Federico Musardo
pubblicato 8 anni fa in Letteratura

Dino Buzzati e Franz Kafka

Dino Buzzati e Franz Kafka

Alcuni luoghi della letteratura di Buzzati sono profondamente influenzati dagli scritti kafkiani.

Ecco l’incipit in media res de “Il deserto dei Tartari”: «Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente.»

Segue il primo segmento de “Il castello”: «Era tarda sera quando K. arrivò. Il paese era affondato nella neve. La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano, e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello»1

kafka

 

Sarebbe superfluo descrivere le affinità che legano così intimamente i due grandi narratori, anche se Buzzati, in un’intervista del 1962 sul settimanale “Tempo”, dirà che «Kafka è Kafka, io sono io. Piantiamola con questa storia»2

Nel gennaio del 1939 Buzzati consegna il manoscritto del romanzo che lo avrebbe consacrato tra i più importanti scrittori del novecento italiano all’amico Arturo Brambilla, che a sua volta lo avrebbe consegnato a Leo Longanesi, al lavoro su una nuova collezione per Rizzoli: questi ne accetta la pubblicazione, pregando l’autore di cambiare il titolo originario “La fortezza”, per evitare ogni allusione alla guerra imminente – come se l’oggetto del romanzo fosse realmente una guerra contemporanea e non una battaglia atemporale, allegorica, simbolica.

Kafka scrisse “Il Castello” a partire dal febbraio del 1922, lasciando il lavoro incompiuto (sorte analoga ebbero gli altri romanzi, “Il disperso” e “Il Processo”). I primi di settembre del medesimo anno scriverà all’intellettuale e amico Max Brod, grazie al quale sopravvissero le opere kafkiane, che l’autore, testamento alla mano, avrebbe voluto distruggere: «ho dovuto mettere da parte evidentemente per sempre la storia del Castello»3

Tale dipendenza letteraria non esclude a priori i meriti di Buzzati e anzi, rende ancora più significativa la sua opera, in cui egli ha saputo interpretare e filtrare “Il Castello” e altre suggestioni sparse, conferendo dignità al realismo cosiddetto “magico” dello stivale – insieme a Flaiano, Landolfi, Ortese, Bontempelli e molti altri, più o meno coinvolti.
Il deserto dei tartari” è un esempio limpido di come si possa essere originali pur attingendo specificatamente all’opera di un altro autore. Buzzati ha un debito profondo verso Franz Kafka. Tuttavia, senza Buzzati, Giovanni Drogo non sarebbe mai esistito.

Buzzati scrisse “Sette piani”, dove l’assurdità, la suddivisione in stadi – piani-  che non modificano le condizioni dell’avvocato Giuseppe Corte, il gioco verbale dell’onomastica, l’ingranaggio burocratico, il senso di estraneità rispetto al mondo sono elementi kafkiani, presenti trasversalmente all’interno dell’opera dello scrittore praghese.

Dino-Buzzati-La-boutique-del-mistero-90s-pbk-illusNel racconto “I sette messaggeri4 un principe, lontano dal luogo natale, scelse i migliori tra i suoi cavalieri per assegnargli l’ardua mansione di fungere da messaggeri, al fine di ottenere notizie sul regno.
I confini sono lontani, le distanze infinite, la conoscenza impossibile:

«Come stasera, il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.» 5

 

Segue una leggenda chiamata “Un messaggio dell’imperatore”, scritta da Kafka agli inizi del 1917, confluita all’interno del racconto “Durante la costruzione della muraglia cinese” (edificata per proteggere l’Impero dai nomadi), dello stesso anno, e pubblicata nel volume “Un medico in campagna” (1919).

« L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananza dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero a letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio […] E dinnanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte […] dinnanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come vorrebbe! E presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! Ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dentro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire- c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti.
Nessuno riesce a passare di lì e tantomeno col messaggio di un morto.
Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera » 6


 

1 Mi avvalgo dell’autorevole traduzione di Anita Rho, in Franz Kafka, “Romanzi”, Mondadori, Milano,1969.

2 Questo articolo uscito su “La Stampa”, del quale non ero a conoscenza, ha corroborato la mia tesi: http://www.lastampa.it/2010/04/28/cultura/dino-buzzati-ma-alla-fine-i-tartari-non-arrivano-mai-RtaBTCBpRHhibZHMLf02NK/pagina.html

3 Franz Kafka, “Lettere”, Mondadori, 1988, p.492

4 Dino Buzzati, “La boutique del mistero”, Mondadori, 1968, pp. 3-7

Ivi p.6

6 Franz Kafka, “Racconti”; Mondadori, 1970, p.250