” in linguistica si intendono le coppie di parole che si differenziano soltanto in virtù di un fonema, in cui la differenza di un solo suono è sufficiente a individuare significati diversi. O come dice l’autrice “dove il linguaggio inizia a esistere”. Ma le coppie minime sono anche una metafora della dialettica amorosa e di due amanti che non riescono a farsi uno solo, per quanto simili. Come G.Martini e la fantomatica Marta della raccolta.

Un’altra cosa che mi resta:

il tuo nome nel mio cognome

Insomma, Giulia Martini non solo ci regala una raccolta poetica di una squisita raffinatezza, ma ci ricorda inoltre, con la sua struggente passione per la letteratura, che le parole sono forme vive a cui non possiamo non dare importanza.

 Qualesso fu lo malo cristiano
che mi furò la grasta
del bassilico mio selemontano?

Se tu mi ricrescessi nel basilico
se lì con poco estro del mio basico
italiano del mio terreno basito
che ti allontani da un sepolcro vuoto
come farebbe ogni bravo cristiano,

se tu mi ricrescessi nel basilico
o preferisci il ramerino il nespolo
o la spinalba che ti colga un nesso
nuovo – e non ti rincresce mentre bruci
senza che si consumi questo rovo,

se tu mi ricrescessi nel basilico
come una selce, un osso nello scheletro –
tacerei spesso, t’aspergerei di pianto.
E non starei più a chiedermi qualesso
ti parli d’acanto e ti rimanga accanto.

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