Culturificio
pubblicato 4 settimane fa in Favole selvagge

Due libri di Leonora Carrington

"La debuttante" e "Il latte dei sogni"

Due libri di Leonora Carrington

La nostra rubrica di letteratura ispanoamericana si chiama Favole selvagge: in omaggio a un racconto lungo del peruviano César Vallejo, Favola selvaggia (Edizioni Arcoiris, traduzione di Raul Schenardi), definito da César Aira, nel suo Diccionario de autores latinoamericanos, «magistrale, tortuoso e strano»: così, si spera, saranno i testi ospitati in questa rubrica a cadenza mensile, curata da Loris Tassi.


La tienda de los sueños è una bella antologia dedicata al racconto fantastico messicano tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XXI. Nel volume il curatore Alberto Chimal – un autore in grado di muoversi come pochi nei territori del fantastico – ha inserito La debuttante di Leonora Carrington. È una scelta che agli occhi di un lettore italiano potrebbe risultare insolita. Cosa giustifica, in una raccolta del genere, la presenza della grande pittrice e scultrice inglese?

Probabilmente Carrington, nata nel Lancashire nel 1917, trasferitasi nel 1942 a Città del Messico, per sfuggire al nazismo e a un opprimente ambiente familiare, e ivi morta nel 2011, ne sarebbe stata lieta dal momento che si considerava messicana d’adozione. Il Messico, del resto, ha nutrito l’immaginario della “strega stregata” (soprannome datole da Octavio Paz): si pensi al murale Il mondo magico dei Maya (1963), pieno di riferimenti al Popol Vuh.

Risolto il problema geografico, resta quello estetico. Se qualcuno fosse convinto di trovarsi di fronte a una “scrittrice della domenica”, sbaglierebbe di grosso. In tutta la sua vita Carrington ha mantenuto un rapporto costante con la scrittura. Il primo magnifico racconto, La casa della Paura, risale addirittura al 1938 e può fregiarsi dei collages e di un’introduzione di Max Ernst (nel 1942 Carrington ricambia il favore ritraendo il suo amante in un celebre dipinto). Inoltre, per la “Moglie del vento” (soprannome datole da Ernst) non sembra esserci mai stata molta differenza tra penna e pennello. Pittura e scrittura sono vasi comunicanti: «Scrivere, dipingere, sono per me strumenti per viaggiare, anche se non sempre so dove sto andando o cosa questo viaggio significhi» (in Leonora Carrington. Il surrealismo al femminile di Tiziana Agnati).

Secondo Carlos Fuentes, quale che sia il mezzo espressivo adottato, «l’arte di Carrington è una battaglia gioiosa, diabolica e continua, contro l’ortodossia». L’importante è avere «il coraggio di rompere il cubo ordinato delle idee, di precipitarsi verso la confusione primordiale» (dichiarazione di Carrington tratta da L’arte magica di Breton).

È indubbio che i testi di questa surrealista eterodossa siano meno noti dei suoi «quadri straordinari, interamente percorsi da una luce occulta» (parole di Breton). Ma è altrettanto vero che, nel corso degli anni, attorno a questi testi si è creato un vero e proprio culto. Alcuni adepti illustri: Ernst, Breton, Cortázar, Buñuel, Fuentes, Angela Carter, Jodorowsky e Jeff VanderMeer.

Due recenti libri usciti per Adelphi potrebbero diffondere il culto anche in Italia: l’illustrato Il latte dei sogni è pensato per i bambini, anche se non esclusivamente per loro. Contiene favolette e storielle bislacche che possono ricordare il macabro umorismo di Gorey, Gaiman e Tim Burton. Decisamente straordinario è La debuttante (titolo originale: The Complete Stories of Leonora Carrington). Se in Il latte dei sogni è possibile stabilire legami con altri autori, ne La debuttante la cosa è impossibile. Come narratrice Carrington è ancora più singolare che come pittrice. Per provare a definirla, si potrebbero prendere in prestito le parole usate da Calvino per presentare Felisberto Hernández: «un irregolare che sfugge a ogni classificazione e inquadramento ma si presenta ad apertura di pagina come inconfondibile».

In Mentre andavano lungo il margine Carrington traccia una sorta di autoritratto e abbozza una poetica: «A cavallo di una ruota prendeva le strade più impervie, tra precipizi e alberi. Chi non ha mai viaggiato su una ruota lo crederebbe difficile, ma lei c’era abituata». Nei racconti de La debuttante Carrington appare come un «puledro bianco» che è allo stesso tempo una tigre o, meglio ancora, come un seducente e spietato «vampiro dalle parole di velluto».

Il lettore è catapultato in un Paese delle meraviglie (e degli orrori: perché «l’artista deve sempre sollevare le gonne di Venere o di Medusa, sua sorella: se non ci riesce, cambi mestiere»), un luogo in cui circolano una iena che parla francese, topi, pipistrelli, «orrende creature d’argento» dall’alito nauseabondo e «bianchi conigli carnivori», un cadavere squisito, cavalli in carne e ossa e cavalli a dondolo che si muovono da soli, «e poi lei, che non si poteva dire con certezza se fosse un essere umano». Tutto avviene con una «velocità terrificante», ma con quella «sconvolgente precisione» che aveva entusiasmato i surrealisti.

Per dirsi completo, il culto richiede la conoscenza di altre due opere: l’esaltante Il cornetto acustico (1974), un romanzo che è una continua invenzione, un frullato tra Agatha Christie, Copi e Aira; l’autobiografico e angosciante Giù in fondo (1945), in cui l’autrice ricorda la propria esperienza in un manicomio della Spagna franchista.

Loris Tassi


Questa recensione è apparsa per la prima volta su «Quaderni Iberoamericani», 109, a cura di Filippo La Porta, Graus, Napoli, maggio 2020.