Culturificio
pubblicato 1 mese fa in Recensioni

“Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi

tra Storia e fantasticanza

“Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi

Il senso dell’ironia, l’ironia della sorte, l’ironia e basta, annotò, erano un magnifico modo per restare vivi anche dopo morti.

Ci incanta questo romanzo sulla meraviglia che è Ferrovie del Messico, pubblicato da Laurana Editore nella collana «fremen» diretta da Giulio Mozzi, scritto da Gian Marco Griffi in uno stato che non si sa che stato sia – di grazia?, di follia? – dove le suona tutte le campane a festa della narrazione, del gusto proprio di narrare, di andare a zonzo, di errare di digressione in digressione, elencando i luoghi, le date, certi dettagli inconsueti delle vicende di decine e decine di personaggi persi lungo i sentieri della Storia. E lo fa per ottocentocinque pagine, a partire da ciò che capita a Cesco Magetti, ventitré anni, milite della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria, di stanza ad Asti, che l’8 febbraio del 1944, chissà perché, chissà da chi, riceve l’incarico di compilare una mappa delle ferrovie del Messico.

È in virtù di questo ordine grottesco – ma in guerra, non è forse grottesco qualsiasi ordine? –, che è poi anche un grande patto narrativo con il lettore, che si scatena la forza eversiva dell’intera vicenda propria di un libro che rischia di diventare l’antesignano di un rinnovato, rocambolesco romanzo picaresco.

Come se Cesco Magetti, tornato a piedi dalla Sicilia dopo l’8 settembre, fosse una sorta di Don Chisciotte. Con una differenza non da poco: mentre Don Chisciotte era libero di potersi scegliere l’avventura, e di essere quindi un cavaliere errante, a Cesco Magetti l’avventura gliel’hanno pur sempre ordinata.

Egli inizia così a girare la città di Asti e i dintorni alla ricerca di un volume, la Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en Mexico, e nel suo pellegrinare di luogo in luogo – dai bagni pubblici al Dopolavoro, da un campo di golf allo stadio di calcio, dal cimitero di San Rocco alla chiesa sconsacrata di San Carpoforo –, sempre afflitto dal mal di denti che solo dopo qualche giorno, come ci dirà lui, all’improvviso “morirà”, lo spazio si frammenta per poi ricomporsi. E il tempo si comprime e si dilata a ogni incontro che Cesco Magetti fa con tutta una serie di personaggi, ognuno dei quali darà il proprio contributo nel delineare una mappa nella mappa, non solo quella del Messico ma soprattutto quella di Asti e del Monferrato. Perché, chissà, forse il Messico è solo una terra immaginaria, più che altro uguale al Monferrato ma con una ferrovia lunga migliaia di chilometri e con una donna bellissima. Come Tilde, la donna che per prima parla a Cesco della Historia e di certi pesci che stanno in Islanda, e della quale lui, naturalmente, si innamora. E poi Epo, un cartografo samoano abilissimo nel compilare mappe, lui che compila mappe per ogni cosa: per trovare le chiavi, per fare l’amore, per rintracciare un buffo gelso al cui interno è cresciuto un ciliegio. E ancora: Lito Zanon, un becchino addetto alla bollitura dei cadaveri nel cimitero di San Rocco, alle prese, tra le tante cose, anche con un distributore di caffè, e il suo sodale Mec, il muto, nonché poeta, entrambi ex costruttori di ferrovie nel Sudamerica. Ed Ettore e Nicolao, sempre alle costole di Cesco Magetti, neanche fossero i due aiutanti di K., l’agrimensore de Il castello di Kafka. Ed Edmondo Bo, frenatore poeta o poeta frenatore, in ogni caso alcolista e oppiomane, e l’orribile Obersturmbannfüher Hugo Kraas con il suo samovar trovato in una dacia nei pressi di Mosca e appartenuto nientemeno che a Puškin. E Bardolf Graf, «l’ignaro motore immobile della storia», che Cesco Magetti non incontrerà mai: un suo collega – e doppelgänger – perduto tra gli uffici della Divisione ferroviaria della Orpo, a Berlino.  

È grazie alle voci di questi strampalati protagonisti che il Monferrato diventa territorio del fantastico e della fantasticanza, perché c’è come un vento volatore che solleva le gonne al Potere e lo denuda, se è vero che c’è anche Hitler tra i personaggi di questa vicenda bizzarra, e Himmler, e altri gerarchi nazisti colti in alcuni momenti che la Storia ufficiale non si è mai permessa di raccontarci. Un vento volatore che mescola le voci di coloro i quali hanno disertato e sono scomparsi, alcuni saliti in collina a fare i partigiani come Steno, altri uccisi e che però continuano a parlare dall’oltretomba.

In un eterno dormiveglia, tutti conversano con noi lettori, le loro parole che si sparpagliano nell’aria e compongono a loro volta un’altra carta, rappresentazione. Ferrovie del Mesico, appunto. Il libro di Gian Marco Griffi, insomma – la sua terza opera, tra l’altro, dopo Più segreti degli angeli sono i segreti (Bookabook 2017) e Inciampi (arkadia 2009) –, che altro non è se non l’ulteriore mappatura del romanzo modernista giocato in chiave popolare. E in maniera spesso dichiarata, perché nella vicenda si fondono diverse suggestioni letterarie. Alcune evidenti – Jorge Luis Borges, James Joyce, Roberto Bolaño – altre meno – il Fenoglio di Una questione privata,per esempio, perché in fondo Cesco Magetti e Steno chi sono se non la proiezione stralunata di Milton? Ma per quanto sia oltremodo divertente rintracciarle, queste suggestioni non sono mai mero citazionismo. Sono piuttosto la naturale conseguenza di ciò che scriveva Milan Kundera ne L’arte del romanzo: «Lo spirito del romanzo è lo spirito di continuità: ogni opera è la risposta alle opere che l’hanno preceduta, ogni opera contiene tutta l’esperienza anteriore del romanzo».

In Ferrovie del Messico, Gian Marco Griffi predilige il genere grottesco e quello comico, unendo un registro lirico e uno ironico per tentare un’esplorazione della condizione umana, soprattutto degli ultimi – ed ecco perché romanzo picaresco e, anche, popolare – dei diseredati, dei dimenticati, di coloro i quali hanno una bassa estrazione sociale e sono stati rimossi dalla memoria collettiva. Ricordati soltanto di striscio, per inciso, di passaggio, ché le reti ferroviarie veloci corrono solo tra le città più grandi, tagliando fuori i paesi, i piccoli villaggi, le case sperdute chissà dove.

Questo romanzo è per loro. È il loro canto o risarcimento, la loro lanterna magica, la loro avventura: niente più che un’approssimazione, perché la verità del dolore delle esistenze umane è inenarrabile. Una sorta di gioco di infinite biforcazioni, giacché, sebbene ci siano un’incalcolabile serie di possibilità, con ognuna di esse che genera un mondo, alla fine è come se si azzerassero, queste biforcazioni.

Come se l’impianto del romanzo, l’immensa rete ferroviaria che solca le pagine di Ferrovie del Messico, a un certo punto convergesse in un unico binario lanciato al di là del conoscibile. In un luogo geografico dove tutto ha avuto inizio e dove forse troverà, un giorno, il suo termine: Santa Brígida de la Cíenaga, fantomatica città del Messico, che solo gli eletti sono riusciti finora a trovare, perché non esiste su nessuna mappa.

di Gianluca Minotti