Federico Musardo
pubblicato 4 anni fa in Letteratura

Epidemie e letteratura

la descrizione di una malattia

Epidemie e letteratura

Oggi trattiamo un argomento che potrebbe essere assoggettato alla cosiddetta “estetica del brutto”: mi riferisco ad alcune descrizioni di malattie all’interno di opere letterarie.
Incominciamo dalla giovinezza della letteratura italiana, ovvero dal celebre e classico “Decameron” di Giovanni Boccaccio.

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Pieter Bruegel il Vecchio. “Il trionfo della morte”, 1562 ca

Oltre ad essere probabilmente la miglior prosa mai scritta in lingua italiana, è un prezioso documento sociale della pestilenza che infetta Firenze, che funge soprattutto da pretesto per completare la cornice introduttiva e contestualizzare.

L’orrore percettivo dell’epidemia fluisce verso la moralità dello scrittore, coinvolgendo i rapporti umani e le relazioni reciproche tra i cittadini; l’analogia morale è significativa.
Prescindendo dalla sfera umana e dalle imperfezioni della scientificità trecentesca, la descrizione è costituita in primis dai cambiamenti fisici causati dalla peste,  cui seguono gli effetti del contagio sugli individui
Data l’impossibilità di riproporre l’introduzione in toto, a titolo d’esempio, qualche rigo dopo l’apertura dell’opera, leggiamo:

E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse.

Se per Boccaccio la peste è uno dei pretesti per snocciolare gli elementi della narrazione e consentirne il progredire, Albert Camus gli riserva perfino un titolo ( “La Peste”, 1947), dove l’epidemia funge da sostrato letale al dipanarsi dell’intera vicenda. Naturalmente – ed è d’obbligo ricordarlo – le funzioni si modificano in parallelo agli ambienti ed ai contesti culturali, storici e sociali.

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Flaubert era affascinato dal mondo orientale, assimilato librescamente: egli fece un viaggio in Egitto per vivere in un ambiente a lungo immaginato.

Attraversando il tempo e lo spazio, passando dal Trecento all’Ottocento e dall’Italia alla Francia, i miei occhi si posano alcune parole di Gustave Flaubert.

Edward Said, in un saggio del 1978 chiamato “Orientalismo”, evidenzia come il naturalista francese viva il mondo orientale da completo spettatore e, senza che io introduca particolari fuorvianti, riporta un breve passo a proposito delle condizioni sanitarie in un paese dell’Egitto:

 L’ospedale di Qasr el-‘Aini. Ben conservato. Il lavoro di Clot Bey – la sua mano è ancora visibile. Parecchi casi di sifilide; nella guardia dei mamelucchi di ‘Abbas, non pochi avevano la forma rettale. A un segno del dottore, tutti quanti si drizzavano sui letti, slacciavano la cintura dei calzoni ( sembrava un’esercitazione militare), e allargavano l’ano con le dita mettendo in mostra i segni dell’infezione. Enormi infundiboli; un paziente lamentava una crescita di peli nell’ano. Il membro di un vecchio totalmente privo di pelle; feci un balzo indietro per il fetore. Un rachitico: le mani ricurve all’indietro, unghie lunghe come artigli; la struttura ossea del tronco era visibile, come quella di uno scheletro; anche il resto del corpo era incredibilmente magro, e la testa era contornata da noduli lebbrosi biancheggianti. Sala delle dissezioni: […] sul tavolo il cadavere di un arabo, completamente aperto; bei capelli neri…  

Più secoli si sono sedimentati e Flaubert, a differenza di Boccaccio, svincola dai tabù il materiale trattato, descrivendo il malessere dei pazienti senza alcun filtro; scompaiono contegno e decoro e subentra, forse, una patina di esagerazione; la descrizione è cruda e forte e anzi, fortissima e crudissima.
Leggendo le frasi frammentarie che si susseguono come un resoconto clinico, la dimensione umana appare assente, come un ricordo dimenticato.

Questa comparazione arbitraria mi è d’aiuto per illustrare i passi di due autori sui quali termina la mia riflessione.
Coevi, entrambi scrivono in lingua tedesca e vivono il profondo turbamento causato dalla crisi di fine secolo, all’alba del Novecento.
Sintetizzando, mi riferisco a Thomas Mann e Rainer Maria Rilke.
Nonostante quest’ultimo sia principalmente un poeta, ha lasciato ai posteri uno splendido documento e17d1dba083d12baf43f1a0c6d8df09cautobiografico, “I quaderni di Malte Laurids Brigge”, in cui il protagonista, alter ego dell’autore, gironzola per le strade di Parigi alla ricerca della propria dimensione individuale assieme ad una mai soffocata velleità lirica, chiaramente insoddisfatta eppure soddisfacente, spettatrice delle promenades sulle rive della Senna e protagonista degli sguardi retrospettivi verso persone e avvenimenti , dove la prosa diviene poesia.
Il tema della malattia e in particolare della morte, peculiare del movimento espressionista 2 cui Rilke è stato non a torto avvicinato, emerge sensibilmente, senza vergogna, tra le pagine di questa opera. Egli scrive da poeta ed è coinvolto dalle dinamiche cittadine di cui descrive i movimenti, tralasciando tuttavia gli aspetti scabrosi ed epidemici, prendendo le distanze dall’estetica del brutto senza smettere di farne parte: la materia trattata è posta su un piano puramente meditativo, doloroso e rassegnato, dove una metropoli piena di anime funge da sfondo muto e omogeneo.
Di seguito un esempio che, più di altre parole, potrebbe renderne l’idea:

 […] Si arriva, si trova una vita bell’e pronta, basta solo indossarla. Si vuole andarsene o vi si è costretti: ebbene, nessuno sforzo: voilà votre mort, monsieur. Si muore come capita; si muore della morte che appartiene alla malattia da cui si è affetti ( perché da quando si conoscono tutte le malattie si sa anche che i diversi esiti letali appartengono alle malattie e non agli uomini; e il malato, per così dire, non ha niente da fare ) […]  3

Se per il poeta di Praga la morte, pur rimanendo reale e tangibile, tende a presentarsi come un’astrazione lirica, vivendo in una dimensione direi speculativa e priva di descrizioni fisiche, per l’ultimo degli autori che mi accingo ad analizzare essa è la base di un profondo dramma umano.

Fotogramma de "La morte a Venezia", rielaborato da Visconti nel 1971

Fotogramma de “La morte a Venezia”, rielaborato da Visconti nel 1971

Ne “La morte a Venezia”, quando la narrazione progredisce, le gondole ed il fascino della città galleggiante sul mare non riescono più a nascondere un’epidemia, il colera asiatico, che miete ogni giorno più vittime; mentre le autorità veneziane celano i contagi dato che avrebbero interrotto il turismo, si compie il destino dell’intellettuale Aschenbach, estasiato dal giovane Tadzio in un ambiente mortifero:

Già da parecchi anni il colera asiatico aveva mostrato un’accentuata tendenza a diffondersi anche fuori della sua terra d’origine. […] Ma mentre l’Europa sgomenta si aspettava che il morbo l’invadesse da quella parte, per via di terra, lo spettro invece aveva fatto la sua comparsa in vari porti mediterranei, attraversando il mare su navi mercantili di Siria […] Il nord della penisola era rimasto immune; ma a metà maggio di quell’anno i terribili vibrioni erano stati rinvenuti a Venezia, in un medesimo giorno, sui cadaveri nerastri e scarniti di un mozzo di nave e di una fruttivendola. Fu imposto il silenzio sui due casi, ma nello spazio di una settimana erano saliti a dieci, venti, trenta, e per di più in diversi quartieri 4

Per concludere questa riflessione, assolutamente incompleta, chiamerei in causa un altro scritto di Mann, “La montagna incantata” (1924), che potrebbe rappresentare una sorta di sintesi tra l’uomo perduto tra gli uomini di Rilke ed il contagio mortifero di una Venezia ammalata. L’idea per questo romanzo proviene da un episodio realmente accaduto all’autore, perché l’opera è stata scritta dopo che la moglie, Katia Pringsheim, è stata ospitata un paio d’anni in un sanatorio per una malattia polmonare.
Troviamo un dolore fisico accanto ad un trauma psicologico, sebbene prevalga quest’ultimo, sviluppato tra le pessime condizioni di salute.
La mia è un’analisi diacronicamente incompleta, un’immagine sfocata, un riscontro superficiale: sono molteplici gli altri luoghi in cui la letteratura incontra la malattia.
Mann, per la fortuna dei posteri, è stato in grado di raggiungere l’eternità. Per questa ragione il mio pensiero termina adesso, perché non potrebbe terminare altrimenti.


 

1 Tale citazione è tratta da Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli editore, 1978, p. 187 ; le parole di Flaubert riportate da Said appartengono a “Flaubert in Egypt: A Sensibility on Tour”.

2 Cito a titolo d’approfondimento le opere, soprattutto giovanili, di Gottfried Benn.
3 Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte L. Brigge, Mondadori, 1988, p.41
4 Thomas Mann, La morte a Venezia, Mondadori, 1970, p. 68