Roberta Landre
pubblicato 1 mese fa in Recensioni

“Eccetera. Una commedia profetica”

“Eccetera. Una commedia profetica”

Poiché, se tutto era precipitato in questa maniera una volta, c’era il rischio che adesso potesse precipitare ancora […] Il punto era prendersi per primi ciò che si poteva […] Rimaneva comunque in sottofondo il sospetto della possibilità di un enorme disastro.

Emilie Rose Macaulay scrive What Not. A Prophetic Comedy nel 1918; una commedia distopica e travagliata che, ritirata poco tempo dopo la sua prima pubblicazione a causa del contenuto potenzialmente sovversivo, vedrà la luce di nuovo l’anno seguente, rimanendo però in ombra. Liberilibri ce la propone nella traduzione di Irene Canovari con il titolo Eccetera. Una commedia profetica.

Rose Macaulay, scrittrice prolifica, dopo aver studiato alla Oxford High School sarà impiegata presso il Dipartimento di propaganda britannico durante la Prima guerra mondiale e successivamente dipendente pubblica nell’Ufficio della guerra, per poi schierarsi con la corrente pacifista della Peace Pledge Union.

Femminista convinta, non esiterà a dimostrare la sua indipendenza, sia materiale, mantenendosi con la scrittura, sia morale, rifiutando le norme imposte dalla società inglese del primo dopoguerra. Nel 1958 verrà nominata Dama Comandante dell’Ordine Britannico, e si spegnerà di lì a poco all’età di settantasette anni.

Questa commedia profetica va oltre l’intenzione di prevedere il futuro. Come afferma la stessa autrice, «questo libro […] ha in sé più la natura del suggerimento che non quella di una profezia», «suggerisce gli strumenti necessari per questo malanno vecchio come il mondo, strumenti che vengono offerti gratis a un Governo probabilmente distratto e apatico».

A quale male si riferisca lo si capisce fin dalle prime battute: la stupidità umana è ciò che funge da polo magnetico di tutte le vicende raccontate. In una Londra che riemerge rovinosamente dalla Grande guerra troviamo lo spettacolo della quotidianità che tenta di ritornare in scena con i suoi attori sgangherati e ormai consapevoli della pencolante condizione di pace.

La politica del laissez-faire ha ceduto il posto a una sorveglianza capillare e totale sugli individui che, a loro volta sospettosi e vulnerabili, tentano di arraffare quanto più possono lasciando che i vari dipartimenti di vigilanza e repressione, tutti riuniti entro il Ministero dei Cervelli, controllino le più minuziose espressioni umane.

Eccetera è una commedia che si origina dentro un mondo dicotomico dove gli opposti sono ciò che permette la dialettica della narrazione: il sommo bene è l’intelligenza, il male la stupidità; l’intero progetto di un governo così radicale fa pensare a La Repubblica di Platone.

Il sistema teso a prevenire gli errori e gli orrori umani ha dato vita, in entrambi, a una società in cui gli individui sono prima di tutto cittadini con doveri verso il governo e in cui le passioni, gli affetti e i pensieri sono subordinati al ruolo collettivo di ciascuno.

Eccetera ha ispirato Aldous Huxley per Il mondo Nuovo e George Orwell per 1984. Come loro, d’altronde, Macaulay denuncia i pericoli del controllo sociale e della manipolazione di pensieri e sentimenti.

«Ai funzionari pubblici che ho conosciuto» è la dedica con cui Macaulay esordisce; dedica collegata alla sua esperienza, che getta una determinata luce sui personaggi della commedia. Tutti, infatti, sono a vario titolo impiegati del Ministero dei Cervelli, anzi, possiamo dire che in una società come quella descritta non c’è posto per nient’altro che non sia un funzionario.

Il Ministero, con le sue sezioni educative – rigorosamente divise tra uomini, donne e bambini –, la sezione per la propaganda e quella per l’intelligenza, conferisce a ognuno un certo prestigio sociale, secondo test mirati a valutare il livello cognitivo degli individui. Un’autentica piramide classista che esercita il controllo delle nascite incentivando o penalizzando le unioni tra i cittadini, così da creare – in un’ottica eugenetica – una società perfetta, compiuta nel suo più alto grado di intelligenza.

Sullo sfondo del racconto – che non smette di essere satirico – aleggia la consapevolezza della vulnerabilità, una finitudine che, dopo la Grande guerra, si deve sanare a qualsiasi costo. Così la ragione, elevata a matrice del progresso, è l’unico mezzo consentito attraverso cui esperire la vita; non c’è posto per sentimenti o dubbi, in ogni misera azione si percepiscono l’elevazione umana e al contempo lo spettro della rovina.

Questo stato di torpore verrà scosso dalla protagonista, Kitty Grammont, che da funzionaria di spicco e convinta sostenitrice del Ministero dei Cervelli si troverà a vivere una storia d’amore difficile – e illecita – con Nicholas Chester. Solo così si renderà conto della finzione che caratterizza l’intera società.

Quella di Rose Macaulay è una commedia che, seppur scritta un secolo fa, ci appare familiare, perché racconta paure e pone interrogativi che ci riguardano ancora: l’eugenetica, il potere dei mezzi di comunicazione, la pervasività del controllo, l’individualismo e il terrore del fallimento. Tra le righe del libro si legge un monito: quello di non scambiare la libertà per indipendenza.

Il consiglio dell’autrice è forse di pensarci come esseri più che razionali, esorcizzando la nostra paura per il futuro e per l’incertezza attraverso passioni e azioni che investono tutta la sfera umana, per vivere, piuttosto che sopravvivere, insieme.